L’incubo di Lyndon Johnson. E Obama convoca gli storici

ObamaUna sera dello scorso giugno, Barack Obama invitò in segreto a cena alla Casa Bianca un gruppo di storici americani. Tema centrale della serata, lo ha rivelato ieri il New York Times, la preoccupazione del presidente che la guerra in Afghanistan prenda in ostaggio la sua presidenza, diventandone l’unico criterio di valutazione.

«Ci ha detto di avere un problema — ha raccontato uno dei partecipanti —, non può semplicemente voltare le spalle all’Afghanistan e uscirne, ma capisce anche che esso costituisca un grave pericolo per la sua amministrazione». A cosa pensasse il presidente, lo rivela più di ogni altra cosa la presenza fra gli invitati di Robert Caro, autore di una monumentale biografia di Lyndon Johnson. Sensibilissimo alle analogie della Storia, anche Obama si rende conto che i riferimenti ai predecessori non sono sempre e necessariamente quelli che si vorrebbero e si perseguono. E che nei suoi orizzonti possibili non sono solo i prediletti Lincoln e Roosevelt, ma appunto anche il meno glorioso Lyndon Johnson, un presidente che voleva rifare l’America con il progetto della Great Society e in parte vi riuscì, ma affondò in una guerra all’estero che non poteva vincere.

Come Johnson, anche Obama vuole cambiare radicalmente gli Stati Uniti, sull’onda dello slogan che «non si deve sprecare una crisi»: dunque rilancio, ma anche tutte insieme sanità, emigrazione, energia pulita, diritti dei gay. Ma come Johnson col Vietnam, anche Obama è alle prese con una guerra ereditata dal predecessore, che ha ormai fatto sua e si presenta più complessa che mai. Proprio ieri, l’ammiraglio Michael Mullen, capo delle forze armate americane, ha definito «seria e in peggioramento» la situazione sul terreno in Afghanistan. Ma soprattutto si è detto turbato che il sostegno popolare alla guerra stia rapidamente diminuendo. Secondo una rilevazione Abc/Washington Post, a otto anni dall’inizio delle ostilità meno del 50% degli americani è convinto che Kabul sia una causa per cui valga la pena di combattere. Eppure, ancora la settimana scorsa, Obama ha definito quella afghana «una guerra di necessità non di scelta, perché chi attaccò l’America l’11 settembre complotta per farlo nuovamente».
Nelle stesse ore, il capo della Casa Bianca combatteva col Congresso a Washington una battaglia politica, incruenta, ma altrettanto difficile, per la riforma sanitaria. Per quanto fortissime, le analogie non devono naturalmente prendere la mano. In Vietnam, nel momento di massimo sforzo bellico, c’erano 500 mila soldati americani, quasi tutti di leva. In Afghanistan, dopo l’invio dei 21 mila di rinforzo deciso da Obama, siamo a 68 mila uomini, tutti arruolati volontariamente. L’impatto emotivo della guerra in Indocina, così il New York Times, «affondava più profondamente nella società americana, toccava più famiglie e coinvolgeva persone che non volevano». Ma i sondaggi d’opinione parlano chiaro. E il tempo non è dalla parte del presidente. Se la nuova strategia afghana (maggiore sforzo militare contro i talebani, maggiore aiuto alle popolazioni, sostegno alla ricostruzione politica) non producesse risultati nei prossimi mesi, sarebbe complicato per Obama tenere tutto insieme. E allora sì che la sindrome di Johnson graverebbe minacciosa su di lui.
Di Paolo Valentino sul Corriere della Sera del 24/08/2009
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