A Gaza, a Gaza! Ma che nausea il mare

carusoCronaca autoironica di un serio tentativo di portare aiuti ai palestinesi. Il battello dell’International Solidarity respinto dalle navi israeliane.

A Gaza, a Gaza. Bisogna andare a Gaza. Non ci muove alcun pregiudizio ideologico. Anziché a Gaza saremmo andati egualmente a Tel Aviv se la tragedia fosse là e colpisse un altro popolo. Se là fossero i campi profughi, senza possibilità di entrare ed uscire, con i carri armati e i cacciabombardieri a colpire violentemente le case e le teste mentre pochi ultraortodossi sparano qualche malandato razzo anticarro. Ma il dramma è a Gaza e a Gaza andiamo.
“Freegaza” è una costola dell’International Solidarity Movement, un gruppo attivo in Palestina da molti anni. Pratica forme attive di disobbedienza civile contro l’occupazione israeliana, poche chiacchiere e molte azioni dirette, come quella in cui perse la vita una delle fondatrici del gruppo, Rachel Corrie, morta sotto le ruspe israeliane che abbattevano illegalmente le case dei palestinesi.
Hanno impiantato una loro base logistica a Cipro, da dove ogni due o tre settimane organizzano l’invio di una imbarcazione carica di aiuti umanitari per Gaza, cercando di aggirare il blocco navale israeliano.
Siamo una trentina di persone, tra i quali diversi medici volontari che resteranno a Gaza, tre o quattro parlamentari di diversi paesi europei e alcuni giornalisti di testate internazionali.
Appena arriviamo nel porto di Larnaca tra le navi attraccate scorgo una imbarcazione, quei battelli turistici tipo Venezia-Jesolo, di una ventina di metri con qualche decina di poltrone all’interno e sopra tavolini e sedie per gustarsi le belle giornate di sole.
Non possiamo mica arrivare a Gaza con quest’imbarcazione. Vorrei dirlo a Hwueida, ma le mie origini e passioni montanare mi inibiscono di prender parola sul merito tecnico delle questioni marittime.
Nella stiva entrano centinaia di scatoloni, diverse tonnellate di cibo e medicinali, mentre sradicando le poltrone si ricavano uno spazio al coperto per i nostri zaini e sacchi a pelo.
La partenza è emozionante, tanti compagni sulla banchina, striscioni, bandiere palestinesi, abbracci e saluti, sembra una sorta di spedizione di Greenpeace in versione pacifista. Poche ore di navigazione ed il generatore elettrico inizia a sbuffare. Niente da fare, si torna indietro a Cipro.
Ripartiamo il giorno successivo, quasi metà dei passeggeri ed una parte dell’equipaggio si sono dileguat. Dalla Grecia arrivano rinforzi, ci facciamo coraggio a vicenda, anche se sappiamo tutti che 22 ore di navigazione sono un’eternità in quelle condizioni e il timore non è certo quello di sopravvivere ai bombardamenti, quanto piuttosto alla traversata di 240 miglia tra Larnaca a Gaza.
Il viaggio comincia: dopo due minuti, appena il tempo di uscire dal porto, uno dopo l’altro si inizia a vomitare tutto, anche l’anima, se non ce la fai ad alzarti ci sono buste e secchi sparsi all’occorrenza, ma il problema è che fuori fa un freddo cane, dentro siamo in trenta stipati in pochi metri e quindi capita di trovarti sul tuo sacco a pelo il vomito del tuo vicino. L’unico modo per alleviare i malori che aumentano con l’aumentare del mare agitato è restare immobili, ore ed ore senza muovere un dito, con gli occhi rigorosamente chiusi, e la sensazione di essere sulle giostre ma senza che il “giro” trovi mai fine.
Se apri gli occhi scorgi la luna che fa jo-jo, scompare prima sotto il vetro, poi schizza e scompare in alto, prova a fissare questo movimento per più di dieci secondi e sarai un uomo morto. Non dico alzarsi, ma anche muovere un braccio, scuotere la testa sono una forma di vera e propria di autotortura.
L’equipaggio, tre o quattro marinai greci con il baffuto comandante, sono gli unici che non accusano il disastro, ma il loro muoversi a quattro zampe a volte disvela che forse non è solo un problema di esperienza. Dopo 17 ore in queste condizioni ci intercetta la marina israeliana, non c’è più solo la luna a fare su e giù ma uno, due, tre fari piazzati su di noi. Come avevamo deciso sulla terraferma, a questo punto la nostra mitica “Spirit of Humanity” accellera il passo, che chiaramente è un eufemismo perchè si sarà passati da 15 a 20 chilometri all’ora, ma in questo modo sbattiamo letteralmente contro le onde. Le ben più piazzate navi israeliane si avvicinano e ti creano ulteriori scompensi.
Rimaniamo tutti immobili stesi per terra e come pacchi scaraventati da una parte all’altra della nave.
L’altoparlante della nave è collegato con la radio di bordo attraverso la quale le unità militari israeliane ci intimano ripetutamente di fermarci, malgrado il comandante cerchi di spiegare al suo interlocutore gli elementi basilari del diritto internazionale e cioè che nessuno in acque internazionali può arrogarsi il potere di decidere sulla rotta altrui.
Quando dalla centrale operativa israeliana arriva via radio l’ok all’ “open fire”, il comandante chiede solo dieci minuti agli israeliani prima di aprire il fuoco sulla nostra imbarcazione, per un veloce consulto con i passeggeri della nave: non c’è molto da discutere, bisogna decidere subito, e così prendo parte alla votazione più assurda della mia vita: se farci sparare o no. Confesso, ho votato per farci sparare, cioè proseguire per Gaza, ma come atto di viltà e non certo di eroismo: mancavano ormai solo quattro o cinque ore per Gaza, mentre ritornare a Larnaca ne avrebbe richiesto altre venti e passa ore di tortura marinara.
Per soli due voti prevale la decisione di non farci sparare addosso e quindi fermare i motori ed invertire la rotta: eppure all’orizzonte i primi chiarori dell’alba ci mostrano in lontananza terra. Terra insanguinata, martoriata, bombardata, ma pur sempre terra. Come nei migliori film americani, ecco però ad un certo punto che arrivano i nostri, la “cavalleria moderna”, cioè due elicotteri delle Nazioni Unite che iniziano a svolazzare sulla nostra testa e scortare dall’alto la nostra nave. Peccato solo che dalla battaglia navale siano trascorse oltre dodici ore: la loro tardiva presenza non è altro che lo specchio della conclamata impotenza.
Quindi addio Gaza, o per meglio dire, arrivederci. Solo un po’ di tempo per organizzare il prossimo assalto. Torno in Italia, scendo in piazza per manifestare, ma anche per provare a organizzare una spedizione, questa volta via terra. Appuntamento per tutti in Egitto, al valico di Rafah.

