Capodanno: se anche oggi si ripete il rito.

 

Due profonde riflessioni per problematizzare ancora, ostinatamente, anche queste ultime e su queste ultime ore del 2010.


 

 

Anche quest’anno, odio il capodanno

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno piú nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Antonio Gramsci, “Avanti!“, ed. torinese, rubrica “Sotto la mole“, 1 gennaio 1916.

————————————————————————————————-

E’ proprio il caso di farci gli auguri per il futuro!

Essendo nato nel lontano 1956 (pochi mesi dopo il rapporto con cui Nikita Krusciòff demolì il monumentale mito di Stalin, salvo ribadirlo a Budapest solo due stagioni dopo), ho un rapporto piuttosto stretto con la storia.

Per cui faccio fatica ad avere una visione ottimistica del futuro, quando sento una velina del governo dire di aver seppellito il ’68. Io a quell’epoca facevo la prima media (unificata rispetto agli antecedenti “ginnasio x i ricchi” ed “avviamento x i poveri”, grazie al primo centrosinistra di Nenni e Fanfani), e la mia storia scolastica sarebbe stata probabilmente un’altra, senza lo scossone alla scuola di classe dato in quell’anno – quello sì – di grazia.

Sono cresciuto sui libri di don Milani, prima che su quelli di Carlo Marx, ma oggi ci sono politici che dicono che gli handicappati debbono tornare nelle classi differenziali, ed il Concilio Vaticano II è stato già seppellito dai papi polacchi e tedeschi.

Ho iniziato a lavorare in una cooperativa sociale avendo in testa il pubblico impiego, ed ora mi trovo a stare molto meglio dei giovani che cercano un lavoro, che sarà probabilmente precario a vita.

Ho passato una vita sotto la stella dello Statuto dei Lavoratori del 1970. Verrà  abrogato nel corso dell’anno 2011, così torneremo tutti ad essere vassalli di un Marchionne qualunque.

Ho potuto godere gratuitamente di numerosi ricoveri ospedalieri (sono sempre stato un ragazzo cagionevole il che – come diceva mia nonna Antonietta – è augurio di vita lunga, visto che “l’erba cattiva non muore mai”), grazie al Servizio Sanitario Nazionale. Oggi ci si vuole ridurre come negli Usa, la nostra pelle verrà venduta sul “mercato”, e così noi finiremo per chiedere la carità per le strade, se ci ammaleremo, visto che la pensione torna ad essere un privilegio.

Dal 1978 non temo che le più o meno benevole considerazioni sul fatto che sia un po’ matto mi facciano sentire qualche brivido giù per la schiena, visto che i manicomi non ci sono più. Ma dal 2011 potremmo averceli di nuovo a disposizione, grazie all’azione congiunta di Ciccioli, Binetti & Guzzanti senior (due su tre potrebbero essere degli oppositori antiberlusconiani, per chi crede a queste fesserie).

Ho passato una vita da pacifista, a buttare giù muri e pregiudizi, e mi ritrovo circondato da buzzurri padani, fascisti al governo e con un numero di guerre inaudito in giro per il nostro pianeta. Mi viene il dubbio che nel 1989, sotto le rovine del Muro, a fianco degli sbirri travestiti da comunisti, ci sia rimasta soprattutto la povera gente. Quella che in Russia ha diminuito la sua aspettativa di vita, col capitalismo.

Intanto il pianeta sta soffocando ma i potenti, pur di guadagnare, fanno finta di nulla. Finché le tempeste non si abbatteranno sui loro quartieri esclusivi: ma sarà troppo tardi, noi non potremo goderci la soddisfazione, e la maggioranza di poveri morti di fame sarà scomparsa prima.

Un tempo credevo in un’alternativa politica. Oggi sono piuttosto scettico: un’opposizione non c’è più, sono afoni (e, se riacquistano la voce, ti fanno vergognare di essere stato loro parente), ed in ogni caso non sono di classe. In tutti i sensi ammessi dal vocabolario.

Difficile avere ed augurare speranze per il futuro.

Ma poi leggo che Guido Rossi, uno dei grandi economisti italiani, afferma che “bisogna fare la Rivoluzione“. E cita pure Lenin, anche se aggiunge – con buonsenso – che la prossima volta dovrà essere nonviolenta (vedi il riferimento agli sbirri travestiti da comunisti, qualche riga sopra).

E allora guardiamoci indietro, per trovare ispirazione per andare avanti. Per esempio ai tre soldati della 62a Armata (quella di Stalingrado) sulle rovine del Reichstag di Berlino, nel maggio 1945. Sovietici: non russi, come oggi si dice spesso a sproposito. Quello col berretto rigido, il daghestano Abdulkhakim Ismailov, ci ha lasciato quasi centenario nel 2010. Caucasico, islamico e comunista: uno dei milioni di terzomondiali, immigrati, colonizzati, che hanno garantito alla “civile” Europa il suo benessere per due terzi di secolo.

Gigi Bettoli, storico.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: