«Afghanistan a rischio guerra civile. Folli le elezioni senza democrazia»

Attentato KabulL’attentato di ieri a Kabul (mercoledì per chi legge, ndr) ripropone il dilemma: perchè le truppe italiane sono in Afghanistan? E a fare cosa?. Lo abbiamo chiesto al generale Fabio Mini già Capo di Stato maggiore del Comando Nato delle forze alleate Sud Europa e al vertice della Kfor in Kosovo.

Generale Mini dopo i tragici fatti di Kabul quale è il suo primo pensiero?

Che la situazione in tutto l’Afghanistan è degenarata in modo sostanziale.

Non crede che far svolgere le elezioni in un paese che era ed è tutt’altro che stabile non sia stato come gettare benzina sul fuoco?

Questo è un mio “ciucio di battaglia”. Mi sono sempre chiesto che fondamento avesse la mania di tutte le organizzazioni internazionali, ed in primis quella dell’Ocse, di imporre elezioni cosidette democratiche quando non c’è nessun tipo di stabilità ed è assente il senso o voglia di democrazia. Il problema della democrazia e delle elezioni è tenuto insieme da un silogismo che è sbagliato: chi va a votare è democratico. Non è vero. Si dovrebbe andare vedere perchè bisogna votare, e come e chi è quel candidato, come è arrivato ad essere candidato, chi lo sostiene. Se è espressione dal popolo, di organizzazioni legittime allora la consultazione potrà essere democratica, ma se viene fuori dai fucili, o come è il caso di Karzai che è il prodotto di compromessi con i suoi stessi avversari politici, che razza di democrazia è..

Infatti mi sembra che ora la situazione afghana invece di migliorare rischia di precipitare in una guerra civile…

Si rischia infatti ora il disfacimento, la separazione, si rischia il confronto interno che poi è la radice della guerra civile. Guardi per me è un punto dirimente. Mentre ero in Kosovo nel giro di sei mesi abbiamo fatto 4 elezioni. Non si può fare così.

Ma secondo lei, ora, come se ne esce? Una exit strategy esiste?

Parliamo da un punto di vista tecnico. La exit strategy ha senso se esiste una strategy. Se esiste una strategia per stare, se esiste un compito, e questo deve essere ben chiaro, da portare avanti. Allora deve anche esistere una strategia di uscita, nel senso che bisogna stabilire il termine ultimo per dichiarare la missione compiuta e venir via. Se la strategia non c’è, e come nel caso afghano non c’è nessuna strategia per stare lì, trovare la via di uscita non può significare altro che acchittare l’idea che si chiude il gas e si va via. Questa istanza dalle forze militari non verrà mai. Non ci sono militari che possono o che vogliono decidere di venire via. I militari continueranno a dire restiamo. Allora chi deve decidere se scappare o restare, non è il soldato, è il politico che deve stabilire le conseguenze di una strategia fallita o di una strategia che si vuole cambiare. Noi siamo partiti per l’Afghanistan nel 2001, allora avevamo una strategia: proteggere Kabul e consentire a Karzai di fare due o tre cose. Nel 2003 abbiamo cambiato, la Nato si è intromessa e ha preso il controllo della missione unendola a quella di Enduring Freedom, producendo una commistione che si annunciava esplosiva già da se. Nel 2006 a Londra si è dato vita al “Afghanistan Compact”, che doveva portare aiuti e il via alla ricostruzione…peccato però che poi i soldi non sono arrivati, gli impegni sono stati disattesi. Intanto la parte militare ha perso il contatto con la situazione reale. Quindi anche la strategia militare ha fallito. Siamo in pratica senza strategia. Quello che in pratica stiamo aspettando è una decisione del presidente Obama. Il presidente Usa aveva esposto una strategia diversa, molto sensata…

Infatti a Washington c’è una parte dell’establishment che chiede l’invio di più truppe…

Le pressioni che arrivano dal mondo militare sono sempre di natura militare. Ad esempio se 50 mila uomini non bastano ne chiedono altri 50mila. E’ anche questa una deviazione mentale, siamo d’accordo, ma questa devizione mentale che tecnicamente è l’unica che riescono a esprimere i militari, non si contrapone una razionalità poliitica e strategica. Obama ci ha provato, sta resistendo alle pressioni e la buona notizia è che sta ancora riflettendo.

E questa è la buona notizia…

Non scherzo è una buona notizia, perchè significa che sta resistendo alle pressioni dei militari. Questo significa che al Pentagono ogni giorno c’è qualche generale che deve giustificare la pressione che fa. Immagino la questione burocratica: il presidente non è convinto, diamogli qualche altro argomento. Facendo così la situazione si incasina di più, si complica. Quindi che il presidente Usa stia riflettendo e prenda tempo lo considero un buon segnale.

Il ministro della Difesa La Russa ha proposto il varo di un nuovo codice militare per le missioni internazionali… Cosa significa?

Di fatto siamo in mezzo ad un guado. Avevamo un codice penale militare di guerra e un codice militare di pace. Ora il codice militare penale di guerra non è più applicabile dopo la sentenza della corte Costituzionale che sanciva che alle missioni all’estero andava applicato il codice militare di pace. Ma il fatto è che questo codice non si adatta bene alla situazione attuale. Anche perchè ormai queste missioni di pace non sono più. Sono operazioni di bassa intensità, che poi di bassa hanno poco visto che i soldati e i civili continuano a morire. Sono operazioni di guerra. Per cui qualcuno ha pensato ad un codice specifico per questo tipo di missioni. Questo però non significa autorizzare la guerra. Significa regolare il soldato che va in giro per azioni militari. Però ovviamente questo innesca un’altro problema: il militare che va all’estero cosa ci va a fare? Come chiamate questo tipo di missione? Si può cambiare etichetta alle missioni ma alla fine risulterà quello che dico da anni: sono maschere della guerra. Guerra diverse dal passato, assimetriche ma sempre guerra è. Allora un eventuale nuovo codice dovrà tener conto dell’art. 11 della Costituzione.

Cosa bisognerebbe fare in Afghanistan?

A lvello politico un conferenza internazionale sui problemi, quelli veri. Con tutti, anche con i talebani. Come pensiamo di risolvere la situazione se non parliamo a loro, capire cosa vogliono? Li si ascolti, se poi non ci si trova si potrà decidere. E sul piano militare una cosa più pragmatica: una conferenza a porte chiuse tra i responsabili delle operazioni. Che si mettano insieme e trovino un accordo su quando venire via e cosa deve succedere perchè questo accada. Noi militari lo chiamiamo “End state”, stato finale. Qual’è la situazione che si deve determinare per dichiarare missione compiuta ed andarcene? Non serve dire, come accade nelle dichiarazione e documenti ufficiali, che siamo lì per sconfiggere il terrorismo internazionale islamico. Non è una missione, è uno scopo divino. Non è militarmente agibile.

Da Liberazione del 18/09/2009

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Una Risposta to “«Afghanistan a rischio guerra civile. Folli le elezioni senza democrazia»”

  1. prcarmerina Says:

    da sottoscrivere

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