8 marzo. Perciò se ci offendi non vale

Sul manifesto dell’UDI (Unione Donne in Italia) per l’8 marzo 2010.

Lo slogan se ci offendi non vale del manifesto dell’UDI per l’8 marzo 2010 richiama in modo esplicito il famoso ritornello, se mi lasci non vale, della omonima canzone di Julio Iglesias del 1976. Lui che tradisce lei dice a lei: se mi lasci non vale. Non vale perché lei sta rompendo la consuetudine che esige dalla donna, anche nelle canzoni,di subire in silenzio un torto e di rimanere al suo posto.
La canzone non dice che non è giusto o che non è legale che lei se ne vada, dice non vale perché lui non vuole ammettere che i costumi stanno cambiando e le donne non ci stanno più.

Lo slogan dell’8 marzo ribalta il senso del ritornello immediatamente riconoscibile e rivendica se ci offendi non vale per dire che le donne non possono essere impunemente rappresentate in modo violento fino a suggerire forme di abuso. Per loro determinazione, indipendentemente dalle leggi, indipendentemente dalle Authority, indipendentemente dalle pur sacrosante norme di autoregolamentazione che ci indica il Parlamento europeo.

La questione poi non riguarda solo i cartelloni pubblicitari che avviliscono le nostre città, ma anche certe foto che vediamo nei giornali, una certa esposizione del corpo femminile in televisione, perfino un certo modo di abbigliare le commesse in certi negozi. Il problema è l’uso degli stereotipi a senso unico che mortificano le donne. Basta guardarsi intorno per rendersi conto che sono tanti quelli che in questi anni non hanno onorato nessuno dei patti e nessuna delle norme che regolano la convivenza civile tra i generi, perciò noi sappiamo che la loro parola non vale.
Perciò se ci offendi non vale.

Questo slogan è all’interno della Campagna Immagini amiche con cui vogliamo farci forti del fatto che siamo considerate, perfino coccolate, come consumatrici, per mandare un messaggio: non consumatrici a qualunque costo e prezzo. Ci è parso che, per affrontare questo argomento senza sollecitare azioni bacchettone, la cosa migliore fosse farlo in positivo, promuovendo chi vende un prodotto senza vendere necessariamente noi.
Oltretutto non contestiamo la pubblicità in se stessa e pensiamo anzi di segnalare con un apposito premio chi si impegna per una comunicazione non sessista, amica delle donne.

Le femministe da sempre hanno cercato di intaccare gli stereotipi, inventando forme di contrasto a volte molto creative.
Per esempio rifiutando, nei primi anni ’70, il modo delle proprie madri di abbigliarsi, di vestirsi, di muoversi, di stare sedute.
E di pari passo cominciammo a farci una domanda pericolosissima per il patriarcato: quali sono le nostre fantasie, il nostro immaginario, il nostro mondo fantastico? Questa è la domanda che ha veramente intaccato il potere degli uomini sulle donne. E’ stato questo lo spostamento interiore che ha coinvolto ogni singola donna e una intera generazione, fino a diventare sentimento diffuso.
Sono di quegli anni i vestiti a fiori, le gonne larghe che ci permettevano di sederci come ci pareva, gli zoccoli che ci liberarono dalla schiavitù dei tacchi, peggio del tacchetto, e di certi reggicalze che facevano il paio con certi reggipetti, si chiamavano così allora, neri, bianchi e color carne.
Ci volle il femminismo perché anche il mercato guardasse alle donne con un altro occhio e cominciasse a produrre una biancheria meno ingessata e costrittiva. Ci volle una donna, Mary Quant che inventò la minigonna, per rivoluzionare i costumi, come già Coco Chanel negli anni ’20 con i suoi abiti morbidi e destrutturati.
Si crea così una situazione paradossale, da una parte le femministe contestano la pubblicità attaccando sui cartelloni le famose strisce di carte con su scritto: “questa pubblicità offende le donne”, dall’altra il mercato individua nei nuovi bisogni delle donne una grande opportunità e avvia forme di comunicazione più accorta, meno rozza e meno esplicita.
Accattivante.

