«Le Università come logge massoniche dove tutti si aiutano e i figli trovano lavoro»

squadra e compassoIntervista a Davide Carlucci, autore, con Antonio Castaldo, del libro “Un Paese di Baroni”.

L’Italia è un paese di baroni: di persone che barano, non rispettando le regole, e di signorotti che difendono le posizioni acquisite. I baroni per eccellenza sono però gli “intoccabili” che spadroneggiano nelle università: professoroni brutti, sporchi e cattivi che favoriscono amici e parenti e sfavoriscono tutti gli altri. E intanto i cervelli fuggono altrove. I giornalisti Davide Carlucci e Antonio Castaldo hanno cercato di fornire una mappa della situazione nel libro Un Paese di Baroni (editore chiarelettere): il concentrato di un lavoro pluriennale alla scoperta di truffe, favori, abusi di potere, legami tra atenei e politica, criminalità organizzata, logge massoniche.
«Mi occupo di queste cose da anni, spiega Davide Carlucci. «Abbiamo scoperto un forte malessere dei docenti sul tema del nepotismo. Nel libro c’è di tutto: ci sono situazioni sfacciate ed evidenti e anche fenomeni di tracotanza. Alcune situazioni – come quella dei parenti piazzati in cattedra – sono ritenute normali; ma questo è solo l’epifenomeno, la punta dell’iceberg. Il dato meno appariscente è la presenza di lobby, meno visibili ma più o ugualmente efficaci rispetto alle famiglie. Già parlando di Bari, si apre un mondo; ma il sistema e l’intreccio sono su scala nazionale. Ho fatto molte scoperte…».

Del tipo?
C’è il mito dei baroni rossi, ma ci sono anche i baroni neri – in quota An e Forza Italia – che hanno colonizzato interi dipartimenti. Colonizzazioni che poi si traducono in occupazione culturale ma anche di cattedre.

Ci spieghi meglio…
Ci sono casi in cui si entra come docenti in università solo se si è all’interno di una cordata politica e associativa. Parlare della professione universitaria, in molti casi significa analizzare il rapporto costante che esiste tra essa e il potere politico. Un rapporto storico, sempre esistito, dall’unità d’Italia ad oggi si trovano presidenti del consiglio e ministri che arrivano dagli atenei… Ma ora questo fenomeno si è intensificato, in particolare laddove è prevalso il mito dei tecnici: il potere politico cerca legittimazione dalle università, ma anche una serie di benefit, cattedre, posti di lavoro…Questo ha portato a commistioni e scambi di favori che sono alla base di molti fenomeni di degenerazione. Se non ci sono stati cambiamenti efficaci, negli ultimi anni, ciò ha a che fare proprio con questo aspetto.

Il ministro Gelmini risolverà il malcostume?
Il governo ha soffiato sul malcontento che c’è e che si è intesificato negli ultimi 10 anni per far passare la sua riforma. Ma riteniamo che questa sia senza particolari elementi di novità. Nelle commissioni di concorso si dà più potere ai prof. ordinari, i vecchi e più potenti dell’università: una casta nella casta che ha sempre deciso. I ricercatori sono ancora una volta tagliati fuori. Il mito della competizione su modello anglossassone – diffuso anche a sinistra -, potrebbe funzionare, ma il problema è che in un sistema di libera concorrenza c’è anche un forte elemento di eticità che qui non viene considerato. Il libero mercato di per sè non può eliminare la degenerazione corruttiva; è una idea che non trova riscontro.

Ci sono casi che l’hanno colpita particolarmente?
Abbiamo dedicato un capitolo al professor Bellingeri, che ha creato una scuola di Diritto privato; un parlamentare del Partito popolare, una autorità nel diritto, che ha costruito il suo potere grazie alla casa editrice di cui è proprietario, che fa pubblicare libri a docenti universitari. Ora, la presentazione del titolo è conditio sine qua non per fare concorsi: questo crea un corto circuito, perchè se faccio pubblicare un libro a qualcuno, lo metto in posizione di diventare professore; ma se poi sono anche nelle commissioni di concorso, se seleziono io, c’è una strana situazione, che credo sia anomala rispetto a quella di altri Paesi. E stiamo parlando di Bellingeri, che Mastella ha designato per la scuola di Magistratura di Benevento. …Poi c’è l’esempio di alcune università private, come la Libera Università del Mediterraneo, che è stata fondata da un ex democristiano, un imprenditore – morto con qualche pendenza – che l’ha fatta nel suo centro commerciale; ora è retta da suo figlio, uno che si è laureato lì e che nel giro di poco è diventato rettore. Quell’ateneo è beneficiario di molti fondi pubblici, e ci hanno trovato posti mogli e figli: ma sono molti i casi di nepotismi.