Di Francesco Caruso su Liberazione del 18/01/2009

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Una Risposta to “A Gaza, a Gaza! Ma che nausea il mare”

  1. Morena Says:

    …leggendo i “racconti” di francesco, oramai da giorni, ho la sensazione di immergermi in un racconto da libro…mi perdo a immaginare le lunghissime, interminabili ore che lui, e gli altri che con lui si trovavano su quella nave, hanno vissuto…trasformo quelle parole in immagini visive e, d’un tratto, quel racconto da libro diventa concretezza, realtà che vedo e sento nn più con spirito sognante ma con amara freddezza, sulla mia stessa pelle…quelle immagini visive si legano a tutte le immagini della tv e dei giornali (o meglio, quelle che girano su alcuni siti internet o nei sit-in in giro per le piazze d’italia…alcune delle quali carmelo ha postato sul blog) che oramai nutrono il nostro magazzino mnemonico…e allora, sempre d’un tratto, vedo e sento la guerra, la tragedia che si consuma per un popolo innocente a pochi passi da qui, praticamente da sempre…un popolo martoriato da anni di GUERRA, quindi di bombardamenti, di morte, di perdita, di traumi…tutto a pochi passi da qui…
    …poi riflessioni gelide, domande che rimangono senza risposta, speranze che muoiono sul nascere…dobbiamo continuare a lottare per un mondo diverso, migliore…io voglio farlo, oggi più di prima, per poter dare un giorno ai miei figli le risposte che oggi nn riesco a partorire e la speranza che stenta a decollare…
    …di estrema sensibilità la premessa all’articolo…

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