Viaggio nell’ossessione del cibo

anoressicaAnoressia, bulimia. Una ragazza su dieci tra i 14 e i 25 anni ne soffre e i disturbi dell’alimentazione si stanno ormai diffondendo anche tra i maschi, pronti a tutto per conquistare un fisico perfetto. Una vera e propria epidemia che colpisce chi, pur di essere bello e vincente, crede ( e a torto) di potersi plasmare fino a farsi del male. Molto male.

Come intervenire di fronte a dati così allarmanti che riguardano un esercito di giovani e di giovanissimi? Che cosa possono fare i genitori degli adolescenti a rischio?

“E’ necessario guardare questi ragazzi soprattutto con i loro occhi”, avverte Fausto Manara, psicoterapeuta e professore di psichiatria alla facoltà di Medicina e Chirurgia di Brescia, città dove vive e lavora. E Con gli occhi dei figli, s’intitola il suo ultimo libro, appena uscito per Sperling&Kupfer, dedicato a coloro che vogliono imparare a interpretare “il muto linguaggio dei sintomi” per aiutare una figlia che si abbuffa o che rifiuta il cibo per inseguire l’agognata magrezza, una mèta che nasconde angosce e solitudine profonde.
La sfida è ridisegnare i rapporti all’interno della famiglia e riuscire a individuare i bisogni dei propri figli per dare loro l’indispensabile sostegno”.

Professor Manara, perché tante ragazze (ma anche ragazzi) si ammalano?

“Non c’è dubbio, viviamo in una società e in una cultura che ormai privilegia molto più l’apparire all’essere. I giovani sono così immersi in un clima nel quale respirano tutti i giorni il richiamo a essere belli, vincenti e a perseguire il successo. Le sollecitazioni dei media in queste direzioni sono martellanti e, per le ragazze, l’ideale di bellezza, omologato a quello di magrezza, è in primo piano. Di fronte agli strumenti deboli che molti giovani hanno a disposizione nel proprio bagaglio emotivo e psicologico, l’adesione a quei modelli appare loro la scorciatoia utile per sentirsi più proponibili e accettabili.


E’ a partire da questo che il cibo e il corpo si trasformano in bersagli per la patologia, ma soprattutto in strumenti per esprimere l’impossibilità di trovare alternative per dichiarare di esserci e di raccogliere attenzione. Tante ragazze (e ragazzi) finiscono quindi per ammalarsi. Lo fanno per dare un segno di sé, tanto che è con i loro sintomi che cercano disperatamente di parlare con i loro genitori, visto che non sentono percorribili altri canali di dialogo. I disturbi dell’alimentazione sono perciò il crocevia di una serie di difficoltà che si presentano ai giovani d’oggi: dalle ricadute dei miti effimeri della nostra epoca, alla patologia delle relazioni famigliari, alle esperienze traumatiche vissute nel corso della crescita, alle aspettative troppo grandi di cui si sentono fatti oggetto. E’ per tutto ciò che i disturbi dell’alimentazione si sono trasformati in una vera epidemia, colpendo una ragazza su dieci tra i 14 e i 25 anni con sfumature patologiche da lievi a molto gravi e una su dieci con una gravità che necessita cure specialistiche e intensive. Anche i maschi ne sono colpiti, ma con un rapporto di uno a dieci a confronto delle femmine. Per loro si stanno tuttavia affacciando all’orizzonte altri disturbi, come per esempio la “reverse anorexia” (l’anoressia al contrario), che si manifesta in quei giovani ossessionati dalla palestra e dalla necessità di dare alla propria muscolatura una forma perfetta, ideale, che proprio perché tale, non hanno mai la sensazione di raggiungere e per la quale sacrificano molti altri piaceri della vita, dedicandosi a diete specifiche e ripetitive e anche all’uso di farmaci per raggiungere il loro inutile “sogno”.

Come riconoscere i primi sintomi?
“Per capire che un ragazzo vive una condizione di disagio emotivo, basterebbe prestargli la dovuta cura. Se così fosse, potrebbero essere individuati i primi segnali dell’insorgere di un disturbo dell’alimentazione. Per esempio, non dovrebbe essere mai sottovalutato il comportamento di un figlio che inizia a prestare un’attenzione eccessiva a quel che mangia, fino a trasformare la dieta in una sorta di fede. E’ in questo modo che si instaura quella “mentalità da dieta” che avrà come conseguenza inevitabile la restrizione alimentare. Ma non sono solo i segnali alimentari a far temere l’anoressia, dato che tanti altri se ne possono scorgere nella vita dell’adolescente: l’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo mai vissuti con serenità e invece motivo di continua critica e insoddisfazione; i rapidi cambiamenti dell’umore e l’irritabilità; i sintomi depressivi, come la perdita del desiderio per le amicizie e gli svaghi; i rituali ossessivi, come il lavarsi troppo spesso le mani, la necessità di un ordine perfetto e sempre secondo i medesimi schemi; un’ossessiva esigenza di mantenere un rendimento scolastico a livelli molto alti; l’eccesso di attività fisica”.

