Un revisionismo con lo spadone di “brenno”: “vae victis”

Domenica 17 e lunedì 18 gennaio è andata in onda su Rai 1 una mini-fiction sulla storica vicenda dello scandalo della Banca Romana del 1892, uno dei primi episodi CONOSCIUTI di intreccio tra potere finanziario, economico e politico, e malaffare. La ricercata coincidenza tra la messa in onda di questo film e l’anniversario della morte di Bettino Craxi poteva indurre a credere che la politica italiana da un lato, e il mondo della cultura dall’altro, si stessero adoperando per una riflessione critica su una delle stagioni politiche più buie sul terreno giudiziario, e più drammatiche per il movimento operaio del nostro Paese, collegata con un filo rosso proprio alle vicende della fine dell’Ottocento. Poveri illusi, qualcuno direbbe. Il dibattito di questi giorni, ben esemplificato dall’imbarazzante puntata di Porta a Porta di lunedì, subito dopo la seconda e ultima puntata della fiction, ben riflette quello che Gramsci definiva “il sovversivismo delle classi dirigenti” che, nel caso in ispecie, si realizza nella capacità di affrontare la questione nel suo aspetto maggiormente problematico, di primo acchito, e di riuscire a rivoltare il tutto a sostegno di se stessi e della propria legittimazione. Ovviamente, una simile operazione culturale può attecchire non solo per l’ingegno di costoro, ma anche a causa della desertificazione identitaria, culturale, civile e mnemonica di questo Paese, prodotto, questo si, da un lavoro certosino del craxismo prima e del berlusconismo poi nell’arco dell’ultimo trentennio di storia repubblicana. “Se tutti sono colpevoli nessuno è colpevole”; questa è, d’altronde, la morale espressa dalla fiction, e questa è la morale orgogliosamente dichiarata in questi giorni.

Ciò che più colpisce, tuttavia, è l’assoluto silenzio della comunità degli storici su questa come su tante altre vicende che ormai da anni occupano la discussione pubblica italiana. Le uniche (o comunque tra le poche) figure titolate a riflettere sugli accadimenti del passato, a offrirci analisi interpretative, sembrano essersi congelate, rinchiuse nei palazzi dell’accademia. Eppure, varia è la produzione bibliografica reperibile sull’Italia di questi decenni (importante, per citare solo un esempio, il lavoro di P. Ginsborg, Storia d’Italia. Dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1996; per i fatti di cui si tratta, in particolare, pp. 303 sgg); ma nulla, tutti sembrano tacere. Con difficoltà ho dunque trovato quantomeno una breve riflessione, sotto forma di intervista, del Prof. Giovanni De Luna, docente di Storia Contemporanea all’Università di Torino, che qui posto.

Una rilettura della storia con un obiettivo preciso: la legittimazione dell’egemonia di centrodestra. Così Giovanni De Luna, docente di Storia contemporanea all’Università di Torino, «legge» le cronache delle ultime ore sul decennale della morte di Bettino Craxi. Un’operazione esplicita, che compendia il lavoro iniziato già negli anni Novanta: demolire le fondamenta della Prima Repubblica per legittimare la Seconda.

Cambiando i «Protagonisti della Storia»: non più l’antifascismo, ma l’anticomunismo. Non più De Gasperi ma Craxi. Il quale rappresenta il punto di svolta, con un paradosso di fondo che nessuna rilettura potrà mai cancellare. Il centrodestra fa di Craxi una vittima dei comunisti, eppure dalla sua caduta uscirono rafforzati proprio la Lega e lo stesso Berlusconi. Senza quella drammatica cesura, il centrodestra di oggi non esisterebbe. Così il Pdl si ritrova in un nonsenso: condannare il proprio atto di nascita per autolegittimarsi.

Allora possiamo parlare di revisionismo.

«Io sostengo che il revisionismo è lo spirito della storia, purché questo avvenga nell’ambito della ricerca. Ma nel caso di Craxi non è così: si prescinde totalmente dalla ricerca storica. La rilettura è completamente slegata da nuove fonti, nuove scoperte. Craxi viene legittimato nell’arena dell’uso pubblico della storia. Su di lui non esistono fonti alternative a quelle giudiziarie. Non esistono fonti attendibili per lo storico. Così l’obiettivo è costruire una vulgata per giustificare il centrodestra di oggi. Si tratta di legittimare la seconda Repubblica».

Il collegamento tra Craxi e l’autolegittimazione è abbastanza esplicito. Basti leggere quello che dice Maurizio Sacconi ad Hammamet: la rilettura del passato serve a superare il giustizialismo di oggi.

«Sì, il collegamento è esplicito e si fonda su una lettura del crollo della Prima Repubblica di tipo complottistico. Secondo questa tesi Craxi sarebbe caduto per via delle toghe rosse e dei comunisti, e non perché non seppe porsi come interlocutore politico di nuovi soggetti sociali che pure lui aveva individuato. La teoria del complotto tuttavia contraddice quello che il centrodestra è. Chi si è giovato della caduta di Craxi non furono i comunisti, che in realtà volevano mantenere la Prima Repubblica essendone parte integrante, ma Berlusconi e soprattutto la Lega. La Lega è stata protagonista di quei fatti, ha organizzato il lancio di monetine contro De Michelis lungo le calli di Venezia, ha sventolato cappi in Parlamento, Bossi insultò la Boniver. I veri eredi di quell’epoca sono loro, non certo i comunisti che ne sono usciti dilaniati».

Colpisce che l’ansia di riabilitazione sia pressante negli ex socialisti, mentre i Dc che governarono con Craxi si espongono meno.

«Gli eredi della Dc non sono più in grado di organizzare la memoria. È un fatto di egemonia». Questo tipo di revisionismo è un segno di forza o di debolezza? «La forza del revisionismo sta nei suoi paradigmi, più vicini ai luoghi comuni che alla complessità della ricerca storica. Sicuramente quello che sta avvenendo è una decostruzione a tutto campo. Sta avvenendo la stessa cosa su Salò. la ricerca storica continua a portare prove molto pesanti sulle responsabilità degli italiani negli eccidi. Eppure l’unica costruzione che ha vinto è quella di Gianpaolo Pansa sul sangue dei vinti. E l’unica vulgata che ancora regge è di stampo azionista. La storiografia ex comunista si è totalmente disintegrata. È un segno dei tempi che i primi due segretari del Pd abbiano scritto due romanzi. Con i vecchi leader del pci non sarebbe avvenuto così. La sinistra ha perso il rapporto con la storia: anche l’albero genealogico del Pd resta poco chiaro. Gramsci c’è o non c’è? E Togliatti? E l’antifascismo?».

Di Bianca Di Giovanni su l’Unità del 18/01/2010

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Una Risposta to “Un revisionismo con lo spadone di “brenno”: “vae victis””

  1. Il Giovanni Battista del berlusconismo « Insorgenze d’alta quota Says:

    […] occasione dell’anniversario della morte di Craxi, di cui anche questo blog si occupò (“Un revisionismo con lo spadone di “brenno”: “vae victis”“)! Come in quel caso, dunque, pubblico un articolo sul tema diverso e, a mio avviso, più […]

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