Nel mezzo del cammin di nostra sconfitta

solitudineVorrei poter essere in grado di scrivere con lucidità, senza intromissioni sentimentali, senza parole buttate lì per lì nella foga di rispondere ad un bisogno di transfert dopo aver vissuto e nel mentre vivo in una società che è in agonia democratica, che muta pelle e che la cambia nella accondiscendenza di una larga parte della popolazione, mentre esiste e sussulta tutta un’altra Italia che non combatte la distruzione dell’impianto dei diritti universali proclamati prima ancora che dalla nostra Costituzione, dalla Carta delle Nazioni Unite e, indietro di secoli, dalla Dichiarazione della Rivoluzione francese.

Rischia di andare perduto un patrimonio di valori che cade sotto una scure impietosa, sotto il dominio del mercato che altera gli egoismi e li esaspera e crea la xenofobia, la protezione campanilista del proprio io quanto orazioni a non finire “pro domo sua”, a difesa estrema, intransigente e con le armi in pugno molte volte di una vita che, senza motivo, si avverte minacciata dai quattro venti.
Sfoglio i giornali e leggo di pestaggi, di insulti, di atteggiamenti ormai ripetitivi, di insostenibili nenie sulla bruttezza di questi gesti e, contemporaneamente, ascolto alla televisione e alla radio (interessanti sono le trasmissioni di “Radio Padania libera”…) gente che afferma che comunisti e migranti vanno gettati nelle discariche insieme alla spazzatura, che siamo tutti sporcizia, che siamo tutte e tutti solo rifiuti.
Ciò che spaventa non è il concetto di per sé, ma il fatto che qualcuno abbia il coraggio di dirlo in una diretta televisiva su Sette Gold mentre nel salottino si affrontano un consigliere regionale della Lega Nord, la giovane segretaria di un circolo di Rifondazione Comunista di Savona, un assessore comunale genovese del PD e un esponente cattolico dell’Udc.
Televisione di destra? Forse, anzi, quasi certamente. Di sicuro non è un canale bolscevico. Televisione di destra, dove persino il conduttore ha un attimo di imbarazzo e ferma queste telefonate, le fa sfumare. Sono telefonate senza filtro, sono telefonate dove chi chiama esprime più che un’opinione, un anatema, una condanna, un giudizio sorretto da tanti pregiudizi e da tantissimi luoghi comuni.
Mai come oggi i luoghi comuni sono comunissimi luoghi di sviluppo di una morale e di un’etica intransigente, che non fa alcun sconto alla solidarietà, all’uguaglianza e alla democrazia seppur borghese che sia.
Il mercato ha creato egoismo e rampantismo e il modello berlusconiano è l’epifenomeno che segue, ma che è altrettanto importante perché è il veicolo di trasmissione e la tensione diseducativa e disvalorica con cui si salda il legame tra il comune sentire degli italiani oggi e la politica. Volontà e delega sono oggi madre e figlia di questo corto circuito antisociale, antisolidale e tutto avvinghiato attorno a nuovi modelli di autoritarismo falsamente protettivo che, però, sembrano dare risposte convincenti, mentre noi comunisti sembriamo sempre più un branco di lupi infreddoliti, in alto su una collina ad abbaiare alla luna. Forse l’unica che ci può ancora capire.
Eppure, se il panorama è sconsolante e simile ad un deserto delle paure e delle incoscienze, delle cattiverie e del pessimo umore, ciò che va evitato è proprio un atteggiamento sconsolatorio, di rassegnazione.
Rifondazione Comunista si sta battendo come un leone per sopravvivere all’extraparlamentarismo forzato a cui è costretta: lo fa con la grande prova del “partito sociale”, lo fa con l’impegno e l’abnegazione di centinaia di compagne e compagni in Abruzzo, nelle piazze e nelle vie di questo Paese costruendo i GAS e i GAP, costruendo lotte per riaffermare quelle punte di diamante dei valori che nutrono da sessant’anni il patto sociale repubblicano. E se quando parliamo di diritti civili, di lavoro e non-lavoro, di profitto e di capitale, di migranti e di libertà, di scuola pubblica e scuola confessionale, di sanità pubblica e cliniche private, se quanto poniamo a confronto un modello sociale contro quello attuale pochi ci comprendono, pochi si avvicinano a noi, non è per via delle nostre lacune organizzative, della nostra poca energia politica. Tutto questo accade perché la delega oggi è ampia, e il coinvolgimento sociale delle persone nella politica e nella gestione dal basso di questa crisi economica è dinamicamente debole e ci si affida, per l’appunto, ad un processo di delegazione dei propri problemi al salvatore della Patria di turno: Grillo, Di Pietro o Berlusconi che sia.
La costruzione di una sinistra comunista (e non solo) federata e che proceda unitariamente su un programma condiviso è il primo importante e unico progetto che sta all’orizzonte immediato e futuro per la rielaborazione delle categorie interpretative del sociale, per la ricostruzione condivisa della sinistra, dell’alternativa di società, di un anticapitalismo vero.
Allora, questo è più un appello che un articolo: non molliamo, non mollate mai. Non siamo alla fine della nostra storia, ma siamo all’inizio di una certo non facile ripartenza. Siamo sconfitti ma non ancora annientati. La contraddizione non siamo noi comunisti, ma il capitalismo. E siccome non può risolversi questa contraddizione se non sviluppandone altre e sempre peggiori, la capitalizzazione di questi errori endemici al sistema economico dominante dovrà essere una nostra pronta valorizzazione sociale e politica. Solo così torneremo ad essere riconosciuti come la sola, la vera alternativa a questa società antisociale.

Di Marco Sferini su Lanterne Rosse del 20/10/2009

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