Disse Gramsci morente: i preti ignorano la vita

gramsci«Gramsci morì con i sacramenti. E chiese alle suore che lo assistevano di poter baciare un’immagine del Bambino Gesù», ha affermato, sprezzante del ridicolo, l’arcivescovo sardo Luigi de Magistris, penitenziere emerito della Santa Sede, in occasione della presentazione di un nuovo catalogo dei santini. Per anni si è accusato Togliatti e il Pci di voler fare di Gramsci un santino, ora lo si vuol fare entrare – sempre come santino – in un’altra squadra, neanche si trattasse di una figurina Panini. «Il mio conterraneo Gramsci – ha detto l’anziano presule – aveva nella sua stanza l’immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l’immagine di Gesù Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: “Perché non me l’avete portato?” Gli portarono allora l’immagine di Gesù Bambino e Gramsci la baciò. Gramsci è morto con i Sacramenti, è tornato alla fede della sua infanzia», ha concluso De Magistris.
Fin qui le cronache, al limite della barzelletta, come si vede. Ma le barzellette, per essere gustose, devono essere nuove. Quella raccontata invece ieri in Vaticano è vecchia come il cucco, risalendo almeno al 1977. Già allora un gesuita, padre Della Vedova, anche in quella occasione ripreso e diffuso dal “Corrierone”, cercò di perorare l’idea del Gramsci convertito in extremis. Spalleggiato da una certa signora Lina Corigliano, intervistata da Gente . Già dieci anni prima, però, Arnaldo Nesti, un docente universitario fiorentino, aveva ricostruito con serietà la vicenda degli ultimi giorni di Gramsci, raccogliendo le testimonianze insospettabili di tre suore della Quisisana e del cappellano della casa di cura, Giuseppe Furrer. Senza inizialmente sapere bene chi fosse «il dottor Gramsci», il giovane sacerdote vi aveva riconosciuto una personalità fuori dall’ordinario e ogni pomeriggio, se le condizioni di salute del “prigioniero” lo consentivano (Gramsci riacquistò la piena libertà solo pochi giorni prima della morte, e comunque si alternavano intorno a lui squadre di poliziotti e carabinieri, che non lo perdevano mai di vista), amava trascorrere un po’ di tempo conversando con lui. «Il dottor Gramsci – testimoniò ammirato il sacerdote – rivelava una conoscenza specialistica dei padri della chiesa, specialmente di sant’Agostino, conosceva bene anche san Tommaso e in particolare Rosmini».
L’illustre malato non rinunciava a denunziare i limiti della chiesa cattolica, che così acutamente aveva indagato nei Quaderni , dicendo ad esempio al sacerdote: «Non posso capire che voi preti abbiate una conoscenza così limitata della vita umana… siete fuori della realtà».
Anche le tre suore rimasero colpite da Gramsci, in particolare dalla sua gentilezza. E cercarono ovviamente in tutti i modi di salvargli l’anima. Nel Natale 1936 due bambini vestiti di bianco fecero il giro delle stanze per far baciare la statuetta di Gesù. Gramsci – gentile sempre coi bambini – non si sottrasse. Certo, se avesse saputo che questo semplice gesto di quieto vivere sarebbe stato rivenduto settanta anni dopo come “conversione”, ci avrebbe pensato due volte… Ma cosa si vuol rimproverare a un uomo ridotto allo stremo, sempre più vicino alla morte, ucciso piano piano dalla mancanza di cure a cui lo aveva condannato il Tribunale speciale e il regime carcerario? Un altro testimone d’eccezione, allora ragazzo, Luciano Barca, in seguito dirigente del Pci, economista, deputato di lungo corso, ci ha fornito un racconto toccante della situazione di Gramsci, che egli incontrò alla Quisisana, dove si recava a trovare la madre ricoverata: «Quello che ci passa accanto senza dar mostra di vederci è un uomo basso, spettinato, con il corpo deformato da due gobbe. Cammina lentamente quasi facendosi guidare da un dito che striscia nel muro di fronte alle porte delle stanze… Arriva fino all’estremità del lungo corridoio, poi si gira e torna indietro. Noi intanto ci siamo spostati verso la sua stanza, incapaci di nascondere la nostra sfacciata curiosità e anche un po’ di emozione. E questa volta non ci ignora. Prima di entrare nella stanza ci guarda e ci sorride».
Il 25 aprile 1937 il comunista sardo è colpito da emorragia cerebrale. Don Furrer e le tre suore si mobilitano, preparano il secchiello con l’acqua benedetta. «Non ricordo – scrive il sacerdote – se gli ho amministrato o meno l’assoluzione sotto condizione». Il che già dice tutto. Ma anche contro questi poveri tentativi di salvare l’anima al comunista sardo insorse Tania, la cognata di Gramsci, suo principale contatto con il mondo esterno in tutti gli anni del carcere (altra barzelletta: Tania carceriera di Gramsci per conto di Stalin… già sentita anche questa). E, aldilà dei ricordi dei testimoni, sempre da verificare, sempre da accogliere col dubbio dello storico, è proprio da Tania e dagli altri amici e parenti più vicini a Gramsci (la moglie Giulia a Mosca, il fedele amico Piero Sraffa, che viveva a Cambridge e che lo era andato a trovare più volte alla Quisisana, aiutandolo a redigere la domanda per potersi ricongiungere con la famiglia in Unione Sovietica, una volta riacquistata la libertà piena – cosa che avvenne solo pochi giorni prima della morte) che viene la conferma del fatto che la conversione di Gramsci sia una ipotesi senza fondamenti. Perché manca del tutto, nella loro corrispondenza privata, resa nota solo molti decenni dopo i fatti, un qualsiasi cenno a una conversione di Gramsci alla fede religiosa. Non vi è in archivio, cioè, una sola carta, un solo documento che vada in questa direzione, una lettera che contenga una qualsiasi confidenza, da sorella a sorella, da sorella ad amico. Persino il fratello Carlo, non inserito nel movimento comunista, fa cenno a nulla di ciò, scrivendo ad esempio ai parenti in Sardegna. Si è di fronte alla mancanza di una qualsiasi traccia.
Ma davvero – dirò qualcuno – si vuole fare noiosamente storia con i documenti, le testimonianze, le indagini serie? Ma questa è tutta roba da professori universitari, nuova genia di fannulloni e infingardi ormai quotidianamente additati al pubblico ludibrio. Molto meglio riempire con la fantasia i vuoti, veri o presunti, che la storia ha lasciato, le pagine bianche che la storiografia non sa riempire. Molto meglio raccontare barzellette. «La sai l’ultima? Gramsci…»

Di Guido Liguori su Liberazione del 26/11/2008

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