“La siciliana ribelle”. Una donna contro la mafia

La siciliana ribelleUn film di Marco Amenta racconta la storia di Rita Atria, figlia di un boss e collaboratrice di giustizia.

Non era stato un addio, nel 1992, a portare il regista Marco Amenta – classe 1970 – a trasferirsi dalla natia Palermo a Parigi, ma lo sconforto seguìto alle stragi di Falcone e Borsellino. «In Sicilia – ha raccontato ieri durante la conferenza stampa di presentazione del suo film La Siciliana ribelle , da domani al cinema con 58 copie – ho fatto il fotoreporter e sono stato un testimone diretto, avendo visto morti ammazzati e conosciuto direttamente sia personaggi positivi, quali poliziotti e magistrati, che negativi, come i figli di Riina. Se non ti metti i paraocchi, come fanno in molti, con la Mafia ti ci confronti: nella mia strada hanno sparato tre volte, uccidendo un poliziotto, quando avevo 12 anni, poi il cognato di Buscetta, ed è stato gambizzato il padre dei miei migliori amici, che abitavano sopra casa mia. Da bambino vivi tutto questo con un dolore inconscio, e più tardi ne prendi consapevolezza, capisci che tutti ne siamo vittime, della Mafia, la vita comune ne è permeata: sta nella finanza, nella politica, in una società che è marcia».
Il soggiorno in Francia (peraltro a co-produrre la pellicola c’è la parigina Roissy Film) non ha significato per il cineasta la rimozione e un’altra vita, ma una preparazione che poi lo ha visto tornare in Italia e girare diversi documentari proprio sulla Mafia: Diario di una siciliana ribelle , L’Ultimo padrino e Il Fantasma di Corleone , su Bernardo Provenzano, uscito nelle sale pochi giorni prima dell’arresto del super latitante capo dei capi.
Il primo dei citati lavori – basato su scritti privati, deposizioni processuali e interviste, vincitore di 21 premi internazionali, trasmesso da 30 televisioni nel mondo – era dedicato alla figura della 17enne Rita Atria, figlia di un boss divenuta collaboratrice di Giustizia, uno dei simboli della lotta a Cosa Nostra. Quella storia Amenta ha voluto riprenderla, elaborandola, per esordire in un lungometraggio di finzione (il quasi omonimo La Siciliana ribelle , per l’appunto) da lui co-sceneggiato, prodotto con la Eurofilm – società creata insieme alla sorella Simonetta – e diretto.
La terra di Atria era Partanna, dove lo scontro tra clan provocò 16 morti nel triennio ‘89-’91: «sono cresciuta – scriveva la giovane nel suo diario – più in fretta del tempo, e a detta di chi mi stava vicino avevo giudizio da vendere». Le furono uccisi il padre e il fratello, gli “uomini d’onore” spinsero il fidanzatino a lasciarla, lei passò dalla parte della Giustizia – perciò venne rinnegata dalla madre – contribuendo a numerosi arresti e all’apertura dei maxi-processi. Ciò comportò in lei anche una tormentata presa di coscienza rispetto ai crimini dell’amato genitore ed il dover affrontare una drammatica solitudine. Ma, dopo l’uccisione del giudice Paolo Borsellino a cui faceva riferimento, la ragazza si convinse che il tragico evento fosse la fine di tutto, anche per sé stessa.
Nel passaggio dal documentario alla drammaturgia, Amenta si è distaccato dalla cronaca secca mettendo insieme tra loro più riferimenti, tratti dalla propria esperienza personale. «Sulla Mafia – ha spiegato – esiste un’iconografia, è diventata un vero e proprio “genere”, e non volevo commettere l’errore di copiare qualcosa che a sua volta è una copia della realtà. La rappresentazione romantica che ne viene data è anche sbagliata eticamente e deleteria, con il padrino bell’uomo, capofamiglia, saggio, protagonista tanto da spingere all’identificazione, interpretato da un attore famoso. Io invece è alla realtà che mi sono ispirato, con personaggi veri provenienti anche da altre vicende, e non ho voluto edulcorare o mettere un “happy end”». Anche per questo Amenta ha utilizzato tutti attori siculi e non professionisti, cui ha lasciato ampie libertà dialettali e di movimento. Per una verità più dura di quella cinematografica. «Ho conosciuto la madre di Rita, nella realtà – ha sottolineato il regista – era anche peggiore del film, dove le ho fatto baciare la lapide della figlia. Rita raccontò di lei: “mi disse che, se avessi continuato, mi avrebbe fatto fare la fine di mio fratello”. Quella donna fa parte di un mondo chiusissimo, arcaico, maschilista. Detestava la scelta della figlia, la quale dimostrava un coraggio che lei non ha avuto. Accettare quel gesto avrebbe significato rimettere in discussione tutta un’esistenza». In tal senso, il regista ha inoltre sviluppato il lato sentimentale della protagonista e dato più significati alla sua ribellione. «Quella di Rita – ha concluso – è anche una storia di emancipazione femminile».

Di Federico Raponi su Liberazione del 26/02/2009

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