La “riforma” Gelmini, specchio dell’Italia berlusconizzata

Il decreto sull’Università e la scuola detto “Gelmini”, dal cognome della titolare del dicastero dell’Istruzione, tra poco sarà legge: basterà una firma del capo di Stato (che non dubito giungerà) e la successiva pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale”. Dopodiché rimarrà a lungo, forse per sempre, almeno nella sua integralità, lettera morta, perché mancheranno i decreti attuativi regolamenti e quant’altro, a prescindere dalle risorse messe in campo, che ora sono comunque nebulose, secondo lo stile tremontiano.

Dunque tra poco la signora Gelmini, sarà dopo il filosofo Giovanni Gentile (anno 1923, I dell’Era Fascista), il primo ministro a varare una “riforma organica” sul comparto istruzione. Un bel risultato, per una sconosciuta alle cronache politiche e a quelle culturali. La “sua” legge che darà il colpo mortale alla scuola e all’università pubblica è lo specchio di questo paese, oggi. Uno specchio fedele.

A cominciare dalla intitolazione di “riforma”, questa legge rivela che si procede per rovesciamenti della verità: riforma viene chiamato ogni atto che peggiori le condizioni di vita dei lavoratori, o che tolga spazio alla libertà dei singoli, o limiti la possibilità di espressione nei luoghi di lavoro, o che cancelli gli esiti di lotte politiche e sindacali che hanno decenni alle spalle. Riforma. Un ben triste paradosso che peraltro riprende certe formulazioni che hanno avuto successo in particolare dopo il crollo del Muro nel 1989: riformisti o addirittura riformatori sono diventati quelli che un tempo si sarebbero chiamati controrivoluzionari, e comunque persone in cui sarebbe difficile nutrire fiducia.

Berlusconi minaccia dal 1994 di voler “riformare” l’Italia e tutti dietro, Centrosinistra compreso, a ripetere che “Il Paese ha bisogno di riforme”. Ma possibile che nessuno dica che il Paese, come un qualsiasi Comune, degli oltre 9000 che popolano l’Italia, abbia bisogno di esser governato, in specie in momenti di gravissima crisi economica? Possibile che i tanti commentatori giornalistici, gli spin doctors e gli opinion makers non si mettano a urlare: basta con le “riforme”!? Noi vogliamo semplicemente che si faccia funzionare la macchina della pubblica amministrazione, pagare le tasse, arrestare i corrotti, combattere la grande criminalità? No. Occorrono riforme. Io vorrei un paese che funzionasse. Che applicasse le leggi che esistono. Quali riforme degli ultimi quindici anni hanno prodotto benefici per l’Italia e per fasce di popolazione consistenti? Le riforme che abbiamo subìto sono in vero controriforme. E chi ne ha avuto vantaggi sono i soliti noti, i potenti e le loro clientele fameliche.

Torno alla legge Gelmini, specchio dell’Italia berlusconizzata. Si è mai visto uno scollamento così forte tra Palazzo e Paese? No. Non che io ricordi. L’assoluta indifferenza, divenuta ben presto insofferenza con cui si è guardato alle proteste – mai così estese, mai così durature, mai così efficaci – di decine di migliaia di studenti, professori, ricercatori, precari della ricerca, è un indizio tristemente eloquente – Il silenzio della politica che non ha neppure preso in considerazione le controproposte provenienti da chi nella scuola e nell’Università vive e lavora: ma che democrazia sarebbe questa? E quando si è deciso di rispondere a richieste, ormai diventate proteste, si è mandata la polizia.

Rinnovo la domanda: questa è la democrazia? Anche gli scontri di piazza – poca cosa rispetto alla grandiosità del fenomeno della protesta– sono stati in Italia di scarso peso, ma, sempre all’insegna della contraffazione della verità, sono stati presentati come la “rivelazione” della natura teppistica e magari “comunista” (ci sta sempre bene) del movimento. E i commenti della ministra sono stati a dir poco deprimenti, mentre quelli del suo datore di lavoro, la jena ridens, sono stati davvero insultanti: “gli studenti veri stanno a casa a studiare!”. E sicuramente qualche centinaio di migliaia di teleutenti avrà annuito vigorosamente.

Ancora: la legge Gelmini segna il trionfale ingresso del privato nella gestione degli atenei, con la piena trasformazione degli iscritti in clienti, il che è ovvio se l’Università diventa un’azienda, che deve lavorare sul mercato e per il mercato. Non è questa forse l’intera “filosofia” del berlusconismo? Il suo cuore? Privatizzare, privatizzare, privatizzare: un orientamento peraltro avviato prima della “discesa in campo” e proseguita dopo anche dai governanti, centrali e locali, di area centrosinistra. La gestione Reagan-Thatcher, sulla scena occidentale, con l’imitatore Craxi sulla scena italiana, accelerato e acuito dagli effetti del 1989 significò anche questa forsennata, sciagurata, corsa a buttare a mare non solo il comunismo, il socialismo, non solo lo Stato sociale, ma ogni politica di partecipazione, di indirizzo e di controllo della sfera economica da parte dell’autorità pubblica.

