G20 con morto e repressione

pestaggiQuasi 24 ore di giallo, poi l’annuncio: negli scontri è deceduto un uomo di 47 anni, Ian Tomlison, ufficialmente per infarto.

Ma la polizia viene messa sotto accusa. Nella notte e per tutta la giornata blitz nei «luoghi» di raduno degli attivisti. Per impedire le proteste. Al raid della polizia al centro sociale di Rampart Street era presente anche il nostro collaboratore da Londra.
Intervistato dall’Ansa e nella puntata di ieri sera di «Anno zero» su Raidue, il nostro giornalista ha raccontato di essersi preso un pugno in faccia da uno degli agenti, di essere stato ammanettato insieme ad altri presenti per quasi due ore. «Sono arrivati con un furgone con una scala e delle corde e sono saliti sul tetto. Erano squadre speciali – ha raccontato all’Ansa Gerbaudo – Ci siamo rifugiati in una stanza ma hanno sfondato la porta. Ci hanno picchiati, io mi sono preso un pugno in faccia. Poi, minacciandoci con i taser. Gli ho detto che ero un giornalista, ma non ha fatto alcuna differenza».
Una persona morta alle sette e mezza per «cause naturali» come sostiene il primo dispaccio della polizia, arrivato verso le undici di ieri notte. Anzi, un ragazzo trentenne morto dopo essere stato caricato malamente su una furgonetta, come dicono alcune voci che si rincorrono tra i manifestanti. O ancora un tifoso del Milwall preso a botte e che è morto dopo essere stato preso a manganellate come sostengono alcuni messaggi di testo che passano da telefonino a telefonino.
Prima che Scotland Yard renda nota nel pomeriggio di ieri l’identità della persona morta durante gli scontri nella City, versioni contrastanti si diffondono all’impazzata tra le persone reduci dalla protesta attorno alla Banca d’inghilterra e che si leccano ancora le ferite dopo gli scontri con la polizia durati fino a notte inoltrata. Poi, attorno alle tre del pomeriggio di ieri, finalmente arriva la notizia. La vittima è Ian Tomlison, età 47 anni, la causa del decesso un infarto, stando a quanto sostiene la polizia. A quanto pare viveva nella City ed era uscito a fare la spesa nel negozio vicino. Una persona che si è unita alla protesta all’ultimo minuto o che magari si è trovata per caso in mezzo agli scontri, ed è finita rinchiusa come centinaia di altri passanti e curiosi tra i cordoni della polizia, dove sarebbe collassato due volte prima di morire.
Prima che la polizia rendesse pubblici questi dettagli, la sensazione che si respirava era quella di un black-out informativo per evitare o quantomeno ritardare la risposta da parte dei manifestanti.
Nella notte, dopo gli scontri, gruppi di attivisti escono in perlustrazione per capire cosa stia succedendo e per cercare di avere più informazioni sull’accaduto. Ad aspettarli c’è una città blindata, dove la polizia continua a usare il pugno duro contro i manifestanti. Macchine della polizia che passano una dietro l’altra con le sirene spianate su strade altrimenti deserte. Furgoni delle forze dell’ordine parcheggiati uno dietro l’altro sulle strade principali, le fiancate ricoperte di graffiti che recitano «Fascisti, un lavoro decente». Elicotteri della polizia scandagliano le strade della City. I fari puntati sugli ultimi drappelli di manifestanti che non si sono ancora dispersi. A Bishopsgate, nel Climate Camp, il campeggio di protesta contro la borsa europea delle emissioni. decine di tende continuano ad occupare la strada, mentre centinaia di poliziotti anti-sommossa si preparano alla carica.
