Pavone: non servono memorie condivise

In occasione del 90° compleanno di Claudio Pavone, tra i maggiori storici italiani del fascismo e della Resistenza, posto di seguito una sua, come sempre, lucida riflessione esposta in una intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 26/11/2010.

«O ggi viene spesso criticata la decisione di esigere la resa incondizionata del nemico, assunta dagli Alleati alla conferenza di Casablanca nel 1943. Si dice che prolungò la guerra. Ma io non sono d’ accordo. Credo sia stata una scelta giusta, che consentì in Germania una ricostruzione democratica radicale, con un’ epurazione seria che non ha lasciato spazio alle scorie del nazismo». Alla vigilia dei novant’ anni, che compie il 30 novembre, lo storico Claudio Pavone conserva intatta la capacità di spiazzare i suoi interlocutori. Come quando nel 1991 intitolò Una guerra civile (Bollati Boringhieri) il suo fondamentale libro sulla lotta partigiana, legittimando l’ uso di un’ espressione fino allora ritenuta sconveniente per definire la Resistenza. In questo caso invece Pavone si ricollega ai suoi studi sulla continuità dello Stato dal fascismo alla Repubblica: «In Italia, rispetto alla Germania, ci siamo portati dietro un’ eredità del passato regime molto più consistente. E abbiamo rischiato che, dopo l’ armistizio del 1943, quasi tutto rimanesse come prima, con lo Statuto albertino, la monarchia e la corte, la vecchia legge elettorale prefascista. Quando il generale Eisenhower, a Malta, chiese a Pietro Badoglio se non avesse pensato di lasciare a un civile la guida del governo italiano, l’ altro rispose facendo il nome di Dino Grandi, l’ ex ministro degli Esteri che con il suo ordine del giorno aveva provocato la caduta del Duce. Eisenhower ribatté: “I nostri ragazzi non sono morti per sostituire Mussolini con un altro fascista”». Il merito maggiore della Resistenza, secondo Pavone, è aver evitato soluzioni del genere: «Grazie alla lotta partigiana abbiamo avuto la Costituzione, frutto di una grande assunzione di responsabilità da parte di forze politiche che erano divise su tante questioni importanti, ma riuscirono a realizzare un compromesso di alto livello tra le culture cattolica, liberale e marxista. E infatti per molti anni le sinistre e i moderati hanno sempre considerato la Resistenza un evento positivo, anche se le attribuivano, polemizzando tra loro, significati diversi». Oggi invece si tende a svalutarla, si dice che a sconfiggere il Terzo Reich furono gli Alleati, non certo i partigiani: «È un’ ovvietà. Del resto nell’ autunno 1943 i tedeschi erano ormai sulla difensiva e si poteva anche pensare di limitarsi ad attendere l’ avanzata angloamericana, senza fare nulla. Ma proprio questo aumenta il valore etico della scelta resistenziale: i partigiani presero le armi e rischiarono la vita, anche se non era strettamente necessario dal punto di vista militare, perché non vollero essere liberati dagli eserciti stranieri, senza contribuire alla lotta contro il nazismo. Del resto, se nessuno si fosse mosso, credo che gli attuali critici della Resistenza sarebbero i primi a dire: vedete, mentre tutti i popoli d’ Europa insorgevano contro Hitler, solo in Italia non succedeva nulla». Pavone inoltre considera ingiusto il termine «vulgata resistenziale», usato per liquidare l’ opera degli Istituti per la storia del movimento di Liberazione: «In realtà hanno compiuto un lavoro enorme, raccogliendo una documentazione fondamentale per tutti gli studiosi. E sono anche usciti dalla visione oleografica ed eroica della lotta partigiana. In quest’ ambito vanno ricordate le ricerche sulla resistenza civile e sulla presenza delle donne realizzate da Anna Bravo, a partire dal saggio di Jacques Sémelin Senz’ armi di fronte a Hitler. Oppure ai precoci studi di Guido Crainz sulle