Cordoglio e promesse, la politica di fronte all’evidenza dei fatti

operaiC’è un rito doloroso che ogni venti giorni si svolge a Torino da circa sei mesi. Un gruppo di uomini e donne si presenta in Tribunale indossando delle magliette che recano i volti di giovani lavoratori. Arrivano, appendono sui cancelli del palazzo di giustizia un striscione – vietatissim,o ma nessun poliziotto osa toglierlo – ed entrano in un’aula dove prendono posto tra i banchi del pubblico. Alcuni restano, altri piangono, altri ancora bestemmiano ed hanno uno sguardo carico di odio e disprezzo.
Sono le mamme, le mogli, le sorelle, i padri, i fratelli, gli amici, i colleghi di Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Giuseppe De Masi, Rocco Marzo e Rosario Rodinò, bruciati vivi lo scorso sei dicembre nella fabbrica dei tedeschi, la ThyssenKrupp.
Il pool di magistrati composto da Raffaele Guariniello e sostituti procuratori Laura Longo e Francesca Traverso, insieme a tecnici ed ispettori ha chiuso le indagini dopo soli 2 mesi e 19 giorni dal rogo nella linea 5. Il procedimento è iniziato il 9 maggio scorso. In questo tempo sono stati prodotti 170 faldoni e 200mila pagine di documenti con i risultati delle perquisizioni negli uffici dell’azienda, interrogatori, testimonianze perizie.
Il procuratore Generale di Torino, Giancarlo Caselli, l’aveva promesso il giorno dei funerali, davanti alle famiglie delle vittime straziate dal dolore: «Chiuderemo l’inchiesta nel più breve tempo possibile».
Un’indagine impegnativa che ha visto coinvolte fin da subito molte persone, dalle Asl alla polizia giudiziaria, dai vigili del fuoco ai molti consulenti tecnici fino alle istituzioni, regione Piemonte, provincia e comune di Torino.
Un’indagine che per la prima volta prevede l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale, oltre all’incendio con dolo eventuale, ipotizzata per l’amministratore delegato della Thyssen Italia, Harald Espenhahn (per gli altri 5 imputati si va dall’omicidio colposo e l’incendio colposo con colpa cosciente all’omissione volontaria di cautele contro gli incidenti). Ipotesi di delitto che se venisse riconosciuta potrebbe comportare anche 21 anni di pena. E soprattutto, secondo alcuni giuristi, gli eventuali responsabili della mattanza ThyssenKrupp rischiano di finire in prigione sul serio.
L’accusa chiede questa severità in quanto convinta che i vertici della multinazionale tedesca volutamente omisero i controlli necessari ad operare in sicurezza, a causa della dismissione dell’impianto torinese prevista per metà 2008.
Ieri sera il gup Francesco Gianfrotta ha accolto tutte le tesi sostenute dall’accusa. «E’ una sentenza storica» così il procuratore aggiunto Guariniello ha commentato la decisione. «Non è mai successo – ha detto – che si sia arrivati al rinvio a giudizio sia delle persone fisiche che delle persone giuridiche, riconoscendo in un caso anche l’omicidio volontario». I parenti hanno accolto con gioia rabbiosa il rinvio a giudizio. A gennaio inizierà il processo ed è molto probabile che la difesa metterà in pratica la più classica delle guerriglie legali. Perdita di tempo, richiesta di annullamento del processo, legittima suspicione… gli strumenti non mancano e alcuni sono già stati utilizzati.
Non tutto però fino ad ora era andato per il verso giusto. Durante l’estate gli enti locali avevano dato un basso spettacolo, nicchiando sulla possibilità di costituirsi parte civile insieme ai sindacati. Funzionari del comune, tra cui il vicesindaco ed ex sindacalista Cisl Tom D’alessandri si erano detti possibilisti riguardo la possibilità di fare cassa subito, ovvero prendere soldi dalla Thyssen in cambio della rinuncia. La scusa era che c’era il rischio che il gup rigettasse la richiesta di costituzione, un precedente molto grave. La Provincia di Torino con il suo presidente Antonio Saitta ruppe gli indugi ufficializzando la richiesta e così gli altri furono “costretti” a seguire. Tutte le richieste di costituzione di parte civile presentate dalle istituzioni sono state ovviamente accettate.
La Thyssenkrupp in questo periodo non è stata ferma ma ha cercato con tutti i mezzi di impedire la costituzione di parti civili anche tra i colleghi delle vittime, spesso riuscendovi.
Giorgio Cremaschi, responsabile nazionale della salute e sicurezza della Fiom-Cgil, commentando il rinvio a giudizio dei sei imputati ha detto: «Una sentenza esemplare che tocchi i vertici aziendali sarebbe un atto vero di prevenzione».

Di Maurizio Pagliasotti su Liberazione del 18/11/2008

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: