Veltronismo, il tramonto del virtuale

Veltroni

Intervista e Giovanni De Luna, docente di Storia Contemporanea all’Università di Torino.


E’ durata sedici mesi la parabola del veltronismo. E dire che al momento dell’acclamazione a segretario del Pd Veltroni si era accreditato come portatore di un progetto di rinnovamento della politica. Il veltronismo ha avuto l’ambizione, a suo modo, di gettarsi alle spalle la crisi della rappresentanza, di svecchiare il ceto dirigente, di reinventare la relazione tra cittadini e istituzioni, di proiettare sul piano virtuale della politica l’Italia migliore. Su queste ambizioni oggi si misura il suo fallimento. A dirla in maniera sbrigativa, il veltronismo ha incarnato l’idea di una società postideologica, postnovecentesca, disgregata nel gioco di interessi e gruppi parziali non più componibili in identità collettive più ampie. Il veltronismo è stata la rinuncia a rappresentare il mondo del lavoro, nella convinzione che i conflitti materiali non potessero essere più il motore di sviluppo della democrazia. Il veltronismo, ancora, si è ispirato a una visione rigorosamente interclassista, ha sciolti i legami tradizionali con il sindacato (leggi Cgil), ha vagheggiato l’equidistanza dalle parti sociali – in realtà smentita da più d’una consonanza con i vertici confindustriali. Dopo aver smantellato i riferimenti della propria identità, al veltronismo non restava che imboccare una politica dall’alto. Ha sperato che una dimensione evocativa, simbolica, virtuale potesse supplire all’incapacità della sinistra di rappresentare la società. Abbiamo chiesto un ragionamento a partire da questi nodi a Giovanni De Luna, docente di storia contemporanea all’università di Torino.

A differenza dei partiti novecenteschi e anche di quelli di fine Ottocento il Pd è nato senza che ci fossero movimenti sociali dal basso né grandi processi culturali. E’ stata solo un’operazione di vertice?

Se la vogliamo dire con un pizzico di ironia gli eventi più significativi e più fecondi nella storia della sinistra e dei partiti del movimento operaio nel Novecento italiano sono state più le scissioni che non le unificazioni. Mentre le scissioni sono state sempre salutari come quella di Livorno del ’21, le unificazioni tipo quelle tra Nenni e Saragat tra Psi e Psdi negli anni ’60 furono un disastro. Dopo qualche anno ognuno se ne andò per conto suo e ciascuno raddoppiò i propri voti. Detto questo, ragionare sull’esperienza del passato non ci aiuta molto tanta è la discontinuità tra il Novecento e il sistema politico italiano di oggi. Il partito democratico è un’esperienza post-novecentesca. Ragionando sullo scenario attuale è ovvio che nel processo di formazione del partito democratico c’è una tara genetica. La nascita del Pd è assomigliata più alla fusione tra due consigli d’amministrazione che alla fusione tra due partiti. E’ stata un’operazione verticistica. Questo tipo di formazione non ha dato il tempo a due linguaggi fino ad allora totalmente estranei l’uno all’altro, di trovare categorie comuni. Diciamolo con franchezza, si sono sommati due ceti politici totalmente diversi. Il ceto politico di tradizione democristiana, popolare e Margherita, era un ceto manovriero, duttile, attrezzato per stare nella stanza dei bottoni, mentre il ceto politico dei Ds aveva un altro imprinting. Perché si potesse amalgamare questa alchimia così complessa ci voleva più tempo. Invece tutto è precipitato in maniera vertiginosa sotto l’incalzare di scadenze troppo urgenti e troppo immediate in concomitanza con la crisi del governo Prodi. Questo processo ha influito molto negativamente sull’ambizione del Pd a proporsi come un soggetto forte e credibile.

Ma agli inizi il veltronismo si candidava a essere un punto d’attrazione per gli intellettuali. Quella promessa è stata mantenuta? Possiamo dire che il veltronismo è stato un modello culturale, un’idea di società oppure si è dimostrato alla fin fine solo una concezione pragmatica di fare politica tra questioni istituzionali e appuntamenti elettorali?

No, io penso che Veltroni non abbia mai provato a dare questo profilo culturale. Non è esistita una visione culturale del Pd in quello che a mio parere è un luogo nevralgico: la costruzione dell’album di famiglia. Il primo appeal culturale che un partito in atto di nascere può avere è quello di schierare in campo il proprio albero genealogico. Questa operazione non l’hanno fatta, hanno avuto paura del passato. Nella carta costitutiva del Pd avevano persino omesso il riferimento all’antifascismo. Non solo non hanno guardato al passato come a una fonte di legittimazione, ma non hanno neppure compiuto delle scelte su ciò che avrebbero potuto recuperare di quel passato. Potevano scegliere De Gasperi al posto di Togliatti, Gobetti al posto di Gramsci, sarebbe stata comunque un’operazione che avrebbe reso riconoscibile e percepibile l’ambito culturale in cui si volevano muovere. Non c’è stato nulla del genere per cui io non parlerei assolutamente di veltronismo sotto il profilo culturale. Un appeal il partito democratico l’ha avuto non nei confronti degli intellettuali o degli operai, ma verso una generica opinione pubblica di sinistra che dinanzi all’implosione dello schieramento politico della sinistra si aggrappa a qualsiasi novità con la speranza che funzioni. Per fare un esempio avevo personalmente molta speranza in Soru e invece è andata come è andata. A ogni modo non farei un processo al veltronismo o al Pd, penso che sia più utile riflettere su come la sinistra, in tutte le sue componenti, da quelle più radicali a quelle più riformiste, abbia consegnato questo paese a Berlusconi. E’ un dramma dal quale nessuno di noi può tirarsi fuori. Dove eravamo? Anche la tragedia o la comica del Pd e del veltronismo ci tocca perché siamo tutti coinvolti in un unico grande fallimento. Non me la sento di dare giudizi. Però non credo nella necessità dei tempi lunghi e della traversata nel deserto. La storia novecentesca qui ci può aiutare. Nel 1966 ci fu il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Fu il punto più basso mai raggiunto dalla classe operaia italiana senza che venisse organizzata un’ora di sciopero. Non ci fu praticamente niente, neppure una manifestazione. Tutti noi, ragazzi, studenti, avevamo deciso che la classe operaia era finita, che in Italia non c’era più niente da fare e che se volevi fare la rivoluzione dovevi andare a Cuba. Pensavamo che con la politica dei redditi il centrosinistra avesse irrimediabilmente integrato la classe operaia. Due anni dopo successe il finimondo. Il ’68-’69 fu la smentita plateale di tutte quelle previsioni. Per questo dico che bisogna essere più cauti nel dare per spacciata la situazione di oggi. Solo tre o quattro anni fa il centrosinistra era al governo in quindici Regioni. Berlusconi non è invincibile. Da quando è sceso in campo nel ’94 è stato battuto due volte. Una volta che avremo elaborato il lutto dovremo riflettere pacatamente. I tempi della contemporaneità postnovecentesca sono talmente veloci che è inutile dare per scontato lunghi anni di purgatorio. Stiamo calmi.

A sinistra oggi s’è fatta strada l’idea che nella società ci sia un ristagno e che di fronte all’assenza di movimenti e conflitti la politica debba porre rimedio con operazioni dall’alto per supplire a questo vuoto di aggregazioni collettive. La cosa riguarda tutti noi ma, nella fattispecie, il limite del Pd non è consistito in questa autonomia del politico dalla società?

Sono d’accordo. C’è la forte tentazione a risolvere nella politica anche le condizioni materiali, i rapporti di forza concreti, i fermenti della società. Illudersi di poter risolvere tutto con un’operazione di vertice è un’idea sbagliata che non paga. L’antidoto all’egemonia della destra si trova solo se ci decidiamo a ripristinare il concetto di rappresentanza in contrapposizione a quello di rappresentazione. Inseguire la destra sul terreno della rappresentazione, della virtualità, della messa in scena è perdente in assoluto perché è il loro terreno. La forza della sinistra, invece, è sempre stata l’aderenza alle condizioni materiali e alla concretezza dei conflitti. La rappresentanza implica un rapporto diretto con gli interessi e i valori da rappresentare. Dico con franchezza che personalmente non credo che nel comunismo ci sia la possibilità di intercettare la realtà di oggi. Credo però che ci possa servire una tradizione della sinistra italiana che porta il conflitto al centro della propria elaborazione. Recuperare il modello di una democrazia conflittuale contrapposto al modello di una democrazia consociativa o virtuale o televisiva, questo è decisivo. Il problema è che oggi il conflitto non si muove più con la generalità che aveva in passato, non mette più in discussione l’ordine sociale, non critica più un progetto di società. Il conflitto, oggi, si presenta come microconflitto, come conflitto territoriale, come conflitto culturale, come conflitto religioso. La forza della sinistra deve essere quella di leggere questi conflitti e ripartire da essi proprio nella consapevolezza della loro discontinuità rispetto ai conflitti novecenteschi. Ma il punto è che solo nei conflitti ci può essere l’identità e la risorsa della sinistra.