Il cartellone pubblicitario che percepiamo mentre attraversiamo velocemente la città, in autobus, in macchina o semplicemente perché siamo sempre di corsa, ci colpisce perché sollecita immagini –figure– che abbiamo già introiettato attraverso la nostra cultura.
La nostra è una civiltà che si fonda in buona parte sulle immagini, a cominciare dall’arte e dalla fotografia che oltre a riprodurre il reale riproduce anche l’arte. A cominciare dal cinema, dalla televisione, dalla carta stampata per arrivare al virtuale con i videogiochi e il web.
Già l’arte figurativa rappresentava l’interazione tra più soggetti: il committente, l’artista, la modella, l’opera e la sua collocazione.
Di questi tempi, senza cambiare ovviamente le regole del gioco, la pubblicità vedrà interagire gli stessi soggetti: il committente, l’artista che qui diventa il pubblicitario o il creativo, la modella, il prodotto finale e la sua collocazione.

La modella è la figura che impersona la concezione dell’artista e realizza le richieste implicite del committente. La modella dell’arte non è la stessa figura di donna che sfila sulle passerelle o che posa per giornali e pubblicità, ma per certi versi le assomiglia perché quando si usa il corpo i rischi sono sempre gli stessi.
L’arte è un veicolo potente perché l’artista può chiedere alla modella di assumere le posizioni che desidera e può chiederlo ad una o a più donne per dare corpo alle sue fantasie. Dipingerle e farle esistere per uomini e donne. Lo stesso discorso vale per bambine e bambini rappresentati –dipinti e fotografati– per alimentare l’immaginario maschile.

Con il femminismo le donne acquistano consapevolezza del legame molto stretto che si era instaurato tra il ruolo assegnato alle donne e la rappresentazione del femminile: la rappresentazione, ormai introiettata, dalle donne come dagli uomini, attraverso tante icone indelebili –la sposa, la madre, la prostituta– e che rimbalzava dalla tela direttamente nella pubblicità, sui dadi per il brodo o sui detersivi o nel cinema e nella televisione.

Sappiamo anche, perché ognuna di noi lo può misurare su di sé, che i significati che attribuiamo alle cose cambiano nel tempo così come cambia il nostro modo di guardare i comportamenti: per poterci autodeterminare nella rappresentazione dobbiamo misurarci con il complesso sistema che ordina i generi. Sistema che coinvolge la sfera affettiva, privata, politica e sociale. Sistema che a volte subiamo, ma in cui spesso siamo direttamente coinvolte, fino a consolidarlo.

Non a caso, ciclicamente noi donne torniamo sulla rappresentazione dei generi, perché sappiamo che è cruciale se si vuole smontare il significato corrente dei segni e dei simboli e l’immaginario su cui continua a fondarsi il rapporto uomo/donna.
I passaggi sono obbligatori e saranno in alcuni casi passaggi feroci, perché solo l’esplicitazione del conflitto potrà portare a ritenere vitale il riequilibrio della rappresentanza per la rappresentazione; solo riaffermando la titolarità del generare, che è cosa ben diversa dalla genitorialità, le donne –fertili e no– potranno rappresentarsi.

Oggi quello che una associazione come l’UDI può fare è ricostruire pazientemente uno sfondo perché le donne in futuro abbiano uno strumento per le lotte che verranno. A questo serve la politica che abbiamo avviato negli ultimi dieci anni comprese le campagne; questi sono gli anni della consapevolezza per quello che dovrà ancora accadere perché, come abbiamo detto e visto con lucidità nel 2000, sono due i soggetti sociali che avanzano sulla scena politica: le giovani e le straniere. E la politica che facciamo mira a costituire un contesto in cui, chi lo vorrà, potrà far parte di un soggetto collettivo.

Di Pina Nuzzo sul sito dell’UDI del 03/03/2010

8 marzo: la vera storia. Leggi cliccando QUI

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