Martino, un ragazzo torinese che ha partecipato al Climate Camp, racconta che «hanno cominciato ad attaccarci nel primo pomeriggio. Poi verso le undici di sera hanno ricominciato a caricare. Ci siamo messi tutti quanti seduti con le mani alzate. A un certo hanno cominciato a camminarci sopra. Poi ci hanno sollevato di peso e ci hanno sbattuto a terra. Non mi aspettavo tanta violenza». Attorno a mezzanotte, drappelli di reduci dalla giornata di protesta vagano disorientati per le strade dell’East End in cerca di cibo e riposo. Ma c’è pure chi azzarda un giro nella City per vedere cosa sta succedendo. Incontrano una scena spettrale, le forze dell’ordine pattugliano le strade ancora ricoperte di detriti e spazzatura, fermando e perquisendo chiunque sembri un manifestante.
Più tardi nella notte la gente continua ad affluire al convergence centre a Moorgate, in mezzo alla City, dove in molti ancora non hanno saputo della notizia della persona deceduta. La gente cerca di rilassarsi un po’ dopo la tensione della giornata. La cucina prepara cibo vegano. Centinaia di ragazzi stanno sdraiati sui sacchi a pelo, sparpagliati per i vari piani dell’edificio. La polizia fuori a fotografare chiunque entri o esca.
Poi nella mattinata, mentre la gente comincia ad organizzarsi per andare all’Excel Centre o in centro per protestare contro la violenza della polizia, la presenza delle forze dell’ordine si fa più minacciosa. Verso l’una parte il raid. Manuele, un ragazzo italiano che si trovava sul luogo, racconta: «Eravamo in assemblea, quando abbiamo sentito qualcuno che tentava di sfondare la porta. Di colpo ci siamo trovati di fronte a un centinaio di poliziotti anti-sommossa. Chi è riuscito si è rifugiato in una stanza. Chi non ce l’ha fatta è stato buttato a terra e malmenato». Tutta la gente nell’edificio viene ammanettata. Poi vengono fotografati uno ad uno – a quanto dice la polizia – per individuare i protagonisti degli scontri di piazza.
In contemporanea, la polizia assedia il centro sociale rampArt a Whitechapel. Una ventina di poliziotti delle forze speciali attaccano l’edificio dal tetto. Sfondano le porte impugnando pistole elettriche taser, prendono a pugni e calci chi cerca di fuggire o non risponde all’istante agli ordini. A un ragazzo viene fracassata la testa, a un altro rompono il naso. Se li portano via assieme ad altre due persone che avrebbero opposto resistenza.
Questi attacchi violenti contro i luoghi dove i manifestanti riposavano dopo una lunga giornata di protesta riportano alla memoria la violenza di Genova, con l’attacco indiscriminato contro manifestanti pacifici usati come capro espiatorio per la violenza in strada. Il risultato ottenuto dalla polizia è quello di bloccare o quantomeno spaventare centinaia di persone che volevano partecipare alle proteste all’Excel Centre cosi come quelle organizzate attorno alla Banca d’Inghilterra per chiedere un’inchiesta indipendente sulla morte di Ian Tomlinson. In poche centinaia si fanno vedere di fronte al centro conferenze dove sono riuniti i Grandi. Tutta la zona è circondata da un imponente dispositivo di sicurezza. In molti decidono invece di tornare a protestare nella City per chiarire che non basteranno 88 arresti, decine di persone ferite, la morte tragica di Ian Tomlinson, l’esperienza angosciante dei cordonamenti e gli attacchi indiscriminati contro gli spazi sociali a mettere a tacere questo movimento.

Di Paolo Gerbaudo su Il Manifesto del 03/04/2009

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Una Risposta to “G20 con morto e repressione”

  1. Morena Says:

    Al solito…il potere delle parole di evocare immagini mentali…parole di così vivido valore descrittivo generano immagini di ineguagliabile valore “emotivo”…e di lì a poco angoscia, paura, panico, terrore a coronare il pensiero dell’evento…proprio questo è l’obiettivo: mettere a tacere il movimento attraverso questo clima di repressione e violenza.
    Finisce bene l’articolo, con una punta di ottimismo e slancio vitale…nonostante “mala tempora currunt”, nessun arresto, nessun ferito, nessun morto, nessun attacco deve poter fermare il movimento…continuons le combat!

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