Il boom delle case popolari: 23 milioni prima del crollo

terremoto AbruzzoIl conto alla rovescia della distruzione del centro storico della città dell’Aquila era iniziato quasi vent’anni fa. Cattive costruzioni, appalti poco trasparenti per la gestione dei cantieri pubblici, scuole pericolanti ignorate per anni, certificati di abitabilità mai rilasciati: ha un volto tutto umano la catastrofe che ha lasciato 294 morti, un migliaio di feriti, l’intero sistema pubblico in ginocchio. La storia politica – e giudiziaria – della città è l’unica vera macchina che poteva prevedere quanto è accaduto la notte dei sei aprile.

Il procuratore dell’Aquila Alfredo Rossini ha avuto un momento di paura vedendo le condizioni degli uffici del tribunale. Se il terremoto avesse colpito la città in orario d’ufficio probabilmente non ci sarebbe stato nessuno a condurre l’inchiesta sugli edifici pubblici venuti giù in pochi secondi, lunedì sei aprile. Le macerie hanno coperto i fascicoli e le scrivanie, la polvere ha sommerso l’archivio e le stanze della procura sono oggi inaccessibili.
E forse gli inquirenti dovranno ripartire dalle pagine dei tanti faldoni che negli anni Novanta già si occuparono di cemento e politica. Cantieri che molto spesso hanno partorito palazzi fatti di calcestruzzo più simile al marzapane che alla pietra, in buona parte pagati con i soldi pubblici. Come le case popolari, quasi tutte inagibili dopo il sisma: ben 4.000 su 6.500. Eppure solo nel 2002 l’Ater dell’Aquila (l’azienda provinciale per l’edilizia residenziale) annunciava una valanga di fondi, 23 milioni di euro per risanare due quartieri e per avviare la realizzazione della «città dello studente». Un annuncio crudele, riletto oggi.
È un viaggio nel groviglio di soldi pubblici, tangenti, arresti, politici riciclati, aziende troppo furbe e tanto, tanto cemento quello che porta dritto al cuore del dopo terremoto. Ed è un viaggio che si conclude – almeno per ora – con lo sconforto del «nessun colpevole». Giuseppe Placidi, ex Dc, passato nell’Udc, candidato con la lista del centrodestra alle ultime regionali, era il sindaco dell’Aquila quando il grande cantiere dell’ospedale San Salvatore era in piena attività, dopo l’appalto vinto dall’Impregilo. È uscito pulito, come si sul dire, dai tanti processi che lo hanno riguardato, anche grazie alle prescrizioni dei reati dell’epoca. Era accusato, tra l’altro, di aver avuto un occhio di riguardo per la Cogefar – così si chiamava l’Imprengilo all’epoca – per i lavori all’ospedale e di averne chiuso uno di troppo per un mancato intervento di consolidamento di una scuola elementare, poi dichiarata inagibile. Uscito indenne da tangentopoli, è poi ritornato in politica, sempre con il pallino dei cantieri pubblici. Fu proprio lui, come presidente dell’Ater, ad annunciare i 23 milioni per l’edilizia popolare alla fine del 2002. Il pallino per l’edilizia gli costò anche il carcere nel ’93, quando venne arrestato per abuso d’ufficio e falso ideologico. L’inchiesta, ancora una volta, riguardava la gestione delle concessioni edilizie.
La storia dei palazzinari aquilani è perlomeno curiosa. Fine settembre 1994, periferia della città. L’edificio sede dell’associazione nazionale costruttori edili viene sequestrato dai magistrati. Manca, infatti, l’abitabilità. Non solo. Nella sede dei costruttori – secondo l’indagine dell’epoca – ci doveva essere una palestra. Un cambio di destinazione d’uso che costò al sindaco Placidi un altro processo. Anche in questo caso tutti furono assolti in appello, qualche anno dopo le indagini.
Quanto pesi l’economia del cemento nella città distrutta lo ha capito il procuratore Rossini, che ieri spiegava come l’indagine aperta dopo il terremoto «è la madre di tutte le inchieste». «Vogliamo capire perche sono crollati quei palazzi che non dovevano crollare – ha spiegato – se sono stati usati materiali scadenti, se si è speculato sul cemento, se ci sono state cattive progettazioni, o collaudi sbagliati». Un’inchiesta per ricostruire il percorso del cemento, l’economia dei cantieri, i trucchi per risparmiare aggiungendo acqua nel calcestruzzo o rivedendo i progetti per tagliare i costi.
Al centro dell’attenzione della Procura c’è ovviamente l’ospedale San Salvatore – il simbolo ormai mondiale del terremoto -, la cui gara per il completamento vide proprio Placidi come protagonista. La realizzazione dei primi cinque lotti – ovvero gran parte della struttura portante – iniziò dopo il 1972 con una ditta pugliese, poi fallita. Impregilo aveva l’incarico di terminare il sesto lotto del progetto e di aprire le porte dell’ospedale entro i primi mesi del 1993. Così era stato stabilito e l’annuncio servì ad alimentare un bel po’ di campagne elettorali per tutti gli anni Novanta. Oggi il primo atto della procura sarà probabilmente ricostruire chi ha realizzato le parti che hanno avuto un cedimento strutturale. Non sarà semplice. Nei giorni scorsi i tecnici stavano verificando colonna per colonna la qualità del cemento usato, alla ricerca dei trucchi non consentiti.
Sulla qualità del cemento usato mette oggi la mano sul fuoco l’associazione dei costruttori, quella stessa dell’edificio sequestrato per mancata abitabilità. «All’Aquila il calcestruzzo viene fatto e confezionato con gli inerti che si producono macinando la roccia delle nostre montagne, un prodotto ottimale», ha spiegato Giuseppe Barattelli, il decano dei costruttori della zona. Di sabbia di mare non ne ha mai sentito parlare, spiega, anche perché il trasporto avrebbe costi proibitivi. Converrebbe, magari, guardare più vicino, nelle tante cave e nei tanti cementifici che solo un paio di giorni dopo il terremoto già erano di nuovo in funzione.

Di Andrea Palladino su Il Manifesto del 14/04/2009

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