Lo Zen e l’arte di sopravviverci

ZenA Palermo, 40 anni fa nasceva il quartiere disegnato dall’architetto oggi simbolo del degrado cittadino.

Alle tre del pomeriggio di domenica l’insula è deserta. Solo tre ragazzi, meno di diciotto anni a testa, giubbotti firmati, jeans di marca e sneakers, stanno appoggiati a un muretto. Uno di loro si stacca dal gruppo, avvicinandosi con una scusa: «Ce l’hai una sigaretta?». Controlla i movimenti, cerca di capire chi ha davanti. Un fischio ripetuto rimbalza attraverso i camminamenti, arriva fin qui. Il ragazzo infila la sigaretta ancora spenta dietro l’orecchio, ripete il fischio. «Sbirri!», grida. I tre pusher saltano dietro il muro, svicolano per scale e androni. Adesso l’insula è veramente deserta. Dopo qualche minuto, scivola lenta lungo la strada dello Zen una volante della polizia.

Ha cambiato nome lo Zen 2, adesso si chiama quartiere San Filippo Neri, ma non molto altro è cambiato. Per chi è venuto qui venti o dieci o cinque anni fa, la Zona Espansione Nord al primo impatto offre sempre lo stesso paesaggio: carcasse di auto abbandonate, piccoli traffici, panni stesi alle finestre, un’umanità formicolante nel dedalo delle insule, come vengono chiamati gli alveari sui quali si affacciano gli appartamenti.

No, non è vero. Qualcosa di diverso c’è: l’infilata di antenne paraboliche affacciate alle finestre. «Queste paraboliche? L’ultimo regalo dei politici», spiega Fabrizio Ferrandelli, consigliere comunale d’opposizione. «A ogni elezione si presentavano qui a raccogliere voti, in cambio davano antenne paraboliche. Arrivavano con i furgoni pieni. Basta guardare le marche sulle padelle per risalire al nome di chi le ha regalate».

Zen, o per la precisione Zen 2, sotto il cielo ampio e attraversato da nuvole veloci della Piana dei Colli di Palermo, dove nel Settecento le famiglie della migliore nobiltà siciliana vennero a costruire le proprie ville prima di affondare nei debiti e nei pignoramenti. Forse non a caso, quasi per contrappasso, quarant’anni fa l’Istituto autonomo case popolari individuò quest’ampia zona pianeggiante per costruire nuovi alloggi destinati agli sfrattati da casupole e catoj del centro storico. Risale al 1969 il concorso per la progettazione dello Zen 2, vinto dallo studio milanese di Vittorio Gregotti.

Una cosa hanno imparato i diecimila abitanti dello Zen: dog eats dog, cane mangia cane. Fin dagli anni Ottanta, quando le case ancora non collaudate, senza acqua né luce, furono occupate abusivamente. Francesco Dominici, muratore disoccupato, e sua moglie Vincenza allo Zen ci sono nati, si sono conosciuti, hanno avuto un figlio. Stavano all’insula 3, quando sono cominciati i lavori di ristrutturazione, hanno conquistato parte dell’ingresso di uno dei padiglioni, hanno tirato su una parete e un pavimento: per tre mesi hanno abitato qui, prima di andare a vivere in un palazzo del centro storico, abitato dai senza casa dello Zen, per un percorso inverso che riporta nel cuore di Palermo i figli di chi se ne andò vent’anni fa. Per alzare un muro abusivo, per chiudere uno spazio comune occorre prestigio personale o il pagamento di una licenza – da due a diecimila euro a seconda dei metri quadrati – al boss dell’insula. In un’insula, gli inquilini si sono organizzati: pagano una retta condominiale per le pulizie, per i lavori di allaccio abusivo alla conduttura dell’acquedotto, per la piccola manutenzione, con tanto di regolare ricevuta che poi presentano al Comune. Il Comune attraverso la sua municipalizzata, l’Amap, nega il regolare contratto di fornitura d’acqua perché i residenti sono occupanti abusivi, ma a volte rimborsa i costi dell’acqua ottenuta fuori da ogni regola. Leggi dello Zen: l’alloggio occupato può essere venduto, ceduto, acquistato. O meglio: il diritto all’abuso può essere venduto, ceduto, acquistato.