“Ma altri segnali possono indicare precocemente la presenza di bulimia: una persona che mangia molto, ma non aumenta di peso e magari si alza da tavola per andare in bagno dopo il pasto. Come pure, se vi fosse un’attenzione utile a quel che accade in casa, non sarebbe difficile cogliere uno strano odore acre in bagno. Ma, ancora una volta, i veri primi segnali stanno nel disagio psicologico che inevitabilmente è associato ai comportamenti alimentari patologici e che ne sono la vera causa”.

Che cosa possono fare i genitori?
“Possono fare molto, purché comincino a guardare il mondo con gli occhi dei figli. Devono cioè rivolgere la propria attenzione alle loro prospettive: ai loro progetti, sogni, ma anche, e soprattutto, alle loro difficoltà e mancanza di autostima. Se i genitori hanno sempre responsabilità nei problemi psicologici dei figli, non per questo si devono però mettere sul banco degli imputati senza dare loro una prova di appello. Proprio questa è nelle loro possibilità, purché entrino nella consapevolezza che possono essere ancora gli artefici del recupero dei loro ragazzi (e ragazze) a una vita più qualitativa. Possono essere, oltretutto, gli alleati fondamentali degli specialisti per la cura dei disturbi dell’alimentazione nel recupero da queste gravi patologie. Per fare ciò, in primo luogo occorre che considerino quanto i sintomi dei figli non sono che la punta dell’iceberg di una condizione che ha radici molto più profonde. E’ a queste che va posta attenzione e non tanto a quello che una ragazza (o un ragazzo) mangia o non mangia. E’ un occhio di riguardo al suo valore, un atteggiamento costante di valorizzazione, una vera cura e non l’iperprotezione, che possono aiutare i figli a costruire un’immagine interiore di sé su cui trovare appoggio per far fronte ai falsi miti del tempo in cui vivono. Insomma, i genitori possono fare molto, in ogni epoca della vita dei figli per aiutarli a organizzare gli anticorpi per non essere contaminati dalle tossine sparse a piene mani dai modelli dominanti”.

Di Silvana Mazzocchi su la Repubblica del 17/11/2008

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7 Risposte to “Viaggio nell’ossessione del cibo”

  1. Morena Says:

    …tardino, eh? volevo comunque leggere questo articolo che mi hai detto di avere postato. Il libro mi sembra davvero interessante, a partire già dal titolo e poi suggellato dalle risposte dell’autore nell’intervista. Prospettiva che suona ancora oggi forse “sconvolgente” perchè poco diffusa…si è sempre posta attenzione sui sintomi, sul disturbo, sulle cause, sulla persona malata…invece l’attenzione va posta sulla persona nella sua interezza, nella sua globalità, cercando di calarsi nella sua realtà, nel suo mondo…cercando, appunto, di vedere con i suoi occhi…e poi straordinaria la scelta di dedicare tanto spazio al ruolo dei genitori…anch’essi nn visti più solo come “cause” del disturbo ma potenziali guaritori…coloro che dovrebbero conoscere i propri figli meglio di chiunque altro! Complimenti Manara!

  2. Carmelo Says:

    Che dire, di fronte a un parere così articolato di un’esperta della materia, scritto peraltro a quest’ora della notte…concordo anch’io sul fatto che la riflessione va posta sulla persona nella sua interezza e, a monte, sui modelli sociali oggi purtroppo egemoni anche perchè organici alla valorizzazione del profitto. Si dovrebbe avere la capacità di costruire un nuovo immaginario, partendo dalla de-costruzione di quello presente!

  3. Morena Says:

    …P.S. il libro sarà parte della mia biblioteca personale! 😉

  4. Joshua Dunamis Says:

    La frase da te citata: “Si dovrebbe avere la capacità di costruire un nuovo immaginario, partendo dalla de-costruzione di quello presente!”, credo che sia la chiave di volta per tutte le problematiche che affliggono l’umanità da millenni. Quoto totalmente questa impostazione allargando il suo valore a tematiche che vanno molto oltre quella trattata (in modo assai convergente) nel presente post.

