Le donne “degli altri”

donneUn’interessante intervista a Ida Dominijanni, giornalista de Il Manifesto, su due temi di drammatica attualità come le ronde e gli stupri, a prima vista fenomeni separati ma, a ben vedere, intrinsecamente legati dal “maschile” che caratterizza entrambi.

Partiamo dai “City Angel’s” che menzioni in un tuo articolo: di questi uomini preposti ed autorizzati, per decreto, alla custodia delle donne. Parliamo sempre di violenza ma sentiamo, nell’affrontare questi discorsi, che qualcosa è cambiato…
Quello che mi colpisce della vicenda delle ronde, dal punto di vista dei rapporti tra i sessi, dal punto di vista simbolico, oltre ovviamente a quello che rappresenta rispetto allo stato di diritto, è l’evocazione di protezione maschile sulle donne, che è un ennesimo segno di paternalismo, un paternalismo truffaldino perché questa vicenda finirà in una violenza tra maschi ammantata da un alone di protezione nei confronti delle donne. Io personalmente vengo dall’esperienza femminista degli anni ’70 e penso che un rigurgito di orgoglio femminile del tipo: “Ci difendiamo da sole non sarebbe male.

Tu sottolinei molto bene che ogni volta che si parla di violenza sulle donne si arriva subito all’emergenza e in particolare alla decretazione di emergenza. Tu dici che ci servono “armi nuove contro un vecchio delitto che però si presenta in nuove forme”, cosa significa?
Sento, come penso tutte, che c’è una ripetizione di questo tema che però è meno ripetitiva di quello che sembra, questa volta. In primo luogo c’è questo appello di uomini ad altri uomini che rassicura gli uomini stessi. Le ronde significa dire alle donne: “Vi proteggiamo noi uomini” ma soprattutto rassicurasi tra uomini sul fatto di essere virili perché si riesce a proteggere le “proprie” donne e riguarda il maschile come tale. Un maschile molto svirilizzato perché molto spesso quando c’è l’appello ai muscoli questo parte da un maschile molto svirilizzato. E’ già successo in America dopo l’11 settembre ed alcune scrittrici americane lo hanno descritto molto bene. Per esempio Susan Faludi nel suo libro “Il sesso del terrore” racconta in forma di inchiesta questi elementi della sicurezza giocati dentro al tentativo di rivirilizzare la società.
La seconda questione è molto scomoda da affrontare a sinistra e nell’estrema sinistra ed è l’elemento etnico che è presente in questo rigurgito di stupri. I dati dicono che su dato nazionale questo elemento non è rilevante, mentre in alcune zone come la città di Roma aumenta moltissimo e c’è una specificità rumena su questi fatti. Resta vero che la causa principale di sofferenza e morte delle donne occidentali e nella fattispecie europee resta la violenza domestica e familiare, ma credo che ci sia una componente di stupro etnico. E’ un termine forte ma è connesso alla globalizzazione. Con la globalizzazione questo elemento sta aumentando. Sono uomini di un’etnia che stuprano donne di un’altra etnia non in quanto donne “altre” ma in quanto donne “degli altri”. E’ di nuovo una lotta tra uomini che si fa attraverso il corpo delle donne. Questo elemento riguarda anche le violenze degli italiani sulle immigrate e riguarda soprattutto il mercato del sesso. E’ un argomento di cui non si parla mai, ma con la globalizzazione il mercato e il turismo sessuale di occidentali si sono intensificati in maniera impressionante, soprattutto dal punto di vista del turismo sessuale che ha sempre questo elemento di valenza etnica. La terza questione è l’elemento delle violenze tra giovanissimi che fa intuire una perdita di grammatica, di linguaggio nel rapporto tra i sessi.

Spesso queste sono violenze di branco e coinvolgono il come si vivono l’affettività e la sessualità. Colpisce molto il caso della ragazza di 17 anno che mente sullo stupro per non confessare di aver passato la notte col fidanzato…
Bisogna stare attente a non stimolare nelle donne, soprattutto in quelle giovani, un elemento di identificazione con la condizione della vittima. Forse per questa ragazza è più facile dire di essere vittima di violenza sessuale piuttosto che confessare la propria sessualità vissuta liberamente. Questo dice molto sullo stato delle relazioni soprattutto su quelle familiari e sulla mancanza di libertà che si vede in questa concezione della sessualità. Siamo un paese in cui il secondo posto del Festival di Sanremo, quindi della più grande vetrina nazional-popolare è stato vinto da un brano che parla della “redenzione” di un gay. Dopo mesi e ormai anni di dibattiti, di pacs di riconoscimento della libertà negli orientamenti sessuali, l’unico modo in cui l’argomento arriva in questa tribuna è nella forma della “redenzione”. Come sempre le vicende che hanno a che fare col sesso danno un lettura della civiltà e dello stato delle libertà in società.

Parlavi di una componente culturale. Non c’è anche una cultura della donna sottomessa che in altri paesi può essere più radicata.
Io credo, ammettendo di saperne poco, che questo elemento sia presente come dato specifico delle varie culture. Forse, ma sarebbe importantissimo indagare e saperne di più, che sia per esempio una componente meno accentuata tra gli islamici dove la condizione di sottomissione della donna si esprime in termini di controllo e oppressione sociale ma non di violenza sessuale. Io credo che tutti quelli che si sono occupati di migranti hanno molto spesso sottovalutato l’elemento di conflitto tra i sessi come elemento problematico e di complicazione nel rapporto con i migranti.

Dal sito Global Project del 03/03/2009

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