Nuto Revelli, il mondo dei vinti trent’anni dopo

Nuto RevelliNasceva nel 1919 il comandante partigiano di Giustizia e Libertà, infaticabile raccoglitore delle testimonianze dei reduci di guerra e degli uomini e delle donne delle vallate cuneesi dimenticati dal potere dopo il 1945.

Mai tardi, La guerra dei poveri, La strada del Davai, Il mondo dei vinti, Le due guerre . Sono solo alcune tra le tante opere di Nuto Revelli, comandante partigiano, reduce della terribile campagna di Russia, grande appassionato di quella storia fatta dal basso, realizzata attraverso centinaia di testimonianze che Nuto ha raccolto sia tra i sopravvissuti della Seconda guerra mondiale, sia tra i contadini e le contadine delle vallate cuneesi, vittime di una politica che nel dopoguerra li aveva dimenticati. E’ da poco trascorso il quinto anniversario della morte del “manovale della ricerca” come amava definirsi lui, avvenuta il 5 febbraio del 2004, mentre è ormai prossimo il novantesimo anniversario della nascita, il 21 luglio 1919. Una scadenza che ha già attivato la Fondazione che porta il suo nome, la quale sabato scorso ha organizzato un incontro a Cuneo sul Mondo dei vinti e su una sua eredità che si è concretizzata nel Progetto Aristeo di Andrea Fenoglio e Diego Mometti. Abbiamo chiesto a Marco Revelli, figlio di Nuto, politologo e docente di scienza della politica presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale  Amedeo Avogadro, un parere sul lavoro di suo padre e sul nesso che ha collegato i grandi temi che hanno contraddistinto le sue opere, ovvero la guerra e la pace da un lato e l’attenzione nei riguardi delle classi sociali meno abbienti dall’altro. «Credo che effettivamente questi due punti siano molto, molto collegati – dice Marco Revelli – c’è un filo comune che attraversa direi tutta l’opera di mio padre. Dal primissimo libro Mai tardi , realizzato immediatamente dopo la fine della guerra, fino all’ultimo, Le due guerre , passando per la raccolta delle testimonianze dei reduci del Davai, delle lettere degli alpini caduti in Russia nell’ultimo fronte e poi per Il mondo dei vinti e L’anello forte , che trattano la vicenda della fine della cultura contadina e montanara della nostra provincia. Il filo che li lega è direi la sensazione di avere un debito da pagare nei confronti della propria gente, dei propri alpini che furono con lui in Russia, dei montanari con cui visse durante i venti mesi della guerra partigiana, che poi vide umiliati, offesi e liquidati nel periodo del boom economico e del grande sviluppo. Un debito insomma da pagare attraverso il ricorso alla memoria. C’era una frase che il generale Reververi ripeteva ai soldati che erano usciti vivi dalla terribile esperienza russa e che gli passavano davanti distrutti, a volte con i piedi scalzi, protetti solo da alcune coperte: “Ricordate e raccontate”. Il ricordo e la memoria dunque non come reperto archeologico, non come pezzi da museo, caratterizzati dalla nostalgia ma come strumenti di giustizia. Raccontare ciò che era avvenuto come antidoto alla retorica e alla falsificazione operata dalla retorica. La memoria per restituire le ragioni a quei vinti. Perché erano vinti gli alpini in Russia e sono stati vinti i montanari. Questo filo conduttore è stata la molla che ha spinto alla scrittura mio padre. E questa molla, lo ha detto bene recentemente Ernesto Ferrero in una pagina del suo libro I migliori anni della nostra vita , era la rabbia.

Non siamo dunque di fronte ad una memoria pacificata?

No, la sua è una memoria rabbiosa, che ha bisogno di giustizia.

Il fatto che lui abbia scelto di occuparsi degli ultimi, di incanalare appunto un sentimento rabbioso in questo modo, non fu il segno che già dopo la guerra si cominciò a dimenticare quello che era successo pochi mesi o pochi anni prima?

