Donna patinata o vittima da proteggere: nella sfera pubblica non c’è altro spazio

corpo donnaL’immaginario politico ci ha tolto la parola. I media hanno fatto la loro parte mostrando, da un lato, corpi indecifrabili, plasmati secondo una mortifera perfezione e, dall’altro, corpi stuprati e sbattuti in prima pagina soltanto per invocare misure securitarie. Dal dibattito sparisce ogni questione legata invece alle vite quotidiane e all’esercizio della cittadinanza delle donne.

Ho spesso fantasticato su quali parole avrebbero utilizzato le donne della Rivoluzione francese se i tempi, le loro storie dentro la grande storia, fossero stati meno convulsi, invece della nota triade, libertà uguaglianza fraternità , le prime due altisonanti e la terza decisamente sessista, come ha dimostrato l’uso della ghigliottina appena qualche donna, come Olympe De Gouges, ha cercato di declinarle al femminile. Per me suonano bene Possibilità, Opportunità, Responsabilità , che certo possono risultare ambigue alle orecchie di qualcuno, ma quale parola non lo è in questi tempi di frammentazione delle vite, confusione dei sentimenti, manipolazione dei significati, proprio a cominciare da libertà, spesso sinonimo di prevaricazione e uguaglianza, interiorizzata come corsa ad eguagliare il peggio.
Le mie sono parole meno solenni, più legate a quella vita quotidiana così centrale nella possibilità, appunto, dello scorrere e trascorrere delle nostre vicende e così marginale nelle tematizzazioni della politica e della cultura, che segmentano gli aspetti del vivere, lavoro, studio, ricerca, oscurando quel miscuglio creativo che tutto lega e connette e costruisce senso nelle relazioni umane, di cui le donne, per la loro storia, sono maestre. Una storia che di questi tempi è particolarmente muta, e il mutismo è stato costruito ad arte giorno per giorno, soprattutto attraverso i media e il mercato (e quindi certamente pensato dalle cricche di potere che erodono il terreno della legalità con la copertura dell’illegalità e ristrutturano abilmente “case politiche” occultando i solidi pilastri del patriarcato e del capitalismo).
Un mutismo costruito attraverso la sovraesposizione di corpi e parole, tra loro separati e stridenti: da un lato donne dal corpo indecifrabile, plasmato ed esposto secondo i canoni di un modello sempre più autoreferenziale nella ricerca di una statica mortifera perfezione, indossano come pizzi e lustrini (o caste camicette da collegiale di buona famiglia) qualche citazione, da manualetto di second’ordine, di una storia politica femminile lunga e complessa, una storia che forse nelle loro vite non è ancora cominciata; dall’altro corpi di donne stuprate, picchiate, seviziate, assassinate, sbattute in prima pagina ad uso di richieste politiche che mirano a ripristinare le regole patriarcali nelle leggi e attraverso quelle fin dentro le relazioni più intime. Da questi due estremi di diverso e stridente mutismo vengono attratte tutte le immagini femminili, come da due poli magnetici, continuamente alimentati, che hanno la funzione di svuotare lo spazio intermedio, cancellando la multiforme realtà delle donne, non solo dai media, ma dallo stesso spazio dell’agire, in cui viene mortificata la possibilità di immaginare liberamente la propria vita e deprivato l’esercizio della cittadinanza (diritto alla salute, allo studio, al lavoro, alla maternità, alla casa, alle passeggiate notturne…).
Per un’immaginario della politica meno colonizzabile restano a disposizione le pochissime donne che avendo raggiunto una veneranda età senza ritirarsi a vita privata non possono essere scippate della propria storia e, per chi tenta di resistere all’attrazione, i tradizionali modelli emancipatori più o meno imitativi, con ruoli e professioni rigidamente declinati al maschile, ultima roccaforte armata e immodificabile di una lingua che per il resto vive invece di neologismi, ibridazioni, con-fusioni e commistioni di tutti i possibili registri, adeguati o meno, in tutte le situazioni pubbliche e private.
Possibilità quindi, che è molto più del “potere” sulla strada della libera costruzione delle identità e delle relazioni umane e molto molto meno su quella della definizione di modelli e regole a tutela di divisioni, esclusioni, gerarchie sociali, patacche nobilitanti costruite da una storia ben poco nobile di privilegi, sopraffazioni, collusioni, servitù e servilismi vari.
Opportunità mi piace perché ha il sapore della contingenza, l’apertura di un ventaglio di strade che lasciano alla giovani generazioni lo spazio per immaginarne e costruirne di nuove, una parola mite e concreta come potrebbero essere gli adulti se accettassero la consapevolezza di abitare il mistero del tempo e non ne precludessero l’esperienza a chi deve ancora crescere con comportamenti predatori e dissennati, devastanti per l’ambiente in cui viviamo e per l’ambiente che noi siamo.
Responsabilità è la parola che sento nascere dalla potenza generativa che portiamo nel nostro corpo di donne, rimescolata nelle fatiche e necessità, e spesso servitù, di mille cure per la piccola-grande quota di mondo tacitamente affidataci, ma anche espressione della sapienza di quell’appartenenza a sé che abbiamo intuito gridando, in un tempo recente della storia che ha unito più generazioni, “io sono mia”, sapienza impastata di passi inventati giorno per giorno, su terreni fragili e scoscesi, e traditori, sapendo di aver pagato per intero il prezzo di un riscatto che non può esserci chiesto per la seconda volta, mai.
Non siamo in vendita, non siamo a disposizione e per questo sappiamo che non esistono scelte indifferenti, che ogni passo apre una strada e ne chiude altre, che assumere la responsabilità della propria vita significa uscire dai sogni d’onnipotenza, dalle scorciatoie delle contrattazioni meschine, dall’ignoranza delle risorse da cui dipendiamo, dall’omertà sull’origine dei privilegi di cui godiamo se ne godiamo.
Responsabilità significa rendere visibile la propria storia diversa e cominciare ad agirla sul terreno della democrazia che è ancora poco conosciuto e frequentato.
Contro una visione della politica identificata con il discorso ex cathedra contaminato dalla spettacolarizzazione delle forme mediatico-pubblicitarie, voglio testimoniare quella politica che è il mio stesso vivere quotidiano, cercata nell’etica dei rapporti con i figli come con gli alunni e gli amici e gli amati, quella politica che ho conosciuto e sperimentato nei luoghi delle donne dove ho cercato la difficile coincidenza tra l’essere e l’esserci nella condivisione e mediazione continua del fare e del pensare.
Ci accompagnava, ancora vent’anni fa, quella parola, liberazione, che dice il senso concreto del costruire la possibilità per il desiderio umano di sottrarsi ai vincoli dell’abbrutimento, della necessità, della miseria materiale e morale, ma anche dello smarrimento di sé, della paura dell’ignoto che ci aspetta ogni giorno, della meschinità che ci tenta, liberazione di sogni e opportunità, liberazione di creatività e intelligenze ed esperienze. Così penso la politica, così mi misuro con la realtà politica dell’oggi, come una delle moltissime donne non riducibili a un’etichetta e tanto meno ad un’immaginetta patinata e definita dallo stigma convenzionale di un mondo piccolo al quale per mia fortuna, opportunità e continua scelta non appartengo e non assomiglio.

Di Rosangela Pesenti su Liberazione del 10/05/2009

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