Per due anni Ferdinando Fava, ricercatore alla Scuola francese di alti studi di scienze sociali ha vissuto allo Zen. Ne ha tirato fuori un libro pubblicato prima in Francia e dopo in Italia: Lo Zen di Palermo. Antropologia dell’esclusione. Più di trecento pagine ricche di analisi e testimonianze, col tentativo di sfuggire alla solita rappresentazione.

Questura e carabinieri descrivono lo Zen come un luogo abitato da fantasmi, latitanti imprendibili, protetti dalla topografia stessa, da una rete di complicità che un tempo faceva capo a Totò Lo Piccolo, il boss di San Lorenzo arrestato con suo figlio Sandro a novembre del 2007.

Al centro di una strada un uomo vende i biglietti della riffa: un euro a cedola, se ne possono vincere duecento. Antonino Stagno per ventisette anni ha lavorato in un’azienda metalmeccanica, quando la fabbrica ha chiuso è rimasto disoccupato: «Che dovevo fare? Avevo 44 anni, nessuno mi pigliava. Dovevo mettermi a rubare? Faccio la lotteria». Molti campano così, allo Zen. Le donne non lavorano, stanno a casa, si alzano tardi, restano in pigiama, spesso i figli vengono travolti dall’indolenza materna, abbandonano la scuola, prendono la via della strada. Dai garage, dai sottoscala chiusi con grate metalliche arriva l’abbaiare dei cani: rottweiler, pit bull, esemplari da combattimento. Vengono addestrati ad attaccare: dog eats dog.

È il quartiere dei senza qualcosa. Senza casa, senza tetto, senza legge, senza diritti. Bice Mortillaro Salatiello è da anni su questa trincea, con il suo Laboratorio Zen Insieme, l’unico luogo di aggregazione. Sempre alla prese con pochi soldi, fondi pubblici tagliati e ridotti: «Ma se parli con quelli che abitano qui, non sentirai dire che il quartiere deve essere raso al suolo come le vele di Secondigliano. La gente vuole le cose che mancano, i servizi, i negozi, un mercato, le scuole». Bice ci ha sempre creduto, a ottantun anni ancora ci crede: racconta di iniziative piccole, quasi invisibili dentro lo sfascio dello Zen. In via Libertà, nella strada dello shopping, una signora esce dalla sua Smart. Porta a tracolla una borsa con la scritta LabZen2. È stata tagliata, cucita e confezionata nel quartiere dove la signora della Smart non ha mai messo piede. L’idea è di Maruzza Battaglia, amica di Bice. Ha convinto una stilista a preparare un prototipo, ha coinvolto Rosi, Sandra e Carmela, tutte e tre dello Zen che hanno lavorato in casa. Le prime sessanta borse sono andate a ruba, adesso Maruzza vorrebbe mettere in piedi una vera produzione. Non è facile. Qualcuna delle sarte si è tirata indietro, spiegando che il marito non voleva: l’indipendenza economica delle mogli crea problemi in famiglia. L’antropologia dell’esclusione, come la definisce Fava, produce identità forti o ambigue. Maria Grazia Gargano è nata in Francia da padre palermitano. È approdata allo Zen con due figlie. Sapeva che qui si poteva avere un casa. Una ragazza dello Zen ha meno possibilità di trovare lavoro, di uscire indenne dal quartiere. Una delle figlie di Maria Grazia quando era adolescente, si vergognava di ammettere che abitava lì: dai suoi amici si faceva lasciare in via Lanza di Scalea, il vialone che separa lo Zen dai comprensori di ville dei nuovi ricchi. Preferiva fare un chilometro a piedi di notte, piuttosto che confessare di essere zeniota. Così si definiscono gli abitanti dello zen. Quasi fossero una tribù esotica, buona per gli studi di antropologi e per articoli di giornalisti.

