Quella destra estrema che si riproduce nel PdL

fascistiDopo la lucida analisi sul “veltronismo“, ancora un intervento di Giovanni De Luna, docente di Storia Contemporanea all’Università di Torino, questa volta sulla nascita del PdL, argomento già affrontato  su questo blog con l’articolo di Angelo D’Orsi.

Non ci sarà l’antifascismo tra i valori di riferimento per il nuovo partito della destra italiana. E del resto, a stento, dopo una «distrazione» iniziale, era stato recuperato nel neonato Partito democratico. Paradossalmente, in queste fasi concitate che precedono l’investitura di Berlusconi, è stato il solo Gianfranco Fini a richiamarsi alla Resistenza. Lo ha fatto in occasione della cerimonia alle Fosse Ardeatine, lo ha fatto, soprattutto, nel ribadire le stimmate «garantiste» della nostra carta costituzionale, gli antidoti contro tutte le derive plebiscitarie e maggioritarie racchiusi nelle sue norme. Ma troppi passaggi bruschi e innaturali ne hanno scandito il percorso, perché quelle posizioni possano avere un peso significativo. Così, il PdL sarà a immagine e somiglianza del suo capo, né fascista, né antifascista, sostanzialmente indifferente verso il problema, pronto a minimizzare («il confino come luogo di villeggiatura») o a enfatizzare (lo sterminio dei libici e le gesta criminali di Graziani) a seconda della convenienza e delle opportunità «aziendali».
Cancellata dal sistema dei partiti, la contrapposizione fascismo/antifascismo rimbalza nei luoghi in cui oggi le giovani generazioni si avvicinano alla politica. Negli scontri che si sono ripetuti nelle nostre università molti hanno voluto scorgere la ripetizione estenuata di antichi giochi di ruolo, la riproposizione fuori tempo massimo del confltto degli anni ’70, una sorta di «rappresentazione» in cui ci si menava soprattutto per riprendere la scena con i telefonini. Non è così. Oggi al posto delle sezioni del Msi, Fronte della Gioventù, Ordine Nuovo, ecc… ci sono le curve degli stadi e le organizzazioni ultras; oggi, al posto dei celerini e dei carabinieri che caricavano nel nome di uno Stato autoritario e paternalista, ci sono i poliziotti descritti da Bonini nel suo Acab, quelli che interpretano il proprio ruolo in una dimensione militante, aggressiva, predispondendosi a intervenire non per garantire l’ordine ma per combattere un nemico; oggi, soprattutto, c’è un razzismo che lascia affiorare fenomeni di intolleranza del tutto sconosciuti in quegli anni.
Già allora, per la verità, si insisteva su un antifascismo che, più che contro le nostalgie di Salò e gli squadristi di Almirante, si indirizzava contro il male oscuro della nostra democrazia, quel fondo fangoso e nascosto che si annidava nelle istituzioni, frutto di una «continuità dello Stato» che aveva lasciato in eredità all’Italia repubblicana uomini, cultura e mentalità del vecchio regime. A questo antifascismo, che era sostanzialmente una visione potenziata della democrazia, se ne accompagnava un altro di matrice classista, che lottava contro le gerarchie della fabbrica fordista, e che inseguiva i suoi avversari ovunque si presentassero i germi di oppressione e sfruttamento. Poi, per tutti gli anni 80 l’antifascismo si consumò in esangui rituali celebrativi fino agli anni ’90, quando il suo stretto rapporto con la democrazia ritornò a essere di attualità (il 25 aprile del 1994 a Milano) grazie ai successi elettorali di An, Forza Italia e della Lega.
Oggi è solo di questo antifascismo che si parla. E l’emergenza democratica da affrontare è quella dello scontro con il razzismo. Se 40 anni fa il mostro da sbattere in prima pagina era Valpreda, ballerino e anarchico, che come «belva umana» aveva i tratti delle ideologie sovversive del ‘900, (l’anarchia e il comunismo), oggi il mostro è rumeno, Karol Racz, stupratore, disoccupato, dai connotati bestiali e ripugnanti come si convengono all’Altro, al nemico identificato su basi etniche o religiose, ma anche nella sua fisicità, nel suo corpo. Si tratta di un cambiamento drastico che favorisce quelli che al razzismo e all’intolleranza del fascismo si richiamano esplicitamente, come Forza Nuova e la galassia che la circonda (150 mila simpatizzanti distribuiti in 200 circoli in tutta Italia) e come alcuni spezzoni della Lega. Nei loro confronti, «l’afascismo» di Berlusconi delinea uno scenario di questo tipo: un partito di destra saldamente maggioritario e padrone assoluto delle leve del potere; al suo interno i vari Gasparri, Alemanno, La Russa, ecc… antichi camerati, forse considerati «traditori» ma, sotto, sotto, in modo ammiccante, visti ancora come potenziali complici e comunque ancora capaci di esplicite solidarietà; una conseguente, palese, sensazione di impunità e di spavalda sicurezza. Si sentono protetti, si riconoscono nelle «ronde», nella possibilità di muoversi in «squadre» non solo tollerate ma autorizzate. E questo intreccio tra il loro ossequio formale alla legalità istituzionale e le loro pulsioni aggressivamente eversive è veramente l’aspetto in cui la continuità con il nostro passato novecentesco diventa più vistosa e significativa.

