Al 41 bis perchè mi chiamo Santapaola

«Egregio Direttore, mi trovo in un carcere di massima sicurezza al 41 bis e da 11 anni giro varie prigioni in attesa di processi perché porto un cognome pesante, discusso, odioso e chiacchierato. I mass media mi indicano come un mafioso, l’ erede di mio padre». Comincia così la lettera di Vincenzo Santapaola apparsa ieri mattina sul quotidiano “la Sicilia”. In una pagina di cronaca, con un titolo: “Lettera dal carcere. Santapaola jr: contro di me pregiudizi perché porto un nome pesante”. E una premessa del giornale: «Vincenzo Santapaola, 38 anni, il maggiore dei figli di Benedetto Santapaola, ci invia da un carcere del Nord dove si trova al 41 bis, questa lettera». E giù una lunga autodifesa, con un finale da interpretare: «Personaggi a me ignoti continuano a presentare il mio cognome come etichetta, la cui natura non mi appartiene». A chi si riferisce il boss? Così conclude: «Oggi con forza e decisione intendo affermare pubblicamente che tali persone, i loro scopi, le loro azioni, sono a me ignoti ed estranei». Nella Sicilia dove le cosche mafiose stanno cercando nuovi equilibri anche a colpi di pistola, l’ ammonizione di Santapaola diventa subito un caso. Anche per quell’ inquietante plurale della lettera: «Non ho, non abbiamo nulla da spartire con chiunque pretenda di usare il nostro nome subdolamente – scrive Santapaola – chiedo di essere giudicato solo per le mie azioni». Si chiede Claudio Fava, il figlio di Giuseppe, il giornalista assassinato nel 1984 su ordine di Nitto Santapaola, il padre di Vincenzo: «Come ha fatto un capomafia ad aggirare l’ isolamento e farsi beffe della giustizia grazie alla disponibilità di un quotidiano? La sua lettera possiede un eclatante carattere intimidatorio: eppure il direttore Mario Ciancio non s’ è fatto scrupolo di pubblicarla, senza una riga di commento». Fava conclude ricordando gli otto cronisti ammazzati dalla mafia. «Uno di loro, certamente, per opera della famiglia Santapaola». La direzione del giornale puntualizza: «La lettera è arrivata tramite i legali di Santapaola». Dice il vice direttore Domenico Tempio: «Affrontiamo il caso senza alcuna dietrologia. Non vedo scandali. Qualsiasi giornale avrebbe pubblicato quella lettera, magari con un grande titolo: “Ecco il racconto del boss dal carcere”. Qualche tempo fa, ricorderemo, ampi servizi sono stati fatti da tutti i media sulle nozze della figlia di Riina. Credo che oggi i lettori siano maturi per capire». Ma il caso fa ancora discutere. Il senatore dei Ds Giuseppe Lumia, ex presidente della commissione antimafia, insiste: «È grave che si riesca a comunicare dal 41 bis anche con lettere aperte dove si lanciano messaggi. Il 41 bis serve proprio per impedire le comunicazioni dei boss con l’ esterno». Intanto, i vertici dell’ amministrazione penitenziaria fanno sapere di volerci vedere chiaro sul percorso che quella lettera ha fatto. L’ associazione Articolo 21 chiede invece che si apra un dibattito nel mondo dell’ informazione: «Com’ è possibile che un detenuto al 41 bis invii una lettera ai giornali – dice Giuseppe Giulietti – per quali ragioni si decide di pubblicarla? Una lettera può nascondere tra l’ altro messaggi in codice, come già avvenuto in altre zone, come ad esempio Caserta». Santapaola junior resta al carcere duro. E l’ intelligence antimafia continua a indagare sulla sua famiglia. Gli ultimi pentiti del clan Lo Piccolo hanno svelato che l’ anno scorso stava nascendo un nuovo asse criminale fra Palermo e Catania. Ma poi alcuni boss si opposero. Non è ancora chiaro chi. Forse «gli ignoti e gli estranei» a cui Santapaola junior si rivolge nella sua lettera al giornale.

Di Salvo Palazzolo su la Repubblica del 09/10/2008

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