Anche nel Nord?
In misura paragonabile a quelli del Sud, soprattutto a Milano, a Medicina, ma non ci sono per ora casi di inchieste, solo una condanna. Si giustificano, i docenti. Dicono: «Ci sono parentele e favori? Intere famiglie coinvolte? ..Non è un fenomeno degenerativo, è che noi siamo bravi e infatti le società, i privati, ci danno credito: segno che il sistema è sano». Ma questo è vero in parte. I finanziamenti arrivano laddove ci sono le strutture. Il privato ha bisogno dell’università e chi trova, trova. …Un’altra differenza consiste nel fatto che nella capitale lombarda, essendoci una situazione abbastanza florida, l’università non è così importante come luogo di assorbimento della manodopera intellettuale disoccupata. Quindi c’è meno conflittualità: in Meridione, invece, c’è gente che si scanna, per un posto…Le famiglie dei baroni tendono a garantire una occupazione ai figli perchè non c’è altro, ma c’è anche tanta gente che rompe le palle, fa ricorsi, va in procura…

A sinistra come siamo messi?
Il nostro libro racconta tre storie di docenti di sinistra che hanno parenti nell’università. Sebbene in nessuno dei casi ci siano rilievi penali né irregolarità nei concorsi, e sebbene non si tratti certo delle più potenti baronie che dettano legge in università, dai commenti di molti studenti e ricercatori emerge che siano questi i casi che suscitano più indignazione. La proliferazione delle parentele, anche come semplice dato sociologico, è vissuta da molti come uno dei segni più evidenti del fallimento della democratizzazione dell’università. E la presenza di famiglie di docenti rossi viene vissuta come la prova di una sorta di consociativismo tra chi dovrebbe stare dalla parte di chi denuncia i privilegi – che in fondo altro non è che una forma di conflitto di classe – e chi perpetua quella legge non scritta secondo la quale i figli di operai difficilmente saliranno in cattedra.

Ci dica delle lobby che spadroneggiano negli atenei.
Ci sono lobby trasversali e d’area. Un ricercatore una volta mi ha suggerito questa chiave di lettura: le università sono come grandi logge massoniche a cielo aperto, dove l’ingegnere incontra il medico, l’avvocato il tributarista e tutti quanti si scambiano piaceri e sanno che, quando serve, ognuno può contare sull’altro. Più o meno nello stesso modo funzionano le lobby trasversali, sia quelle che vediamo in azione nei momenti di confronto con il potere politico – quando si tratta di negoziare risorse per gli atenei – sia quelle che si coagulano intorno a interessi più particolari. La più grande e potente lobby d’area, in questo momento, resta Comunione e Liberazione.

Ma l’università è tutta da buttare?
Non bisogna generalizzare, ci sono tanti professori per cui togliersi il cappello, e infatti i risultati ci sono. Non è tutta da buttare, ma di sicuro la corruzione non è incidentale ma endemica. E’ un sistema in cui le regole democratiche sono un optional, si ritiene di essere meno soggetti al controllo pubblico: l’autonomia è stata piegata a questa idea.

C’è un modo per illuminare le zone d’ombra?
Bisognerebbe tornare al concorso unico nazionale introducendo correttivi. Per esempio, fare in modo che le singole università non possano chiamare, dalla lista dei vincitori, docenti che si sono formati in quelle università; potrebbe essere una soluzione almeno per i ricercatori. Bisognerebbe fare poi il contrario di quello che ha fatto il ministro Gelmini con la sua recente riforma: ridurre, anziché accrescere, il peso degli ordinari nelle commissioni esaminatrici, al cui interno, laddove è possibile – quasi sempre – dovrebbero figurare docenti stranieri con un peso maggiore nella selezione di associati e ordinari. Occorre insomma trovare il modo di spezzare la catena che consente ai baroni di riprodursi in eterno. Andrebbero inoltre introdotte delle regole che introducono criteri di incompatibilità nei casi in cui si presentino conflitti d’interesse (parenti ma non solo), come succede nelle università anglosassoni. Sono favorevole, infine, a sistemi di controllo periodico della produttività scientifica, a meccanismi premiali per chi produce e dissuasivi per chi non produce.

Di Valerio Venturi su Liberazione del 23/01/2009

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Una Risposta to “«Le Università come logge massoniche dove tutti si aiutano e i figli trovano lavoro»”

  1. precariamens Says:

    http://precariamens.wordpress.com/2009/01/04/comunicato-stampa/

    http://precariamens.wordpress.com/2009/01/07/«disposizioni-urgenti-per-il-diritto-allo-studio-la-valorizzazione-del-merito-e-la-qualita-del-sistema-universitario-e-della-ricerca»/

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