Di Giovanni De Luna su Il Manifesto del 27/03/2009

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2 Risposte to “Quella destra estrema che si riproduce nel PdL”

  1. Carlo Mazzola Says:

    Personalmente non sono molto d’accordo con questa analisi. A mio modo di vedere manca una riflessione sul vuoto ideologico che a partire dagli anni ’90 ha riguardato tutti i partiti moderati. Ormai tra PD, PDL e Casini non c’è nessuna differenza nelle idee di fondo, che sono quelle che poi dovrebbero (in teoria) determinare i programmi politici ,soprattutto quelli di lungo periodo. Invece il crollo del muro di Berlino e l’avvento del “pensiero unico” ha finito per far ammalare un po’ tutte le democrazie: noi qui in italia attribuiamo a Berlusconi la colpa di aver ucciso la politica, in polonia la danno ai fratelli kaczynski ed in generale viene data ai leader dei partiti che hanno goduto di una certa maggioranza negli ultimi 10 anni. Io non credo che Berlusconi sia a-fascista, io credo che Berlusconi sia “a-tutto” ed il problema maggiore è che anche altre forze politiche lo stanno seguendo a ruota.
    Per quanto riguarda il pericolo di un nuovo razzismo sono d’accordo con l’analisi di De Luna, anche se personalmente non temo Forza Nuova, che non ha alcuna presa sulla maggioranza degli italiani, ma temo la gente comune che dopo aver visto il tg fa ragionamenti del tipo “io non sono razzista, ma bisogna ammettere che questi rumeni sono pericolosi”. Quando sento una mamma fare ragionamenti di questo tipo comincio ad avere seriamente paura.
    saluti
    C.M.

  2. Carmelo Says:

    Innanzitutto grazie dell’intervento. Concordo con la sostanza di quello che dici; la direi tuttavia in questo modo: a partire dalla seconda metà degli anni Novanta la sinistra ha sostanzialmente rincorso la destra sul suo stesso terreno, in primis nelle politiche economico-sociali, mostrando l’assenza di una autonoma idea di società (sintomatico di ciò è la famosa frase di Nanni Moretti “D’Alema, dì qualcosa di sinistra…dilla anche non di sinistra ma dilla!”). L’egemonia culturale della destra si afferma, dunque, proprio in quanto dall’altro lato non si contrappone nulla di realmente alternativo e i governi di centrosinistra della seconda metà degli anni Novanta, così come il più recente del 2006, nell’applicare questa “assenza di idee forti” non hanno fatto altro che “aprire un’autostrada alla destra”, come lucidamente affermava il Subcomandante Marcos qualche anno fa.
    Il “veltronismo”, per concludere, credo sia l’ultima tappa di questo lungo percorso, ma una brutta copia che, in quanto tale, non è e non potrà mai essere perfettamente identica all’originale, tanto che mentre Berlusconi dal pulpito del Congresso di fondazione del PdL afferma di puntare al 51%, Veltroni è sparito e il suo partito ambisce ad un ben più modesto 25% al fine di non perire definitivamente!

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