Sicuramente. Se noi riprendiamo il carteggio e leggiamo le lettere che si scrivevano subito dopo la consegna delle armi, il 25 aprile, con Livio Bianco, che era stato commissario politico della brigata Carlo Rosselli, e con Giorgio Agosti a Torino, che era colui che aveva tirato le fila del Partito d’Azione in quei mesi con i suoi compagni di lotta, troviamo una lucidità estrema nel capire che l’Italia che stava nascendo non era la loro Italia. Che quell’Italia nasceva con una base forte di continuità con il passato, di continuità negli apparati statali, nella mentalità collettiva, con i fascisti che ben presto sarebbero stati riammessi nei posti di potere e di responsabilità dello Stato e del parastato, nelle questure, nelle prefetture, nell’esercito. Per esempio venne radiato dalle forze armate, e per mio padre fu una grande ferita, il comandante del battaglione Cervino, un uomo straordinario, che si chiamava Lamberti. Un ufficiale splendido che aveva guidato i suoi uomini nel tentativo sempre di fare il proprio dovere ma con un grande rispetto per le vite dei suoi soldati. Un vero ufficiale che era stato fatto prigioniero in Russia, che durante la prigionia era diventato antifascista. E per questo al suo ritorno venne denunciato e radiato dagli ufficiali superiori che erano rimasti fascisti. Tutto questo faceva capire che quest’Italia nasceva sbagliata. La loro scommessa politica fu persa subito, il Partito d’azione si sciolse, mio padre che era stato eletto consigliere comunale nel primo consiglio comunale di Cuneo, si dimise dopo pochi mesi perché aveva capito che il suo posto non era lì. Scelse di fare la propria battaglia civile con altri mezzi.

Marco, mentre crescevi tuo padre dava concretezza al proprio impegno civile. Come ti ha condizionato tutto il suo lavoro?

Per me, che sono nato nel dicembre del ’47, vivere quell’atmosfera era un po’ respirare l’aria di casa. C’è una cartolina postale arrivata da Parigi, dove proprio in quei giorni, successivi alla mia nascita, si svolgeva una cerimonia dei militanti del Partito d’azione per ricordare l’assassinio dei fratelli Rosselli, con tutte le firme dei compagni di battaglia di mio padre indirizzata al partigianello Marco. La conservo con molto affetto. Avevo sette anni quando invece a Cuneo fu tentato uno dei primi comizi del Movimento sociale. Mi ricordo che quando la battaglia era finita mia madre mi venne a prendere e attraversammo le strade della città ancora presidiate dalla Celere del battaglione Padova. Ricordo insomma quell’atmosfera, quel clima, che non ho subito in forma passiva perché poi quelle cose le ho elaborate, anche tenendo conto che i rapporti in famiglia non sono sempre totalmente armonici. Ci furono momenti di contrapposizione da destra, da sinistra, senza mai rinunciare a criticare perché questo in fondo è il mestiere dei figli, mentre i padri, questi figli, devono cercare di tenerli fuori dai guai. Però quel patrimonio mi è rimasto dentro.

In questo momento così drammatico per la storia del nostro paese, dove la sinistra sia essa moderata che, diciamo così, antagonista, fatica a ritrovare un’identità, si parla sempre dell’assenza di un album di famiglia. Non sarebbe il caso, per ricostruirlo questo album completamente privo di fotografie, di ripartire da persone come Nuto Revelli e dai tanti altri che hanno contribuito a costruire la democrazia?

Ho l’impressione in realtà che questa sinistra sia senza famiglia, altro che senza album. Si è dissolto quel senso di appartenenza ad un comune modo di sentire, di pensare e di agire. Gli ultimi anni di vita di mio padre, dopo la svolta del secolo, sono stati anni di angoscia. Sono stati anni in cui ha vissuto come un esule in patria. Non si riconosceva più in quest’Italia, in nessun pezzo di quest’Italia che si era dimenticata dei suoi precedenti drammi. Non voleva più vedere i telegiornali e leggere i giornali tanta era l’angoscia che gli davano. Ma non aveva rinunciato a parlare. L’ultimo suo libro Le due guerre era dedicato ai giovani. E anche nella copertina della prima edizione, scritta a mano, c’è un riferimento ai giovani. «Ai giovani perché sappiano» scrisse, perché non paghino il prezzo che la sua generazione aveva pagato alla propria ignoranza. Lui insisteva molto su questo tema. L’ignoranza porta alla rovina e la generazione del Littorio fu ingoiata da una tragedia gigantesca perché non sapeva, non aveva potuto sapere. Oggi si può dire invece che non si vuole sapere. Normalmente non siamo sottoposti a censura. Ma se si vive nella bolla mediatica di Porta a Porta o del Grande fratello o dell’Isola dei famosi si finisce nel baratro inconsapevolmente.

Il progetto di Fenoglio e di Mometti in che misura si lega al lavoro di Nuto Revelli?

Bisogna partire innanzitutto dal progetto Paralup. Che cosa è Paralup? Paralup è una piccola borgata di montagna all’inizio della Valle Stura a 1400 metri di altezza, composta da sedici baite, dove subito dopo l’8 settembre del ’43 si formò la prima banda partigiana di Giustizia e Libertà con Duccio Galimberti e Livio Bianco. E’ stata la prima banda costituitasi in Italia, sicuramente la prima in Piemonte. Rimase per tutti i venti mesi la porta di ingresso e l’ufficio di reclutamento dei partigiani in Valle Stura. La borgata era stata abbandonata già cinquant’anni fa dai suoi abitanti ed era ridotta ormai ad un ammasso di macerie. La Fondazione ha acquistato le baite, le stiamo ristrutturando per farne un villaggio della libertà e della memoria, e non solo della memoria dei venti mesi di guerra partigiana ma anche della cultura contadina e montanara. Luogo della memoria secolare delle nostre popolazioni. Il progetto Aristeo corrisponde allo stesso obiettivo e la giornata di sabato scorso è stata intensissima, straordinaria. Dico una cosa che non so nemmeno se mi piace ma è stato un momento in cui ho provato amore per la mia terra. Una sensazione che può essere ambigua ma anche positiva. Mometti e Fenoglio hanno ripercorso la mappa delle centinaia di testimonianze contadine e montanare che mio padre aveva raccolto tra gli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 in tutta la provincia di Cuneo, trent’anni dopo l’uscita del Mondo dei vinti , quarant’anni dopo l’inizio di quella ricerca, intervistando i discendenti di quei testimoni. In pochissimi casi i testimoni stessi trent’anni dopo perché mio padre, oltre ai tanti anziani, aveva intervistato anche alcuni giovani. In altri casi hanno intervistato parenti e discendenti, figli o nipoti, in altri casi ancora i vicini di casa, quelli della stessa borgata e dello stesso paese. Hanno ricostruito così una seconda memoria, la possibilità cioè di mettere a confronto la memoria del Mondo dei vinti di ieri e quello che resta oggi. Con la possibilità di capire intanto la portata del cambiamento che in questi decenni è stata enorme. Si dimostra confermata la sensazione che aveva mosso mio padre a dover raccogliere in fretta le tracce di un mondo che scompariva. Quel mondo è stato travolto e cancellato da un’apocalisse culturale caratterizzata prima dall’effetto delle due guerre mondiali ed poi dall’industrializzazione accelerata negli anni ’50 e ’60. Oggi i discendenti di quel mondo non usano neanche più lo stesso linguaggio. Quelli parlavano quasi tutti in dialetto, questi si esprimono quasi tutti in italiano. Sono scolarizzati, sono mobili, si spostano. Anche i testimoni del Mondo dei vinti erano mobili ma si muovevano sulle proprie gambe e sui propri piedi, percorrevano centinaia di chilometri facendo i transfrontalieri con la Francia, lavoravano in Costa Azzurra o in Provenza, ma erano, come dire, fissati, chiusi nelle loro comunità in montagna. Un mondo diverso dunque, nelle espressioni, nelle facce, nel linguaggio, nell’immaginario collettivo. Nello stesso tempo però dimostrano di rimanere un mondo, nel senso che non sono omologati. Quando parlano non parlano come quelli della televisione o che si incontrano in città. Hanno una coscienza di luogo. Appartengono a quel luogo, in modi anche molto diversi, certo: alcuni esprimendo forme di rancore, anche giustificato ma che poi si manifesta con un’ostilità nei confronti degli altri, con il linguaggio della Lega per intenderci. Hanno assunto insomma il peggio della nostra modernizzazione. Ma una grande parte di questi, dall’altro verso invece, hanno un senso di appartenenza positiva, con l’intento di difendere il loro territorio partendo da una loro coscienza ambientale e da stili di vita diversi da quelli distruttivi della pianura e della città. Raccolgono il messaggio della montagna che è un messaggio di coscienza dei propri limiti. E’ un po’ il residuo della saggezza montanara che filtrava nel Mondo dei vinti , quella cultura che si è trasformata in una “coscienza” di luogo. Questo aspetto l’ho ritrovato nelle intervista fatte da Mometti e da Fenoglio con una presenza più ampia di quanto nel mio pessimismo non pensassi. Ci sono delle voci di altissima civiltà che spingono questa positiva “coscienza” di luogo nella forma della rivalutazione di elementi di saldezza montanara che si coniuga con un ambientalismo che non è un ambientalismo urbano ma del vissuto, in qualche misura ereditato dai nonni. Una tradizione che è trapassata, che agisce nel presente e che viene fuori con la riscoperta di un sapere profondo che deriva dal contesto. Perché la montagna è una straordinaria maestra di vita, ti insegna a vincere il delirio di onnipotenza. In montagna se violi determinate regole la paghi cara. Lì non si corre, non si accelera in modo inconsulto, ci sono dei tempi che vanno rispettati, salire è fatica. A questo tipo di cultura, a questo tipo di mentalità sono legate forme di mobilitazione come quelle contro la Tav. E qui la sinistra, che ha sempre pensato di avere tutto da insegnare, avrebbe invece molto da imparare.

Di Vittorio Bonanni su Liberazione del 26/02/2009

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Una Risposta to “Nuto Revelli, il mondo dei vinti trent’anni dopo”

  1. eugenia Says:

    bellissima! La copio sul sito della biblioteca, citandovi. Eugenia

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