Rileggere Rosa Luxemburg per pensare il partito sociale

Tra le ipotesi rivoluzionarie classiche, due sono state seguite in Europa da tentativi di realizzazione storica di grande portata e durata e importanza, quella leninista della conquista del potere statale e della società organizzata per consigli (soviet); e quella dell’austromarxismo (socialdemocrazia) che, lasciando al capitalismo il regno dell’economia industriale, introduceva il tema dell’allargamento massimo della democrazia politica come leva del mutamento.

Ma dobbiamo ammettere che sono state sconfitte, sia pure lasciando eredità di memoria e motivi di discussione e approfondimento che sarebbe stupido non considerare.

Una terza non è stata mai sperimentata e nemmeno considerata e approfondita per varie ragioni che qui non mette conto esaminare, ma una volta dovremo farlo, perchè non si può sempre e solo parlare di  incredibile omissione, di storica rimozione ecc. Le omissioni sono spesso colpevoli e le rimozioni non fanno bene alla salute.

Mi riferisco alla ipotesi luxemburghiana,  appena abbozzata e mai portata più avanti di un abbozzo, anche perchè l’autrice fu uccisa e ha potuto lasciarci solo abbozzi di grande interesse, sui quali forse oggi c’è la possibilità, oltre che la necessità di indagare e completare: quando si dice l’astuzia della ragione coniugata con la durezza della storia!

Riflettendo sul da farsi, Rosa, che ha percorso molte strade a partire  dai narodniki sotto gli zar e dunque ha riflettuto anche sull’uso della violenza programmatica e poi l’ha lasciata e ha conosciuto dall’interno il partito socialdemocratico tedesco con famose polemiche con i principali suoi rappresentanti e che è stata lodatissima da Lenin e dunque è una specie di riassunto dei primi e più forti tentativi di rivoluzione europea, per suo conto ha abbozzato un modo di costruire la rivoluzione sociale politica e culturale  che a me pare di grande attualità, come del resto lo è la sua analisi economica sulle crisi del capitalismo e sui caratteri della crisi  finale e della necessità dell’alternativa reale, per contrastare il diffondersi della barbarie.

Rosa pensa a una rivoluzione sociale che costruisce -mentre si svolge- la nuova società, non pezzo per pezzo immettendo “elementi di socialismo” o “raccattando le bandiere che la borghesia ha lasciato cadere nel fango”,  ma perchè chi la fa si sottrae legalmente agli imperativi del capitale e si autorganizza per stabilire diverse relazioni tra le persone, le classi, i soggetti, le nazioni, gli stati ecc. Ciò che viene costruito nelle lotte -indirizzate a sottrarre spazi di azione e potere alla borghesia- è una molteplice soggettività antagonista, alternativa, rivoluzionaria: si intravvede come meta “un altro mondo possibile”, diremmo oggi, non per caso usando i termini del movimento altermondialista erede dell’internazionalismo operaio, attraversato dalle culture indigene volte alla conservazione della terra e connesso alla rivoluzione femminista.

Rosa dice questo suo progetto con una formula che l’ha fatta tacciare di spontaneista  utopista e un po’ pasticciona. La formula è che la rivoluzione nasce dall’ “autorganizzazione delle masse che praticano uno sciopero generale a oltranza e dentro quello sciopero di necessità e per scelta costruiscono la nuova società”.

Davvero sembrano parole prive di un fondamento reale. Ma per capire che cosa intendesse  Rosa, che era persona di ricca cultura, di grande umanità e intelligenza, di eccezionale coraggio e tenacia, e soprattutto di eccellente forza teorica, bisogna riflettere su che cosa sia lo sciopero fuori dalle sue canoniche espressioni, che cosa sia in realtà, nella sua essenza, per così dire. E perchè sia stato così importante che il movimento operaio abbia lottato tanto per acquisire il diritto di sciopero (e che cosa significhi nella nostra Costituzione il fondamento “lavoro”, che rende lo sciopero un diritto e la serrata no..)

E che cosa si possa intendere per “autorganizzazione”.

Questi sono i nodi sui quali occorre riflettere per capire che cosa volesse dire Rosa e che utilizzo si può fare del suo mai realizzato progetto. Oggi.

