In tempi di crisi, cacciate i soldi!

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IN TEMPI DI CRISI NON BASTA VIVERE PER LAVORARE NE’ LAVORARE PER VIVERE.

La questione del reddito o del salario, sociale o garantito.

Di Francesco Caruso

Comitati, cortei, assemblee, manifestazioni, convegni: da molti anni il tema è sempre più centrale nell’agenda politica dei movimenti. Parliamo del salario garantito o, per chi preferisce, del reddito sociale ma volendo possiamo anche intercambiare i termini e parlare di reddito garantito e del salario sociale: come lo si chiami è relativo, soprattutto se l’impegno a specificare i dettagli terminologici è inversamente proporzionale alla capacità di costruzione di conflitto e mobilitazione.
Se fino a ieri questa battaglia sociale veniva liquidata, anche da ampi settori della sinistra, come puro assistenzialismo e parassitismo sociale, oggi i drammatici effetti sociali della crisi ripropongono non solo l’urgenza di simili provvedimenti ma disvelano il dispositivo ideologico neoliberista che sottende a quest’assurdo capovolgimento dei ruoli, nel quale l’assistenzialismo verso i bisognosi è rappresentato come un atto criminale, mentre diventa un’azione virtuosa allorquando viene indirizzata verso grandi banche, imprese e multinazionali.
E così oggi finanche gli strenui sostenitori del neoliberismo arrivano a definire la necessità di una qualche forma di sostegno economico per chi vive sul pericoloso crinale tra precarietà e disoccupazione: con la cassintegrazione che vola al 554%, i sussidi di disoccupazione che riguardano ormai 370.000 persone, tuttavia ancora si stenta a definire la complessità e la gravità del problema.
I provvedimenti anti-crisi del governo Berlusconi sono ridicoli nella forma e nella sostanza.
Per i naufraghi della precarietà, quell’universo sempre più esteso di atipici e precari, dinanzi all’eventualità non certo remota del mancato rinnovo del contratto, il ministro Sacconi ha promesso infatti una copertura del 20% sull’ultimo reddito annuale, in pratica il governo garantisce, ma solo per 1 su dieci degli 800.00 atipici, un sostegno corrispondente all’incirca a due mensilità, poi arrivederci e buona fortuna.
Per i milioni di disoccupati, che aumentano ogni giorno a ritmi vertiginosi, nulla di nulla: finanche per il bonus famiglia, anch’esso un contributo una tantum di poche centinaia di euro cui hanno potuto usufruire 2.300.000 famiglie (sempre e comunque famiglie e mai individui), bisogna percepire pur sempre un reddito o una pensione, precludendo così l’accesso a quei milioni di uomini e donne che maggiormente ne avrebbero bisogno proprio perchè senza alcun reddito.
E’ l’ennesima operazione ipocrita di un governo Berlusconi che invece di accreditare semplicemente – e a costo zero – un piccolo aumento per le pensioni più misere, preferisce distribuire ai medesimi destinatari 537.000 “tessere del pane”, le cosiddette social card con tanto di bollino della presidenza del Consiglio dei Ministri, sperperando una parte consistente dei fondi per la convenzione con i circuiti bancari e consegnando circa il 30% delle tessere a beneficiari che l’avranno eternamente vuota per l’innalzamento successivo dei requisiti richiesti.
Ma è lo spot che conta, non certo la sostanza.
E’ l’ipocrisia di un governo che in risposta ad una direttiva dell’Unione Europea in tema di pensioni sulla non discriminazione tra uomini e donne, propone immediatamente l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne a 65 anni, e non gli sfiora nemmeno per l’anticamera del cervello la possibilità di pensare al contrario, ossia abbassare l’età pensionabile a 60 anni per tutti, auspicabile in nome dell’equazione logica del “lavorare meno, lavorare tutti” e praticabile alla luce del disavanzo di oltre 11 miliardi di euro registrato nel bilancio 2008 dell’INPS.
Berlusconi continua a fare, come dice un proverbio napoletano, il sazio che non crede al digiuno: l’esortazione a non lasciarsi influenzare dalla crisi e continuare a spendere e consumare, suona alle orecchie di un cassintegrato che guadagna 830 euro al mese come un insulto da parte di un presidente del consiglio che nel 2008 ha dichiarato 139.000.000 di euro e ricorda molto da vicino l’esortazione della regina Maria Antonietta ai parigini di mangiare brioches se non c’era più pane in città.
Ma se Berlusconi ritiene l’attività di governo simile all’arte della vendita truffaldina di aspirapolveri o detersivi scaduti, anche dall’altro versante politico non manca una buona dose di ipocrisia.
