Ha dato una lezione contro il settarismo. Cosa direbbe oggi a questa sinistra minoritaria?

gramsciIl 27 aprile 1937, dopo una dura detenzione nel carcere di Turi, moriva Antonio Gramsci, il più grande pensatore politico del ‘900.

In una breve nota del 1932, scritta nel carcere fascista di Turi, Gramsci parla del «concio della storia». È una spietata riflessione sulle conseguenze della sconfitta storica subita dal movimento operaio negli anni ’20 e al tempo stesso la riaffermazione della volontà di continuare la lotta. Nessuno vuole essere concio della storia, concime per il futuro, dice Gramsci. Eppure, se non si può altro, anche questo vale la pena di fare: lavorare per preparare la riscossa anche sapendo che non se ne vedranno i frutti. In effetti, il «concime» che Gramsci ha saputo lasciare al suo partito, alle classi lavoratrici, a chiunque voglia un mondo non a misura del capitale è stato un contributo fondamentale per far crescere, dopo il 25 aprile 1945, un nuovo Partito comunista di massa radicato nella società. Si può ovviamente discutere su quanto del lascito teorico gramsciano i suoi successori siano riusciti a tradurre in esperienza politica concreta, in rapporto alle situazioni sempre nuove che il procedere della storia propone. È innegabile però che il seme che Gramsci aveva piantato non andò perso.
Erano in parte idee elaborate da Gramsci e dal gruppo dirigente comunista che egli aveva raccolto attorno a sé dal 1924, dopo la fase bordighista, estremista e settaria, del Partito comunista, prima che il fascismo chiudesse ogni spazio di azione legale e che l’Internazionale stalinizzata prendesse (almeno per alcuni anni) la strada suicida del «socialfascismo», che considerava come nemica tutta la sinistra non comunista. Gramsci e i suoi sostenevano che il Partito comunista non doveva essere un «organo» della classe ma una sua «parte», accompagnandone con pazienza la maturazione senza diventare un’avanguardia solipsistica e autoreferenziale; affermavano la necessità di assumere un «punto di vista di massa», avendo la capacità di porsi i grandi problemi della società tutta e rifuggendo dal minoritarismo; riprendevano il tema leninista della necessità delle alleanze, senza le quali non si sarebbe riusciti a incidere e a rovesciare la sconfitta in riscossa.
Sono passati più di settant’anni dalla scomparsa di Gramsci, morto comunista e laico il 27 aprile 1937 in una clinica romana in seguito ai colpi lasciati dal carcere fascista sulla sua salute malferma e certo non – come pseudostorici hanno di recente tentato di sostenere senza alcuna base – per oscure macchinazioni di altri comunisti. Tante cose oggi sono diverse. Gli stessi concetti basilari di classe, partito, nazione vanno ripensati. E ne vanno tenuti presenti altri, che Gramsci aveva visto poco o niente. Resta però intatta la lezione di metodo che Gramsci ci ha lasciato: la volontà di rappresentare gli interessi della maggioranza della società, una politica delle alleanze, il fondare l’azione sull’analisi della realtà e non sulle nostre speranze, sui nostri sogni, sui nostri astratti schemi ideologici.
A partire da questa lezione le comuniste e i comunisti possono riprendere a essere non solo «concio della storia» (perché per fortuna la situazione non è oggi quella terribile del ’32), ma parte importante della società italiana, assumendo in primis i problemi dei lavoratori, ma anche quelli di tutti i «subalterni» (categoria gramsciana oggi non casualmente molto diffusa nel mondo, con cui Gramsci indica l’insieme dei soggetti in vario modo oppressi), per costruire insieme una nuova egemonia.
Sarà questo il modo migliore per ricordare Gramsci: farne ancora il nutrimento delle nostre lotte.

Di Guido Liguori su Liberazione del 28/04/2009

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