I mezzi di Gheddafi

Quattro visite in un anno sono tante. Anche tenendo conto che due dei viaggi di Gheddafi a Roma fra il giugno 2009 e oggi sono avvenuti in un contesto multilaterale, restano comunque più di quanto contemplino i parametri di una diplomazia ordinaria. Non risulta che negli anni scorsi Gheddafi abbia chiesto di sbarcare a Roma con tenda e destrieri per vertici della Fao o incontri del genere. Con tutta evidenza, fra Italia e Libia si è stabilito un rapporto speciale. Luna di miele o intreccio diabolico?

La politica estera dell’Italia, e l’attenzione che a essa prestano i media e il discorso politico, ha il vizio di essere episodica e folcloristica, ma il caso merita un’analisi seria più dei soliti articoli di colore perché la Libia occupa un posto importante nel nostro passato e nel nostro presente. Per la nostra eredità coloniale, a livello di realtà e di immaginario, la Libia vale più del Corno d’Africa malgrado la colonia «primogenita» e l’impero di Mussolini.
Dopo tanti anni di contrapposizione e rancori la vicenda coloniale che lega Libia e Italia è diventata un anello di congiunzione. Gheddafi è grato al nostro governo e personalmente a Berlusconi per aver firmato un trattato di amicizia e cooperazione cancellando gli strascichi dell’occupazione italiana e delle successive ritorsioni libiche. La Libia è il solo ex-possedimento italiano che abbia ritenuto di pretendere scuse e riparazioni. Lo aveva già fatto il vecchio re Idris, con le sue deboli forze, e Gheddafi è tornato alla carica con ben altra durezza. Le due parti hanno cercato entrambe di speculare sulla soluzione, ma senza collocarsi in una prospettiva postcoloniale che guardi avanti invece che indietro. È come se il fardello dell’uomo bianco non fosse mai stato veramente scaricato. La Libia si presta a funzioni ausiliarie in cambio di trasferimenti di tecnologia; l’Italia continua a sfruttare i vantaggi della posizione dominante. Le cadute di stile del «contorno» sono una prova di debolezza e impreparazione.
Per molti anni Gheddafi ha sfidato il sistema bipolare cercando di sottrarsi alle servitù che condannano la Periferia all’inferiorità. Il colonnello non poteva certo ambire al Centro ma con i mezzi alla sua portata usava le maniere con cui le grandi potenze sono solite perseguire i loro interessi decidendo in proprio la quantità di violenza che è lecita e funzionale. Il bersaglio grosso era l’«imperialismo» a cui Idris aveva appaltato il territorio della Libia, così ambito per la sua centralità nel Mediterraneo fra Europa, Africa e Medio Oriente, con in mente il contenimento, la difesa di Israele e forse il petrolio (allora ancora di là da venire). L’Italia aveva un ruolo secondario. Gheddafi riservò i suoi strali maggiori alle basi americane e inglesi, anche per togliere ogni sospetto sul doppio gioco della Libia nella contesa arabo-israeliana, ma per coerenza non poteva ignorare il «piccolo colonialismo» dell’Italia con le ultime presenze sul terreno e soprattutto con la memoria di una sottomissione costellata da veri e propri crimini di massa. I coloni italiani che hanno perso tutto nel 1970 hanno qualche buona ragione di chiedere un risarcimento, a rigore più dall’Italia che li ha mandati allo sbaraglio che dalla Libia, ma dovrebbero capire che la svolta politica di questi anni non lo prevede. Senza il loro sacrificio, Gheddafi non si sentirebbe abbastanza diverso da Idris, che è stato sia il capo politico della resistenza della Senussia condotta con le armi da Omar el-Mokhtar sia il vertice del regime contro cui nel 1969 ha organizzato il colpo di stato degli «ufficiali liberi». Allo stesso modo, non ci sarebbe il «pentimento» di Berlusconi senza gli affari e le commesse.
La leva principale di cui si serve Gheddafi ora che è rientrato in società è la stessa che brandiva quando era un antagonista: la ricchezza petrolifera in un paese con pochi milioni di abitanti e larghi margini di surplus. I vantaggi di un’economia di rendita – con una leadership che prende tutto e distribuisce quanto basta per tener vivo il consenso – sono anche i suoi limiti. Nel Duemila la Libia non può accontentarsi di lucrare sul prezzo del greggio e barcamenarsi fra stato delle masse, autoritarismo e clientelismo: deve preparare il dopo-petrolio, diversificare l’economia, trovare lavoro per le leve giovanili in tumultuoso aumento, dare una rappresentanza politica ai ceti medi in ascesa. E sullo sfondo due macigni come la successione al leader e l’islam. La famosa strada da 5 miliardi di dollari, se mai verrà costruita, gioverà soprattutto alle imprese italiane, ma la Libia spera in ricadute benefiche in termini di occupazione, diffusione di iniziative e imprese, proliferazione di centri di sviluppo fuori delle grandi città portuali. Il successo o il flop dipende da come l’Italia concepirà e realizzerà quell’opera. Il tono della relazioni italo-libiche è troppo basso e ambiguo per dare garanzie. Se lo spirito è quello delle «cattedrali del deserto» di una stagione della cooperazione che si pensava finita, la Libia rischia di ritrovarsi ai tempi della prima Balbia. Con in più l’umiliante bilancio per l’Italia come per la Libia nel dossier emigrazione.
I flussi da nord e sud sono un lascito del colonialismo. L’Italia non intende accogliere eritrei e somali dopo aver fatto di tutto, a differenza per esempio della Francia, per tener lontani i suoi «negri» quando era una potenza coloniale. Gheddafi si è appena fatto incoronare «re dell’Africa» e deve gestire uno stato con percentuali altissime di emigrati. Non c’è solo l’immoralità dei respingimenti e dei campi nel deserto. Un po’ più di modernità dovrebbe consigliare a tutti di non privarsi di quell’intermediazione delle persone che fra qualche anno potrebbe essere il solo trait-d’union fra nord e sud del mondo.

Di Giampaolo Calchi Novati (Docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici all’Università di Pavia) su il Manifesto del 31/08/2010

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