uccisioni di fascisti dopo la Liberazione, ben più serie e attendibili delle polemiche attuali sul “sangue dei vinti”. La stessa visione sessantottina, riassumibile nello slogan “La Resistenza è rossa, non democristiana”, ha avuto una sua utilità: ha aiutato a superare la ritualità ufficiale e la retorica unitaria del Pci, per analizzare il movimento partigiano nelle sue diverse componenti, anche se poi i contestatori ne valorizzavano solo una, quella classista, e trascuravano le altre». Dunque la storiografia ha fatto la sua parte? «C’ è ancora tantissimo da studiare. Ad esempio serve una visione più complessiva del ruolo svolto dall’ Italia nella Seconda guerra mondiale, che non si concentri solo sul periodo 1943-45, ma indaghi a fondo i tre anni precedenti, compresi i delitti commessi dai nostri militari soprattutto nei Balcani, per i quali non c’ è stata alcuna punizione. Sarà un caso, ma i due giovani studiosi che si sono occupati maggiormente dell’ argomento, Davide Rodogno e Lidia Santarelli, non hanno trovato posto nell’ università italiana e lavorano all’ estero. Ma ci sono anche le atrocità commesse dai vincitori, che sono state rimosse fino a poco tempo fa: dai bombardamenti indiscriminati sulle città tedesche, privi di reale utilità bellica, all’ espulsione violenta di intere popolazioni dalle zone orientali della Germania». Tuttavia Pavone non apprezza i richiami alla «memoria comune», né alla buona fede dei ragazzi di Salò: «La sincerità di un combattente – osserva – non può riscattare una causa sbagliata. Del resto Hitler fu sempre in buona fede: fin dall’ inizio non nascose le sue intenzioni e le mise in pratica con assoluta coerenza. Quanto alla memoria comune, è un concetto privo di senso. Non c’ è niente di più soggettivo della memoria: un ex partigiano e un reduce della Rsi non potranno mai avere la stessa visione del passato. Erano italiani entrambi, ma volevano due Italie diverse, inconciliabili. Mettere una pietra sopra alle ragioni del conflitto non è un progresso né civile né storiografico. Tra l’ altro così si finisce per banalizzare il fascismo che invece fu un fenomeno storico molto serio». D’ altronde, sostiene Pavone, l’ auspicio della memoria comune è presto scaduto nel tentativo di mettere le due parti sullo stesso piano e di squalificare la lotta partigiana: «La destra italiana ha bisogno di un nemico: i comunisti, la sinistra e anche la Resistenza. Di recente il ministro Gelmini ha dichiarato che la sua riforma serve a superare l’ egemonia comunista nella scuola. Ma vorrei che mi elencasse i ministri della Pubblica istruzione che ha avuto il Pci dal 1945 in poi». Eppure Silvio Berlusconi, lo scorso 25 aprile, ha celebrato la Resistenza in Abruzzo, con un fazzoletto partigiano al collo: «Non mi ha convinto affatto – replica Pavone – perché il berlusconismo esalta proprio il sottofondo peggiore della nostra cultura nazionale: il conformismo, la mancanza di senso dello Stato, il primato assoluto dell’ interesse privato. Per giunta consente alla Lega di diffondere il veleno della divisione tra Nord e Sud. No, Berlusconi può mettersi al collo tutti i fazzoletti che vuole, ma nei fatti rappresenta l’ anti-Resistenza». Insomma, Pavone è molto preoccupato: «Sì, anche se ricordo quello che mi diceva Vittorio Foa: nel carcere fascista, perfino quando Hitler sembrava avere la vittoria in pugno, non aveva mai perso la fiducia. Anche di fronte alle tante sconfitte della sinistra, ripeteva che c’ è sempre una via d’ uscita e non bisogna smettere di cercarla. Era il segreto della sua vivacità intellettuale, che gli permetteva di dialogare con i giovani in età molto avanzata. Da Foa ho imparato che non bisogna disperare mai».

Di Antonio Carioti sul Corriere della Sera del 26/11/2010

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