  5. Stefano Says:

    Un argomento che non ho mai sentito tirare in ballo da nessuno (e che secondo me è alla base di molti di questi problemi) è quello del principio del disagio. Una ragazza non è che arriva a 14 anni e improvvisamente inizia a sentirsi inadeguata così, tanto perchè non ha altro.
    La mia ragazza ha sempre sofferto di “anoressia” e sempre lo farà (in forma molto leggera…anche grazie a me che la aiuto a non esagerare) e volete sapere il perchè. Fino a 14 anni è stata la tipica bambina grassottella che nessun ragazzo avvicinava. Di chi la colpa? In parte sua che mangiava troppo (una bambina come può regolarsi???….compito dei genitori); in parte di quello che trovava da mangiare nel “piatto” e in parte di come è stata abbituata a presentarsi agli altri. Non puoi inculcare in un bambino l’idea che l’importante è solo quello che hai dentro; quando a 14 anni si scontra con ciò che è diventato fuori la cosa migliore che può capitare è che ti mandi a quel paese e che diventi anoreassico/a.
    Un bambino normopeso gioca a pallone con gli altri, corre e fa amicizia; un bambino obeso si siede in un angolo con qualche suo amichetto (normalmente obeso come lui o molto magro) e si “ghettizza”. Il disagio inizia alle elementari e non alle medie o alle superiori. I bambini sanno essere molto più cattivi tra di loro, di quanto non lo siano da adolescenti o adulti (forse perchè ignorano l’esistenza dell’ipocrisia che manda avanti il mondo).

  6. Morena Says:

    Caro Stefano, ho deciso di rispondere al tuo commento perchè mi ha parecchio colpito…l’ho trovato pieno di spunti da discutere e analizzare a fondo, insomma mi interesserebbe capire effettivamente qual è il tuo pensiero al riguardo e conoscere l’esperienza di cui sei testimone.
    Le tue osservazioni lasciano trapelare una sensibilità spiccata, davvero; peraltro, a mio parere, sono acute, sottili ed intelligenti.
    Io sono una Psicologa e sto studiando per diventare anche Psicoanalista…dunque, trovo alquanto significativo e assolutamente degno di nota il tuo appunto iniziale sul “principio del disagio”.
    Ognuno di noi è “il risultato” del proprio vissuto, delle proprie esperienze (sin dalla vita intrauterina), degli insegnamenti ricevuti, dell’ambiente familiare, relazionale e sociale in cui si è cresciuti. Ovvio, dunque, che un sintomo/disturbo/problema/malattia non decide un giorno di farci visita dal nulla ma ha un retroterra biologico-genetico-relazionale-sociale che va indagato e che costituisce il substrato cui necessariamente ricorrere per individuare le ragioni di quel sintomo/disturbo/malattia/problema, per realizzare un processo di comprensione profonda e attribuzione di signicato.
    L’anoressia è un disturbo molto serio che non va mai sottovalutato, in nessuna forma o manifestazione, leggera o meno che sia…credo che tu sappia bene ciò di cui parlo, dato che condividi i giorni con una persona che vive questa realtà.
    Tu scrivi, spiegandolo con esempi concreti, che il disagio inizia alle elementari…ti riferisci al disagio manifesto? Ovvero, vuoi dire che il disagio inizia a manifestarsi in età scolare anziché in adolescenza? Se è questo ciò che vuoi dire, mi trovi d’accordo, nel senso che un’adolescente anoressica, è stata una bambina di un certo tipo che, anche in età prescolare e scolare aveva certe caratteristiche e aveva intorno a sé un determinato ambiente relazionale.
    Il “luogo” non consente di approfondire la discussione, perciò lascio qui la mia mail, nel caso volessi contattarmi, per qualsivoglia ragione: morena.battiato@virgilio.it.
    Intanto, nel salutarti, ti ringrazio per averci reso partecipi di una parte così importante della tua vita e, per la stessa ragione, ti faccio moltissimi auguri.
    Spero a presto!

  7. Morena Says:

    rileggendo il commento, purtroppo dopo averlo già pubblicato, ho notato errori di punteggiatura di cui mi scuso…scusatemi anche voi, vi prego…attribuisco la colpa alla stanchezza, vista anche l’ora!

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