In Sicilia il nuovo Placido Rizzotto fa paura ai clan

Vincenzo Liarda da mesi si batte per restituire alla società civile un bene sequestrato al defunto boss Michele Greco, ma ancora nella disponibilità degli eredi del padrino.

Corleone, marzo 1948: Placido Rizzotto, sindacalista siciliano della Cgil, ha solo 34 anni. L’allora capo dei capi dei corleonesi Luciano Leggio, detto Liggio, ordina di ucciderlo. Il suo corpo crivellato verrà gettato nelle foibe di Rocca Busambra. Aveva dato troppo fastidio al padrino con le sue continue proteste e le occupazioni delle terre. Polizzi Generosa, provincia di Palermo, settembre 2010. Sessantadue anni dopo un altro sindacalista della Cgil, il44enne Vincenzo Liarda entra nel mirino del clan i Madonia, storicamente alleati ai viddani di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Placido e Vincenzo. Due storie parallele. Di sindacalismo militante, di lotta alla mafia e passione legalitaria. Ma anche di solitudine e silenzio. Oggi come allora. E come Rizzotto, anche Liarda, che vive sotto scorta 24 ore su 24 dal 2 settembre, parla molto: “Liberiamoci dal potere mafioso”. Lui, in testa, ha un obiettivo: strappare il Feudo Verbumcaudo ancora in mano ai boss. Centocinquanta ettari di terra sequestrati dal giudice istruttore Giovanni Falcone nel 1987 a Michele Greco, detto il papa. Il capo della cupola, morto in carcere il 13 febbraio 2008, che all’ultima udienza del maxiprocesso a Cosa nostra, nel novembre 1987, si rivolse al presidente del Tribunale Alfonso Giordano in questo modo: “Io desidero fare un augurio. Vi auguro la pace signor Presidente”. E ancora: “Sono parole di Nostro Signore”. Un atto intollerabile per i boss locali. Nel 2010 il sindacato in Sicilia torna a combattere contro il suo nemico storico. La mafia.

“Se gli tocchi i beni, la mafia s’incazza”. Vincenzo Liarda lo dice con la sua faccia di bronzo. In paese da ragazzo lo chiamavano così, faccia di bronzo. E’ un sindacalista vecchio stampo, cita Giuseppe Di Vittorio, lo storico segretario della Cgil che guidò il sindacato nel difficile dopoguerra: “Intuì prima di tutti l’importanza dello statuto dei lavoratori”. E papa Wojtyla: “Bisogna lavorare tutti per il bene comune”. Quando il presente diventa duro da raccontare, arriva il passato a soccorrerlo: “Da sempre sognavo di entrare nel sindacato. A 16 anni partecipavo a riunioni molto appassionate e a dibattiti in sale dove la nebbia delle sigarette era impressionante”. Mentre parla, in cucina la figlia di 10 anni, Gloria, gioca con la mamma Stefania. “Quello che ho fatto, lo rifarei. Ma certe volte penso a loro, penso che ci rifletterei abbondantemente”.

Tutto inizia il 27 marzo 2007. A Polizzi, un paese di 4.000 anime. Il sindacalista interviene a un comizio nella piazza centrale. “A Polizzi c’è bisogno di sviluppo economico. Bisogna liberarsi dalla morsa della mafia. Bisogna liberare il Feudo Verbumcaudo”. Un bene confiscato solo sulla carta. Liarda non può chiudere gli occhi. Vedere gli uomini dei boss, i Battaglia, coltivare quei 150 ettari di terra. “E’ mai possibile? Si chiede. Così il sindacalista, affiancato dall’associazione Libera di don Ciotti e dal senatore del Pd e membro della commissione antimafia, Beppe Lumia, inizia una dura battaglia. A Polizzi, si susseguono dibattiti pubblici a cui partecipano politici e personaggi dell’antimafia. Si torna alle occupazioni simboliche delle terre. Liarda costringe i vertici nazionali del sindacato e della politica a interessarsi: “Sono giorni di speranza per il paese. Tutte le istituzioni mi sostengono. In una terra martoriata finalmente arriva la politica con la P maiuscola”. L’obiettivo finale è destinare il bene all’uso sociale, come previsto dalla legge Rognoni La Torre, e in particolare al lavoro dei giovani delle cooperative di Libera.

Ecco come il nome di Vincenzo Liarda viene scritto sula lista nera dei clan. Lui, però, va avanti. “Quando la gente dice che il sindacato non c’entra più nulla con quello di prima, ha ragione. Però i coglioni come me ci sono sempre, e non sono il solo, per fortuna”. Inevitabili arrivano le minacce. Tante. Ripetute. L’ultima, la più grave: una foto di Falcone e Borsellino, poco sotto quella di Liarda e Lumia. E la scritta: “Non siete importanti come loro, ma finirete peggio”. La lettera arriva a casa, senza timbro postale il 24 agosto scorso.

Non è la prima volta. In quattro mesi riceve una lunga serie di atti intimidatori: proiettili, avvertimenti a smetterla con la campagna per l’assegnazione del feudo a Libera. Alcune lettere arrivano alla sede della Cgil di Polizzi: “Fermati Liarda”, gli scrivono. Il 15 luglio ne arriva una diversa dalle solite, dentro c’è della polvere da sparo: “Un po’ di questa basta a farti stare zitto”. Dalle lettere i boss passano ad altri metodi, un po’ più “soft”. Un pomeriggio d’agosto, il sindacalista incrocia lo sguardo minaccioso di un uomo dentro un bar del paese. Si avvicina e gli chiede: “Ma a tia cu tu fa fari? Ma pensa alla tua vita, alla tua famiglia, alle tue cose”.

Ma questo non basta a fermarlo. “Io sono testardo, quando incontro qualcuno di loro per strada non ho paura a guardarli negli occhi, a fargli capire che non mi fermeranno”. I boss, però, alzano il tiro. Il 30 settembre, alcuni uomini entrano nella casa di campagna, dove il sindacalista va con la famiglia d’estate. A colpi d’accetta distruggono gli ulivi.

Liarda, però, va avanti. Meglio non pensarci e lavorare. Anche se la storia del sindacalismo in Sicilia è soprattutto una storia di sangue. Sull’isola, dal 1860 (data di nascita dello Stato italiano) a oggi, 56 sindacalisti sono stati uccisi da Cosa nostra. Nomi di uomini che hanno pagato la volontà di contrastare i potenti latifondisti. Una lunga battaglia sfociata nell’annus orribilis della strage di Portella della Ginestra: primo maggio 1947, giorno della festa dei lavoratori, 11 morti 56 feriti. Ma la violenza mafiosa non ferma il movimento contadino. Un anno dopo, Epifanio Lipuma e Placido Rizzotto infiammano ancora le piazze sino a quando ne avranno possibilità.

“Altri tempi – taglia corto Liarda – . Non ho fatto le lotte che fece Rizzotto a Corleone nel dopoguerra. Allora i contadini lottavano perché non avevano scelta. Sfiancati dai latifondisti, dal loro strapotere, spesso esercitato con la complicità delle autorità. Oggi invece si può scegliere. I cittadini possono decidere. Io chiedo solo un diritto, e lo faccio con l’appoggio e la protezione totale delle istituzioni”. Sospira, pensa alla sua vicenda e alla strategia dei boss: “Mi hanno fatto terra bruciata attorno. Per due mesi e mezzo me ne sono fatta una ragione. Non può essere la battaglia del solo Liarda perché se oggi il problema è di Polizzi, domani sarà di un altro paese d’Italia. Così non si vive”.

Di Gaetano Pecoraro su Il Fatto Quotidiano del 15/09/2010

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