Omicidio Romero, trent’anni d’impunità

L’uccisione del religioso ha dato l’avvio a una lunga guerra civile, su cui il paese centroamericano non si è ancora interrogato.

Era mattino presto; il portone della cappella dell’ospedale Divina provvidenza spalancato, per il caldo. Monsignor Oscar Arnulfo Romero stava celebrando la messa, quando un killer degli squadroni della morte, appostato all’esterno su un’auto, lo freddava con un solo colpo al petto, durante l’elevazione. Il giorno prima l’arcivescovo di San Salvador aveva incentrato quella che fu l’ultima sua omelia sull’osservanza del sesto comandamento, «non uccidere», intimando ai soldati dell’esercito di non sparare sulla propria gente. Le esequie di monsignor Romero, nella piazza della cattedrale, si convertirono in una carneficina di gente povera, falciata dai cecchini piazzati sui tetti degli edifici circostanti. Era l’inizio di una guerra civile che si protrasse per dodici anni con un bilancio di 75mila vittime.

L’assassinio di monsignor Romero è rimasto impunito, il suo killer senza nome. Ma a tutti fu noto fin da subito il mandante: il maggiore Roberto D’Aubuisson (scomparso anni più tardi per un cancro alla lingua) fondatore del partito della destra di Arena, che ha governato El Salvador per due decadi fino all’affermazione della ex guerriglia del Fronte Farabundo Martì nelle elezioni di un anno fa. Una delle parole d’ordine di D’Aubuisson era «fai patria, ammazza un prete». E in effetti fu grande il tributo di sangue della chiesa salvadoregna fra sacerdoti, monache e delegati della parola assassinati. Fino alla cruda mattanza dei sei gesuiti dell’Università Centro-Americana (Uca) del novembre 1989. A trent’anni da quel 24 marzo 1980 abbiamo incontrato l’attuale rettore della Uca, padre Josè Maria Tojeira.

Padre, il sacrificio di monsignor Romero e di chi lo ha seguito è forse stato vano?

I sacrifici non sono mai inutili. Certo raramente producono benefici nell’immediato. In Salvador persistono le cause che generarono il conflitto: una grande povertà, differenze sociali enormi e crescenti, e tanta violenza. Tuttavia, se prima chi la pensava diversamente dal settore dominante veniva sistematicamente perseguitato, oggi c’è più libertà di pensiero, capacità critica e garanzie politiche. Mentre il lascito di monsignor Romero per una giustizia sociale e una convivenza pacifica resta intatto.

Fino a che punto è stata fatta giustizia di questi crimini?

In realtà siamo ancora molto distanti. L’amnistia decretata a suo tempo dal governo di Arena fu una vergognosa presa in giro perché sentenziava l’inesistenza di qualsivoglia crimine di lesa umanità. E le pressioni di organi giuridici internazionali non sono servite a nulla.

Che fare allora, al di là del perdono a nome dello stato chiesto da Mauricio Funes, presidente di un governo scaturito dal recente successo elettorale dell’ex guerriglia?

Lo schema fin qui seguito è stato quello del cancellare e dimenticare. Ma il nostro proposito non è quello di mandare qualcuno in galera (e sarebbero molti); tanto più che le carceri di questo paese straripano di detenuti. Noi ci stiamo spendendo per una legge di riconciliazione che in primo luogo garantisca la ricerca della verità. Si deve prevedere poi una riparazione morale e materiale delle vittime, soprattutto nelle aree rurali che sono le più povere. E tutto ciò deve passare per la restituzione della dignità delle vittime. Insomma, un percorso simile a quello seguito dal Sudafrica dove le responsabilità dei crimini vengano riconosciute alla presenza delle vittime, o dei loro familiari, e di chi ne è stato autore; escludendo però ogni pena carceraria. È quella che noi chiamiamo «giustizia restaurativa».

Compresi gli assassinii di monsignor Romero e dei 6 gesuiti?

In questi due casi il popolo salvadoregno ha già dato da tempo il suo verdetto, restituendo piena dignità al loro sacrificio. Il problema è l’infinito numero di persone che sono rimaste vittime della repressione e non sono mai state riconosciute come tali. Un esempio su tutti il massacro di El Mozote, dove sono stati uccise oltre mille persone, fra esse 131 bambini, minori di sei anni, rinchiusi nella chiesa mentre ammazzavano i loro genitori; e a loro volta trucidati perché non sapevano come disfarsene.

Trent’anni dopo la morte di monsignor Romero a che stadio è il suo processo di beatificazione?

Non so bene a che punto sia. Quello che posso affermare è che procede con una lentezza vergognosa.
Appena eletto papa, Ratzinger prese di mira pubblicamente gli scritti del teologo della liberazione Jon Sobrino, unico dei gesuiti a salvarsi dalla mattanza della Uca, semplicemente perché non era lì a dormire…
Si trattò solo di un’avvertenza su due punti dottrinari: uno riguardante l’umanità e la divinità di Cristo in un’unica persona, dove Sobrino sottolineava l’umano senza negare il divino; e l’altro sulla nascita della Chiesa, frutto più dell’azione dei poveri che dello spirito santo. In ogni caso il padre Sobrino non è mai stato convocato a Roma al riguardo; e continua a prestare il suo servizio qui alla Uca.

Veniamo al nuovo governo di Mauricio Funes e della ex guerriglia che si avvia a compiere un anno.

Funes è diventato presidente in piena crisi finanziaria internazionale che ha determinato in Salvador la caduta del 12% delle rimesse familiari (prima fonte di divisa del paese, ndr) dei nostri emigrati negli Stati uniti. Gran parte delle maquilas (zone franche industriali, ndr) hanno chiuso creando decine di migliaia di nuovi disoccupati. Col risultato che la povertà è cresciuta in due anni del 10%, ovvero 600mila poveri oltre a quelli che c’erano.

Per di più Arena aveva lasciato le casse dello stato pressoché vuote e con un forte indebitamento.

I margini del nuovo governo non sono dunque grandi per migliorare le cose, pur con i suoi programmi sociali. Credo che il passo in avanti più significativo di Funes sia stata la nomina di alcuni magistrati decenti (nel senso della loro indipendenza) alla Corte suprema di giustizia, fino a ieri completamente piegata ad Arena.

L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite definisce il Centro America (El Salvador compreso) come la regione più violenta al mondo.

Le ragioni sono tante. E una di esse è la povertà che in Salvador, secondo lo stesso rapporto arriva, all’80% della popolazione. Ma la causa fondamentale sono le differenze sociali pazzesche. La violenza non è solo generata dalla miseria in sé, ma da un’elevata povertà che convive con l’opulenza. A questo si deve aggiungere il modello di consumo per il quale se non consumi non sei nessuno. Qui a fianco alla Uca c’è una grande pubblicità che recita: «Sei dove vivi». Ci sono zone rurali estremamente povere dove la violenza non esiste. Mentre è massima nelle concentrazioni urbane.

Di qui il fenomeno delle maras, le bande giovanili che imperversano nella capitale e non solo.

È un fenomeno grave, anche se il rapporto delle Nazioni unite lo inserisce come terzo fattore della violenza dopo il narcotraffico e la criminalità comune. In questo senso, per fare dei passi in avanti reali, le trasformazioni sociali dovranno essere accompagnate simultaneamente dal consolidamento delle istituzioni, nel senso soprattutto di un sistema giudiziario funzionante e di un’azione efficace e preventiva delle forze di polizia.

Di Gianni Beretta su Il Manifesto del 25/03/2010

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