Certamente la proposta di Franceschini dell’indennità di disoccupazione invece può apparire meno indecorosa delle indegne politiche del governo Berlusconi, tuttavia resta anch’essa comunque segnata da profonde ambiguità.
In primo luogo vi è un approcio perverso per il quale l’erogazione di un’indennità rappresenta una controrisposta alla facilità di uscita dal mercato del lavoro e mai alla difficoltà di entrata, generando in questo modo una differenzazione assurda tra disoccupati di serie A e disoccupati di serie B.
A questa differenzazione ne è seguita un’ulterire compartimentazione che svuota il significato stesso del termine indennità di disoccupazione allorquando lo stesso Franceschini si è precipitato a puntualizzare che la sua proposta non era troppo dispensiosa, in quanto delimitava la platea ai soli lavoratori che dal 1 settembre 2008 al 31 dicembre 2009 hanno perso o perderanno il lavoro, non certo per tutti i disoccupati o i licenziati.
Ma la cosa che fà più rabbia è come solo pochi mesi fà gli stessi dirigenti del Partito Democratico, quando avevano una maggioranza per varare un provvedimento simile e non solo agitarlo propagandisticamente, si rifiutavano finanche di calendarizzare e discutere in sede di commissione parlamentare la proposta di legge n.2035 “Istituzione del reddito sociale”, etichettandola come misura assistenzialistica.
L’ipocrisia è anche questo: dire una cosa quando si è all’opposizione, e fare l’opposto quando si è al governo. Troppo facile, molto ipocrita.
Ma al di là del teatrino della politica-spettacolo, il problema centrale resta il superamento di quell’egemonia culturale neoliberista per la quale se i soldi vanno ai diretti interessati si chiama assistenzialismo, mentre se vanno agli avvoltoi della spesa pubblica, cioè grandi imprese, banche e palazzinari, si chiamano incentivi allo sviluppo.
Un esempio paradigmatico è la vicenda della Fiat Pomigliano, oggi al centro di una forte mobilitazione sociale contro il saccheggio dell’azienda torinese: solo con l’accordo di programma sottoscritto nel 2003 la Fiat ha incassato 2,5 miliardi di euro per un rilancio produttivo che, allo scadere degli obblighi contrattuali, è svanito nel nulla.
2,5 miliardi di euro in 5 anni fanno all’incirca un miliardo di vecchie lire per ognuno dei circa 5.000 lavoratori di Pomigliano, in pratica un 6 all’enalotto per tutti, senza contare gli incentivi, la rottamazione, con i quali probabilmente avrebbero potuto incassare all’incirca il salario indicizzato e comprensivo di tredicesima, per i prossimi 100 anni: un reddito garantito per tre generazioni, padre, figlio e nipote, in cambio della sola rinuncia per 5 anni a svegliarsi alle 4.30 del mattino per svolgere otto ore di lavoro nei reparti verniciatura o carrozzeria.
In quale tasche invece siano finiti quei 2,5 miliardi di euro è fin troppo facile intuirlo.
Il ritornello del brandire la minaccia di licenziamenti e cassintegrazione come arma di ricatto nei confronti delle istituzioni politiche per estorcere ulteriore finanziamento pubblico è una strategia ben nota nel mezzogiorno, nella quale la commistione tra una classe politica parassitaria e una classe imprenditoriale altrettanto parassitaria produce esclusivamente un eterno drenaggio di denaro pubblico, ecomostri industriali, capannoni vuoti e, nel caso della Fiat, immensi piazzali pieni zeppi di auto che sempre meno persone potranno permettersi di acquistare.
E’ questo il cuore del problema, questa commistione parassitaria sulla quale si fonda il potere criminale nel mezzogiorno: non c’entra nè la mafia nè la camorra, ma piuttosto una classe politica meridionale che ha fatto dell’accesso discrezionale ad un sistema di welfare selettivo fondato sulla clientela, il sistema per perpetuare il proprio potere.
Questa criminalità organizzata nei partiti politici ha deliberatamente osteggiato negli ultimi decenni qualsiasi forma di accesso universalistico al reddito come invece progressivamente attuato dagli anni ‘60 in poi in tutti i paesi dell’Unione Europea: l’Arbeitslosengeld tedesco, l’ Income support britannico, l’ RMI francese non hanno mai trovato un corrispondente in Italia, caso unico insieme alla Grecia.
Un erogazione universalistica rappresenterebbe infatti uno strumento efficace per scardinare l’approccio e la percezione individuale alla crisi, ma soprattutto uno strumento a di poco “eversivo” per chi gestisce il potere proprio attraverso la discezionalità sul terreno dell’inclusione sociale. Il silenzio di una parte consistente della sinistra, intrisa del mito lavorista della piena occupazione, ha fatto il resto.