Lo sciopero è il rifiuto di una prestazione contrattata, ma non giusta, dunque si ripromette di stabilire migliori e più giuste condizioni, e mette in discussione il patto sociale che non rispetta le condizioni reali e i rapporti di forze reali. A determinate scadenze (i contratti) o per nuove esigenze (organizzazione del lavoro dopo il fordismo -ad esempio, della rappresentanza operaia nel ‘68, globalizzazione oggi).

Quando ricorrono fasi nuove e nuove problematiche, l’organizzazione data si rivela spesso inutile,  burocratizzata e socialmente non significativa: allora c’è chi prende l’iniziativa di autoconvocarsi per rispondere  alle domande del momento (i metalmeccanici autoconvocati del ‘68,  il femminismo sempre): usano modalità che bisogna tenere presenti e usare quando occorre. Ad esempio oggi nessun partito (semmai lo potè fare in altri tempi) può “convocare” i movimenti;  ma i movimenti,  se non vogliono rinsecchire debbono essere aperti a chi nel loro interno pone esigenze di autoconvocazione e mutamento (poche organizzazioni sono conservatrici quanto la Tavola della pace, ad esempio).

Si possono fare esempi di che cosa sia uno sciopero a oltranza come lo intendeva Rosa? certamente .

Se ci si convince con analisi accurata che la raccolte dei rifiuti deve fare i conti con il comando del WTO e la sua alleanza con la camorra, ci si autorganizza per ridurre la produzione di rifiuti, unica strada per superare l’emergenza,  che è strutturale fin che giova alla camorra e obbedisce al WTO. Per ridurre la produzione di rifiuti (specialmente involucri non riciclabili) bisogna prendere accordi con i contadini produttori di alimenti , costruire i Gas (gruppi di acquisto solidale) con ciò anche raggiungendo la meta di avere cibi freschi, sani, di qualità controllabile e avviare uno sviluppo aurocentrato (Samir Amin): riportando ai contadini tutto l’umido che è un ottimo concime e così si capisce a che cosa può servire la raccolta differenziata.  Si può così ridurre anche la necessità di discariche monstre sempre incontrollabili e sempre militarizzate.

Sui problemi  energetici  se il comando capitalistico è il nucleare ci si autorganizza con l’aiuto di “esperti e rossi” per informare sui rischi , raccogliere notizie sugli incidenti di cui non si parla o che si cancellano subito ecc. Ma anche si costruiscono organizzazioni per il risparmio energetico (case coibentate, autoproduzione, impianti a energie rinnovabili ecc.)

Per la scuola programmi  discussi e metodi concordati e rinnovo dei programmi sono di assoluta necessità.

Per la salute reti di consultori e scambio di informazioni e attivazione di iniziative di prevenzione dei rischi di malattia, incidenti sul lavoro e domestici ecc.

Quanto alla sicurezza, bisogna rilanciare e organizzare il buon vicinato che rende meno aspra la solitudine urbana, ripristina relazioni umane, reti di appoggio e valori d’uso invece che di scambio ecc.

Non vi è -si può dire- problema che non possa essere affrontato con  l’autorganizzazione alternativa ma legale, nonviolenta, concordata, solidale.

Certo non è facile, ma produce un vero  risarcimento sociale di  relazioni e conoscenze che se ne ricavano, piuttosto di una vita urbana che per lo più si erge inconoscibile davanti a noi alienandoci come il lavoro industriale  capitalistico faceva un tempo.

Tutto ciò che ho citato sono solo i primi esempi che vengono in mente.

Credo di dovere a questo punto proporre una correzione o aggiornamento della proposta di Rosa: non le masse si debbono autorganizzare , che  oggi sono un dato manipolabile e sordo, bensì i soggetti.  Li definiremo, cercheremo di stabilire le procedure paritarie e autonome del loro funzionamento, le relazioni tra di loro, anche del partito capace di relazionarsi a tale disegno.

Il quale dsegno ha lo scopo, si propone il fine di costruire il blocco sociale della trasformazione o del mutamento.

Ma di ciò un’altra volta.

Di LIdia Menapace su per il partito sociale.

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