Così Bertolaso diventò il padrone del territorio

In un libro la parabola della Protezione civile: da servizio pubblico a business.

E’ il 7 settembre 2001. Berlusconi si è da poco insediato a palazzo Chigi. Con un blitz in piena regola il presidente del Consiglio cancella per decreto l’Agenzia di Protezione civile diretta da Franco Barberi. La legge l’aveva dotata di autonomia gestionale e amministrativa, l’aveva resa un organo indipendente, sottoposto alla «vigilanza» del ministero degli Interni. L’Agenzia riunifica sotto un unico organismo i Vigili del fuoco, il Servizio sismico nazionale e la Protezione civile. E sottopone i suoi atti al controllo della Corte dei conti. Inoltre basa la sua azione sulla collaborazione degli enti locali e dei cittadini che si “autoproteggono” organizzati nel volontariato. È la Protezione civile “circolare”, democratica, diversa da quella “verticale”, dove gli ordini del governo discendono dall’alto verso il basso. Nel settembre del 2001, per decreto, l’Agenzia viene cancellata e la Protezione civile diventa un dipartimento della Presidenza del consiglio.

Berlusconi chiama Guido Bertolaso a dirigere il nuovo dipartimento. Con compiti e poteri molto più ampi. Nel decreto che chiude l’Agenzia, all’Articolo 5 bis comma 5, si estende il potere di ordinanza «alla dichiarazione di grandi eventi […] diversi da quelli per i quali si rende necessaria la delibera dello stato di emergenza». In parole povere, se precedentemente il potere di ordinanza era esercitabile solo nel caso di una dichiarazione di stato di emergenza, ora sarà possibile agire in deroga alle norme ordinarie anche per un cosiddetto “grande evento”.L’obiettivo è chiaro: liberare l’unico organismo dello Stato deputato del potere di ordinanza da ogni briglia. Per estendere a dismisura il potere del capo del governo. La Protezione civile perde così il suo ruolo originario, definito nella legge 225 del 24 febbraio del 1992.

«Sono attività di protezione civile quelle volte alla previsione e prevenzione delle varie ipotesi di rischio, al soccorso delle popolazioni sinistrate ed ogni altra attività necessaria ed indifferibile diretta a superare l’emergenza». Così recita l’Articolo 3 comma 1 della legge 225. In poche parole è compreso molto più di quanto possa sembrare. Il compito della Protezione civile non è solo quello di scavare tra le macerie dell’ultimo sisma o sfollare la popolazione minacciata da una frana. La protezione civile deve prevedere le calamità naturali («la previsione consiste nelle attività dirette allo studio ed alla determinazione delle cause dei fenomeni calamitosi, alla identificazione dei rischi ed alla individuazione delle zone del territorio soggette ai rischi stessi»). E prevenirle («la prevenzione consiste nelle attività volte ad evitare o ridurre al minimo la possibilità che si verifichino danni anche sulla base delle conoscenze acquisite per effetto delle attività di previsione»). Secondo la legge è “in tempo di pace” che la Protezione civile svolge il suo ruolo più prezioso. Studiare il territorio, individuare i rischi, capire quali danni potrebbero arrecare a cose o persone. Intervenire per mitigare il rischio. Solo in “tempo di guerra”, ovvero in caso di calamità o catastrofi, il presidente del Consiglio può deliberare lo “stato di emergenza” e potrà agire con «ordinanze in deroga ad ogni disposizione vigente».

Tra il 2001 e i primi 5 mesi del 2009 la Presidenza del Consiglio ha varato 587 ordinanze emergenziali. Di queste solo una parte fa riferimento a calamità naturali. Nel lungo elenco c’è di tutto: meeting religiosi, eventi sportivi, viaggi pastorali di ben due pontefici. E numerose e ricorrenti calamità prevedibili: carenze idriche, emergenze traffico, degrado dei beni culturali, presunti pericoli legati all’afflusso turistico, all’immigrazione, al terrorismo islamico. Vertici internazionali e grandi eventi previsti da anni. Nessuno è in grado di sapere esattamente quanto l’affiatata coppia Berlusconi-Bertolaso sia riuscita a spendere: nelle ordinanze spesso non è determinato alcun limite di cassa. Non ci resta che fare una stima. Tra il 3 dicembre 2001 e il 30 gennaio 2006 la Presidenza del consiglio ha varato 330 ordinanze. Di queste, sono pubblici gli stanziamenti di un campione di 75 ordinanze, pari al 22% del totale. Sulle altre, specie quelle legate ai grandi eventi, non è riportato il limite di spesa. Valgono 1.489.675.921,73 euro, quasi un miliardo e mezzo. Non si tratta di un campione rappresentativo. Ma si può comunque fare una stima. Nei 5 anni presi in considerazione tramite ordinanze di Protezione civile, in spregio alle norme sugli appalti e le assunzioni, potrebbero essere stati spesi 6,5 miliardi. Se si amplia il calcolo al totale, 587 ordinanze in otto anni e mezzo, fa 10,6 miliardi. Certo sufficienti a costruire un blocco di potere indistruttibile. Segreto e libero da qualsiasi regola.

Mentre le attività di previsione e prevenzione cadono in disgrazia. Come tragicamente dimostra il terremoto de L’Aquila. Soldi per gestire appalti e grandi eventi, dunque. Poco o nulla, invece, su «previsione e prevenzione», il primo compito del Dipartimento, secondo le legge del 1992. Meglio intervenire dopo, quando il danno è già fatto. E cominciano gli appalti. Ricchi e sciolti da ogni controllo.

Di Manuele Bonaccorsi, tratto da “Potere assoluto. La protezione civile al tempo di
Bertolaso” (Edizioni Alegre), su Liberazione del 30/12/2009

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