L’errore di dare il primato alla rappresentazione in luogo della rappresentanza dei conflitti concreti è stato fatto anche, sul versante opposto, dalla Sinistra l’Arcobaleno. E anche il riferimento al comunismo non è nulla se non vive nella concretezza del conflitto. A suo modo però il veltronismo partiva dalla crisi della rappresentanza. Dava per acquisito che la società contemporanea è una somma di interessi parziali che non si possono ricomporre in identità collettive. Il Pd ha pensato di risolvere la frantumazione sociale col modello americano delle primarie. O no?

Ma è stato un percorso molto abborracciato, non c’è stata nessuna elaborazione. A determinare la nascita del Pd è stata una congiuntura drammatica e immediata. Si trattava di dare una risposta alla pessima prova del governo Prodi e di tutta la sinistra nel suo complesso, litigiosa, incapace di di privilegiare la rappresentanza delle questioni reali. Il Pd nasce da questo sussulto e non ha avuto il tempo di elaborare un modello conflittuale di democrazia o di partecipazione diversa. Le primarie sono state come i girotondi, esplosioni di voglia di protagonismo che non trova altre strade per manifestarsi. Sono uno sfogo all’insofferenza. Le primarie sono state la certificazione che non se ne poteva proprio più. Una sana epidermica reazione, ma niente di più. Non credo che nel Pd ci sia stata un’elaborazione reale sulla crisi della rappresentanza.

Veltroni ha incarnato la politica post-ideologica. Non è stato un errore visto che dall’altra parte il berlusconismo è stato capace di fare egemonia, di rendere la propria ideologia un senso comune di massa? Perché indebolire la propria proposta culturale in questo momento?

Il Pd ha pagato un prezzo alto, non tanto per la rinuncia all’ideologia, ma per la rinuncia all’identità. La destra, in realtà, ha un profilo fortemente identitario che può essere ripugnante finché si vuole, ma è forte. Per la sinistra la rinuncia all’identità significa sguarnire il fortino nel quale si deve difendere. L’identità non è soltanto un valore residuale, ma è la trincea da cui parti per riaggregare ed egemonizzare. Ma se non hai un’identità cosa proponi? Come fai a costruire schieramenti, alleanze, proposte in chiave elettorale se non sai chi sei? Il pragmatismo di Berlusconi è stato quello di armonizzare prima ancora che i progetti dei vari partiti, le varie identità: quella statalista di An, quella localistica e territoriale della Lega e così via. Sono state ricollocate in un impianto dal profilo identitario molto aggressivo sul piano della memoria e del revisionismo. Su questo piano il berlusconismo ha dato prova di enorme vitalità. Non c’è uno del partito democratico che si sia schierato contro il revisionismo storiografico. Sulla storia del Pci sono state dette idiozie inenarrabili, ma non c’è stato uno tra gli ex comunisti che stanno nel Pd che sia sceso in campo o che si sia indignato. Questa rinuncia a un profilo d’identità dimostra la miseria di una proposta culturale che è destinata ad affievolirsi se non ha valori di riferimento a cui ancorarsi.

Paradossalmente l’unico valore di riferimento è stato la governabilità e proprio mentre il Pd era destinato all’opposizione. Un cortocircuito, no?

Emilio Lussu, cito a memoria, diceva che la sinistra più sta lontana dal potere e meglio è. Sembra un pensiero po’ rozzo, ma il senso è che c’è più democrazia in un’assemblea di fabbrica che in un qualsiasi tipo di organismo raprpesentativo.Servire il proprio paese dall’opposizione, sulla base delle proprie proposte, dei propri ideali, della propria capacità di alimentare il conflitto è ancora più meritorio che servirlo dal governo. Questa cultura dell’opposizione gli eredi del Pci-Pds-Ds l’hanno completamente persa. Il fatto che oggi ci ritroviamo Di Pietro come paladino dell’opposizione è la prova del fallimento. Non ne abbiamo azzeccato una.

Di Tonino Bucci su Liberazione del 19/02/2009

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Una Risposta to “Veltronismo, il tramonto del virtuale”

  1. Quella destra estrema che si riproduce nel PdL « Insorgenze d’alta quota Says:

    […] destra estrema che si riproduce nel PdL Dopo la lucida analisi sul “veltronismo“, ancora un intervento di Giovanni De Luna, docente di Storia Contemporanea […]

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