Abbiamo privatizzato, con impudenza e imperizia, ferrovie, telefoni, autostrade, tutto il comparto alimentare, Enel, aziende municipalizzate dell’elettricità, tanto per fare i primi esempi; e ora rimpiangiamo la Sip, le Ferrovie dello Stato, l’Alitalia (quella vera, non questa privata burlesca, che ci è costata l’iradiddio, grazie alla coppia Berlusconi/Bossi), e così via. Sicché privatizziamo anche il sapere, e la formazione. Complimenti ai grandi suggeritori della politica. Agli uomini e donne di scienza e cultura che hanno scritto rapporti, sostanziando di cifre e di ragionamenti le scelte in tale direzione. Oggi, che ne pensano? Non diranno mai la verità, temo.

Menzogna è sostenere che la legge Gelmini toglie potere ai “baroni” perché è esattamente l’opposto, con la riduzione secca di ogni ruolo per le altre fasce dei docenti e dei ricercatori, a loro volta cancellati e trasformati, secondo la logica perversamente inesorabile della Gelmini e dei suoi ispiratori, in precari a vita; mentre perde potere nel suo complesso il Senato accademico, sostituito praticamente in toto dal Consiglio di Amministrazione, con seggi garantiti ai privati che “investono”: ma se investono vorranno un ritorno. E chi investirà nelle facoltà e nelle discipline umanistiche, “inutili” per definizione?

Si può riformare senza investire? Che Paese è quello che in cambio di privilegi accordati a gruppi di potere, alla Chiesa cattolica, innanzi tutto, a banche, ad alcuni grandi gruppi imprenditoriali, taglia in modo irresponsabile i finanziamenti a scuola, università, formazione? Specchio del Paese berlusconizzato: la identica noncuranza per tutto ciò che riguarda la cultura, la responsabilità degli individui, la loro crescita spirituale, la loro creatività, il loro bisogno soggettivo e oggettivo di apprendere e creare.

Specchio del paese: come nella società, così nell’università, assisteremo a una selezione classista: avremo atenei di serie A, B, C e così via, a seconda degli investimenti che riceveranno dai privati. Classista sarà anche la gerarchia tra i dottorandi, a cui vengono quasi cancellate le borse di studio, per cui vincere un dottorato significherà contrarre l’obbligo di una permanenza agli studi in condizione neppure di precariato, ma di sottomissione a una famiglia che dovrà mantenerti in toto. Ora le borse di studio sono poche, ma domani saranno molte di meno. Altro che meritocrazia! Sarà una feroce selezione di classe. E come per Trenitalia dell’ineffabile Moretti (passato indenne tra tempeste politiche e guai giudiziari), mentre i treni per pendolari fanno veramente schifo, si investe sulla cosiddetta alta velocità (che in Italia, tanto per dire, rimane velocità normale, nella migliore delle ipotesi: come la posta, dove l’affrancatura “prioritaria” è diventata di base, obbligatoria!).

Sugli atenei italiani d’ora in poi, Mariastella consule, e Silvio duce il rettore “regnerà come Dio sull’universo” (cito una famosa frase di Tocqueville), aumentando enormemente i suoi poteri: vi siete chiesti per quale ragione la Crui (l’organo che unisce tutti i rettori degli atenei) sia favorevole alla legge? E assumendo un ruolo ancillare e complice al tempo stesso, i rettori, quando si temeva (si sperava) che la “riforma” venisse boccata, hanno cominciato a gridare: al lupo, al lupo! Se non passa la “riforma” l’Università muore. Non ci sono limiti alla disonestà intellettuale. Era vero – è vero – l’esatto contrario.

Bugie, rovesciamenti della verità, omissioni di informazioni, e continuità negli aspetti negativi, come la sottomissione al feudale sistema delle cattedre; tentativo di imporre un controllo politico su una delle poche zone franche, ossia precisamente scuola e università. Le circolari ministeriali nella scuola sono inquietanti, da questo punto di vista. E anche su questo punto al di là delle proteste provenienti dall’interno, ci si sarebbe aspettato una rivolta dei troppi “liberali” di casa nostra. Ma forse erano troppo impegnati a chiedere e offrire consulenze alla ministra per accorgersene.

Di Angelo d’Orsi su Micromega del 27/12/2010

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