Di Gaetano Savatteri sul Corriere della Sera “Magazine” del 14/03/2009

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9 Risposte to “Lo Zen e l’arte di sopravviverci”

  1. Morena Says:

    …un articolo da brivido…le parole usate per descrivere la Zona Espansione Nord di Palermo (oggi, si, San Filippo Neri) e gli Zenioti si sono subito corredate di immagini nella mia mente…
    Lo Zen come luogo antropologico di esclusione…
    Una volta, a Palermo, ho avuto modo di conoscere un mio coetaneo, che vive allo Zen, il quale mi ha raccontato questo e altro ancora…un ragazzo disadattato due volte: perchè “zeniota” e per il suo essere costretto ad essere uno “zeniota”…un ragazzo di una sensibilità oltremisura, dai cui occhi riuscivi già a percepire la rassegnata disperazione…

  2. nicola Says:

    io allo zen come lo chiamate voi ci vivo ci sono cresciuto ci sono nato e sono ancora qui nn ce soltanto bice salatiello ma tante altre persone danno la vita e il cuore per questo quartiere persone che rimetto i soldi di tasca loro e nn crediate che siano ricchi sono operai suore preti che credono e hanno sempre creduto nel quartiere e nelle persone del quartiere io personalmente e tanti ragazzi della parrocchia san filippo neri facciamo un servizio vivo in quartiere e togliamo tanti ragazzi dala strada.
    il quartiere san filippo neri e un quartiere con molti problemi sociali ma andare a raccontare le storie dei pusher non lo migliora,lo degrada di piu e rovinate il lavoro che noi facciamo giorno. scrivete anche le cose belle le testimonianze di gente che e rimasta in quartiere e lavora onestamente e offre la sua vita per gli altri per ver risalire dal “fango ” lo zen

  3. Carmelo Says:

    Non è mia intenzione, e mi dispiace se hai percepito questo, mettere in risalto solo il male presente in quella zona di Palermo e che, anzi, sta allla base, nelle menti e nelle strategie, di chi ha pensato quel quartiere. Ragazzi e ragazze come te, che ogni giorno, ogni ora, si spendono per costruire e costruirsi un presente ed un futuro diverso da quello che vorrebbero imporgli, hanno partorito questa necessità di “lottare” in quanto ciò che nell’articolo viene descritto, ahimè, esiste; parlarne, “raccontare le storie dei pusher”, sono convinto che aiuti il vostro lavoro perchè l’arma più pericolosa, la forza principale dei poteri mafiosi, è il silenzio (anni fa Danilo Dolci diceva “il silenzio è complice”, e oggi anche Roberto Saviano, raccontando un’altra realtà, credo ci abbia dimostrato esattamente questo). Concordo tuttavia con te sul fatto che bisognerebbe parlare di più anche di esperienze come la vostra e, nel mio piccolo, provo a farlo, credimi! Buona fortuna e GRAZIE per quello che fate…per voi, per noi, per tutta la Sicilia!

  4. tot Says:

    u zen semu nuatri e nessunu ni p ghiccari fuara..si pi campari am’a spacciare si spaccia s’am’arrubbare s’arruabba s’am’ammazzare s’ammazza puntu e baista..vinitici vuatri ricchi o zen e biriti comu cariti rintra stu munnu..i boss ni fannu cuammeru picch ni fannu manciare..nuatri m’aviti a scusa ma ni tiniamu kistu al posto ri moriri i fame

  5. andrea Says:

    io sono convinto ke nello ZEN ci sono persone e persone come nel resto in tutto il mondo e nn deve esserci nessuno a dire di no xke e cosi punto e basta. comunque persone ke oggi stanno facendo di tutto x migliorare questo quartiere, persone ke si fa il qulo x portare un pezzo di pane a casa al contrario di ki si sente di essere ricco e nn fanno un cazzo tutti i santi giorni , e si credono di essere meglio di noi ,ma nn hanno capito ke nio siamo persone che diamo il “culo” x quel poco di stipendio ke portiamo a casa e loro sono i fangni .oggi io vedo lo zen come casa mia , nn mi vergognio assolutamente a dire che ci sto ,nn ho mai avuto problemi con nessuno xke c’è un detto ke dice “cu si fa i cazzi sua campa cent’anni”.

  6. paolo Says:

    non si giudicano le persone per quello che fanno,bisogna vedere anche il perche lo fanno.
    io allo zen 2 ci sono stato 19 anni,se non era per i miei genitori che mi (obbligavano) a trasferirmi a milano io ero ancora li.
    amo palermo è sono felice di aver vissuto allo zen dove ancora ho tanti amici……..un salutone ; )

  7. Anna Says:

    Ha dall 1986 che abito allo ZEN ecquivale addire ben 23 anni che abito allo ZEN, be’ all’inizio avevo 6 anni, e’ quando vidi per la prima volta la casa dove dovevamo abitare, io piangevo perche’ quella casa era buia, con il vetro del salone (che sarebbe all’entrata) quel vetro era rotto. All’inizio fu’ veramente dura, io mi ricordo come se fosse ieri, anche se avevo 6 anni, senza acqua e senza luce, tutte le sere (o quasi) verso le ore 20.00 o 20.30, in quelle strade buie succedeva di tutto, persino sparatoie, era veramente orribile, adesso che ci penso ho ancora i brividi. Comuncque da all’ora non so’ se dire che e’ migliorato o e’ peggiorato so soltanto che, oggi abito ancora allo zen naturalmente con mio marito e’ i miei 3 figli, cerchiamo sempre di far vedere alle bimbe, le cose nel migliore dei modi, anche se si sa’, apparte che e’ ovunqcue lo spaccio anche in vi della Liberta’ e’ lo sappiamo tutti benissimo, solo che lo ZEN e’ sempre stato visto cosi’ e’ lo sara’ sempre quindi io mi chiedo: a che vale dire che stiamo cercando di migliorare, anche se’ ci mancano le forze principali, se poi quando usciamo di qua le persone ci guardano dall’alto in basso come se’ avessimo la peste perche’ siamo dello ZEN. Quindi non prendiamoci per il culo perche’ sappiamo benissimo che anche se’ lo ZEN andra’ a migliorare noi avremo la nomina ma fuori dello ZEN fanno e’ faranno i fatti…

  8. alberto Says:

    L’articolo è molto interessante, lo leggo purtroppo solamente un anno dopo la sua pubblicazione. Sono milanese, vivo anche io in periferia, nel famigerato quartiere Quarto Oggiaro. Frequento l’Accademia di belle Arti di Brera e sto lavorando a un mio personale progetto fotografico sulle megastrutture popolari edificate dal secondo dopoguerra in poi. Per ora mi sono portato a casa alcuni scatti di tre diverse periferie: quella milanese (“le White” di Rogoredo, alcuni alveari di Quarto Oggiaro e di Rozzano), quella romana (il Corviale) e quella napoletana (le Vele di Scampia). Mi piacerebbe molto fare qualche scatto alle strutture dello Zen e cerco un cicerone disposto a guidarmi nella periferia, nella quale altrimenti sarei perso. Premetto che fotografo strutture e non persone e il mio lavoro non è affatto invadente nei confronti di chi abita li. Se stai leggendo queste righe e sei interessato a questo lavoro replica al messaggio, mi verrà notificato via mail. Grazie a tutti per l’attenzione! Alberto

  9. Carmelo Says:

    Ciao. Trovo molto interessante ci di cui ti occupi, ma purtroppo non so come aiutarti. Ti invito a seguire il blog comunque, ciao!

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