Indecorose e libere domani tutte in piazza a Roma

no alla violenza sulle donne

Siamo di nuovo qui, un anno dopo, a rilanciare la manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne. Ancora più dello scorso anno, l’appuntamento di domani è frutto di un percorso politico intenso a cui partecipano oltre 500 donne in tutta Italia, la rete femminista e lesbica delle Sommosse.
I dati sono peggiorati rispetto a quelli del 2007. Le violenze in famiglia sono aumentate dal 12 al 25 per cento e le donne sono sempre le prescelte.
Con la manifestazione dello scorso anno, a cui hanno partecipato 150mila donne, abbiamo detto alcune cose che non riuscivano a emergere: che la violenza ha un nome e un sesso, è maschile. Che gli stupri e gli assassinii di donne avvengono nell’80 per cento dei casi in famiglia e il 95per cento delle violenze non vengono denunciate perché ancora oggi profondamente codificate a livello sociale come una “vergogna” per le donne che le subiscono.
Anche quest’anno diremo a gran voce che la violenza maschile sulle donne non è un problema di ordine pubblico, ma è sicuramente un problema politico, che non può essere “truccato” come un problema di sicurezza delle strade se avviene in una percentuale così alta in famiglia. Le uniche volte in cui i politici uomini – senza alcuna vergogna – si occupano di violenza sulle donne è per pura speculazione politica. L’anno scorso l’ha fatto Veltroni con Giovanna Reggiani, usandola per legittimare un decreto di espulsione per un popolo intero, quello rumeno. Anche Alemanno nella sua campagna elettorale ha strumentalizzato la violenza su una studentessa africana per garantire più “sicurezza” e vincere le elezioni a Roma. Nessun uomo politico di nessun partito italiano si è mai sognato di parlare di politiche culturali e sociali contro la violenza maschile e questo vuol dire negare alle donne lo status di cittadine e di esseri umani. Quelle donne perdono la vita, una ogni 3 giorni, in famiglia: i nostri politici devono essere troppo “uomini” per interessarsene.
La violenza sulle donne oltretutto è legata a doppio filo con ogni ambito politico ed economico. L’Italia è oggi al penultimo posto in Europa per numero di donne che lavorano, seguita solo da Malta. Le donne costituiscono quasi il 60 per cento del lavoro precario. Una donna su 5 lascia il lavoro al primo figlio, per occuparsi di casa e figli, svolgendo a tutti gli effetti un lavoro che non le verrà mai retribuito, ma di cui beneficia lo Stato che la considera il proprio migliore ammortizzatore sociale e di cura. In compenso la “ritrovata” dipendenza economica da un uomo impedirà a quelle donne di andare via in caso di violenze.
E cosa faranno domani le ragazze che oggi all’Università sono il 54 per cento del totale degli studenti. Si laureano prima e hanno prestazioni molto brillanti, però già a tre anni di distanza dalla prima occupazione prendono meno dei laureati uomini. Nel tempo prenderanno il 30 per cento in meno. Perché le donne devono sempre pagare qualcosa?
Per andare al nocciolo del problema, alla radice di tutto sembra sempre essere la sessualità delle donne. Apparentemente libera e invece sempre sotto scacco, sempre colpevole, sempre obbligata a “pagare”. Quella maschile sempre sdoganata, libera di aggredire e di alzare le spalle. Sembrerà banale ma forse bisogna ripartire da qui.
Non si spiega altrimenti questa storia del decoro di cui parla tanto il governo: una ricerca universitaria ha dimostrato che nelle strade ci sono 70mila prostitute e 9 milioni di uomini-clienti! Questo vuol dire che tra gli uomini che frequento ce ne sono almeno uno su tre. Ovviamente nessuno si scandalizza che questi uomini-clienti alimentino il mercato della tratta di esseri umani, le “indecorose” continuano a essere le prostitute e le transessuali, a cui nessuno darebbe comunque un lavoro.
E allora quest’anno anche noi scenderemo in piazza “Indecorose e libere”.
Quando parlo di violenza maschile con amici o conoscenti uomini, la maggior parte di loro mi rispondono imbarazzati o scocciati. Frasi tipiche “Non è un mio problema io non la farei mai”, oppure “Molte donne fanno violenza agli uomini, e per questo non facciamo nulla”? Certo è davvero difficile mantenere la calma, soprattutto pensando al fatto che se lo stesso numero di uomini subisse violenze sessuali o perdesse la vita a causa delle proprie mogli o ex, avremmo immediatamente l’esercito nei condomini e il tribunle dell’Inquisizione. E’ altrettanto certo che finché l’unica area di influenza sociale e politica saldamente nelle mani delle donne sarà quella familiare – soprattutto quando condita di discriminazioni e di violenze – l’alibi della oppressività delle donne potrebbe avere una sua ragione d’essere. D’altra parte sembra che fino ad oggi gli uomini abbiano scelto di conservare potere pubblico e privilegi domestici, anche se dovrebbe ormai essere evidente che sono i presupposti dei loro privilegi a impedire la costruzione di una società davvero altra.
Eppure credo che molti uomini scapperebbero volentieri dai modelli precostituiti che impone loro la società: spavaldi, competitivi e comunque di successo, ma fragili, anafettivi e “potenti” nelle loro relazioni sessuali.
Sarebbe lecito per chiunque voler fuggire da gabbie come queste.
Purtroppo però, mentre di educazione sentimentale e sessualità libera e responsabile nelle scuole non si può parlare, una industria pubblicitaria e una televisione molto violente e sessiste possono agire indisturbate dentro e fuori le case.
Cosa fare? Costruire una cultura di solidarietà tra donne, aiutandosi a non avere paura di parlare e denunciare, organizzando percorsi di sostegno reciproco, di autonomia economica e culturale. Io credo che sia indispensabile anche aprire delle vertenze coraggiose e quando possibile costruttive con l’altro sesso. La violenza sulle donne è la forma di controllo sociale più estesa al mondo. Se è vero che ci sono ragazzi e uomini che non abuserebbero mai di una donna è altrettanto vero che la maggior parte degli uomini non rinuncerebbe mai a linguaggio e mentalità sessista, alimentando di fatto una cultura di violenza e di sfruttamento delle donne.
Peccato non vedere che le istanze di libertà delle donne sono istanze di libertà anche per loro.

Di Monica Pepe su Liberazione del 21/11/2008

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