E così ciò che per un disoccupato nostrano è un favore da implorare al potente di turno, nel resto d’Europa è un diritto soggettivo esigibile: che siano i 1153 euro mensili danesi, o le 170 sterline settimanali in Inghilterra o i 740 euro in Belgio, basta recarsi semplicemente in un ufficio in qualsiasi paese dell’Unione Europea per poterne usufruire.
Uffici molto simili ai nostri centri per l’impiego che forniscono assitenza nel trovare lavoro, organizzano percorsi di aggiornamento e formazione professionale, colloqui di lavoro, ma soprattutto erogano un sostegno monetario, garantiscono una casa ma anche tessere gratuite per il trasporto gratuito, schede telefoniche e ogni altro strumento che faciliti la ricerca di lavoro.
Da noi al massimo ti mettevano un timbro sul libretto, poi hanno deciso di non fare più nemmeno quello.
Se pensiamo invece a quante marchette e clientele, mediazioni politiche e sindacali dei professionisti del welfare selettivo, sono necessarie per aver accesso al diritto striminzito alla cassintegrazione, limitato comunque a sole 52 settimane, precluso comunque alla stragrande maggioranza dei lavoratori e a tutti i precari e i disoccupati, si disvela chiaramente l’ipocrisia dei tanti politici, economisti, esperti, intelettuali che invocano e assolutizzano come destino ineluttabile determinate scelte di politica economica, come ad esempio tagli alle spese sociali e privatizzazioni, in nome di un entità incontestabile che è l’Europa; la stessa Europea che però ignorano, disattendono e contraddicono quando invece si tratta di adeguarsi sul terreno delle politiche di inclusione sociale.
Ma coloro i quali hanno ingrassato e ingrossato i loro portafogli in questi decenni con gli aiuti di stato, oggi sono i primi a saltar sulla sedia e gridare allo scandalo, e denunciare a gran voce come i soldi per un simile provvedimento non ci sono!
Eppure basterebbe intaccare in minima parte proprio quel fiume di miliardi di finanziamenti pubblici nazionale ed europei, che tra un fas e un fse, un por e un pit, finiscono sempre nelle stesse tasche.
Troppo demagogico? Proviamo a dirlo in altre parole, ma il problema resta ugualmente quello di mettere le mani nelle tasche giuste, cioè quelle belle piene.
Piuttosto che lo scudo fiscale che a breve il governo Berlusconi varerà in risposta all’offensiva internazionale sui paradisi fiscali, basterebbe una tassazione simile a quella a cui sono sottoposti i cassintegrati italiani, cioè del 20%, ad esempio sui 300 miliardi di euro che i ricchi italiani hanno depositato in questi anni nei conti in Svizzera per sfuggire al fisco, ora che il paese elvetico si appresta ad abrogare il segreto bancario.
O equiparare la tassazione delle rendite a quella dei salari, riformando un sistema fiscale unico al mondo nel quale i salari vengono tassati al 20% e le rendite solo del 12%.
Per non parlare dei 29,2 miliardi annuali di spese militari, dei 4,5 miliardi che si possono trovare ripristinando l’ICI per le sole case del valore superiore al milione di euro, dei miliardi che si possono ricavare tassando i redditi e le rendite superiori ai 250.000 euro o i 158.850 miliardi di euro depositati in BOT.
Miliardi e miliardi che possono diventare uno strumento in grado di rispondere all’emergenza sociale, dando i soldi direttamente a coloro i quali non li hanno, come avviene normalmente in tutt’Europa.
Ma di questo nessuno, guarda caso, ne parla.
Si parla invece sempre, e a sproposito, dei rischi di parassitismo insiti nell’erogazione di un sussidio di disoccupazione, nell’esplosione esponenziale di lavoro nero che questo comporterebbe: nessuno andrebbe più a lavorare, dicono lor signori, e lo dicono soprattutto coloro i quali non hanno mai lavorato in vita loro!
Eppure i fatti concreti dimostrano esattamente il contrario e cioè che è l’Italia la vera patria del lavoro nero e della disoccupazione, non certo i paesi nei quali esiste una qualche forma di reddito sociale: basterebbe affiancare dispositivi virtuosi, che stimolino un’intrapresa già di per sè rafforzata dalla garanzia sociale di una certezza economica, ed un sistema efficace di contrasto al lavoro nero di cui nel nostro paese nessuno si è mai preoccupato di realizzare.
Perchè tra il parassitismo sociale e lo sfruttamento salariato, la precarietà selvaggia, il caporalato legalizzato, uno spazio altro esiste, per quanto i parassiti dello sfruttamento si ostinano a negare.

Dal blog di Francesco Caruso del 02/04/2009

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