Per un 2009 di rabbia e dignità

bimbo pugno chiusoOgni anno che si avvia al termine lascia nelle menti un’istantanea, l’immagine di accadimenti cui non vorremmo assistere nell’anno che verrà. Oggi il mio pensiero va alle donne e agli uomini, ai bambini e alle bambine della terra di Palestina; sento fortemente dentro me la sofferenza di questo popolo martoriato da sessant’anni, anche a causa del silenzio complice dei governi occidentali. La mia rabbia, tuttavia,  stride  con il disagio: il disagio di far parte di una civiltà occidentale opulenta e ipocrita, individualista e debole, protesa a ricercare la felicità in beni materiali, guardandosi bene dal porsi domande. Se così fosse, d’altronde, una enorme impalcatura ideologica andrebbe in pezzi: quella che dà ad un ignoto dio il merito delle nostre infime vittorie, salvaguardandolo dagli orrori che accadono intorno a noi; quella che legifera sui nostri corpi e sui nostri desideri, non avendo nemmeno cura di illuderci che questo sia il migliore dei mondi possibili; quella che ci fa credere che tra Bush e i dirigenti della ThyssenKrupp, tra Tanzi e i commercianti di cocaina, tra questa crisi economica e l’insostenibilità del nostro modello di sviluppo, tra la mafia, la politica e l’eterna arretratezza della nostra terra non c’è un’unica regia, ma sono sempre e solo fenomeni isolati, colpa di singoli o, tuttalpiù, di pochi.

Sono a disagio, perchè questa società non comprende come l’eco delle bombe che cadono in quel fazzoletto di terra sono per noi note musicali, il loro tragico ripetersi compone la colonna sonora della crisi inesorabile in cui ci siamo ficcati.

Esprimo i miei auguri attraverso le parole dei compagni del Global Project, che condivido integralmente e che mi sembra esemplificano al meglio lo spirito giusto con cui iniziare il nuovo anno: RABBIA E DIGNITA’!

Non abbiamo che la rabbia e la dignità.
La rabbia che ci fa inorridire davanti alle immagini di questi giorni nella Striscia di Gaza, ai barconi stracolmi di uomini, donne e bambini che arrivano su improbabili barche nelle nostre coste, a chi non ci riesce e muore a tredici anni schiacciato dal tir sotto cui si nascondeva.
La rabbia che proviamo di fronte a questa guerra che ci impone nuove basi militari o all’arroganza del potere che vuole distruggere i nostri territori con mega discariche o linee ad alta velocità.
La rabbia che abbiamo provato in tanti per l’omicidio di Alexis in Grecia, come Carlo Giuliani a Genova, sette anni indietro.
La rabbia che proviamo di fronte al Potere che ci vuole impoverire, sfruttare, controllare.
La rabbia verso chi sgombera spazi sociali e case occupate, agli imbeccili che predicano e praticano l’odio e la violenza.
La rabbia per chi è rinchiuso in un CPT e si ribella. Per chi muore di freddo nelle nostre ricche città o di fuoco, chiuso in una baracca.
La dignità è la nostra arma, l’arma di chi in tutto il mondo non si sottomette, non accetta, e cerca di costruire altri cammini.
Partiamo dunque per un viaggio di cui non conosciamo le strade, né immaginiamo le destinazioni. Un viaggio lungo un anno ma anche cento, mille, e che durerà un anno e anche cento. Ma non sapere le strade non significa non avere nulla negli occhi. E sono le immagini di Gaza martoriata, dei suoi figli più piccoli massacrati e straziati, ad occupare oggi tutta la nostra visuale.
Partiamo con il cuore stretto da una morsa, quella dell’assurdità di questo mondo ingiusto, orribile. Partiamo sapendo che questo ci resterà dentro, ed è l’unica cosa che sappiamo. Si può forse portare con sé il dolore come compagno di viaggio? Si può mettersi in cammino con questo fardello che ti pesa e ti schiaccia?
Dovremo imparare a portarlo, impedendo che esso ci inchiodi al suolo, fermi, prostrati.
I bimbi di Gaza, come quel murales di Banksy tracciato sul muro israeliano della vergogna e dell’aphartheid, vogliono solo volare, attaccati ad un pallone che sale verso il cielo.
A loro, ai loro sogni e desideri che qualcuno o qualcosa di mostruoso cerca di rubare, va il nostro pensiero. E se nel percorso sconosciuto in cui ci avventuriamo, la coltre di nebbia, di fumo, di oscurità sarà fitta così tanto da renderci incapaci di proseguire, alzeremo gli occhi, cercando gli occhi che ridono dei bambini di Gaza che volano.

Da sito Global Project del 31/12/2008

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: