La rivolta di un pezzo del mondo che non sapevamo esistesse!

In merito alle mobilitazioni che in queste ore stanno divampando in Medio Oriente ed in Nord Africa,  e considerata la distrazione dell’ “Italietta” su ciò che, al contrario, da diverse parti viene riconosciuto come un “rivolgimento di portata storica”, posto di seguito le riflessioni, a mio avviso molto pertinenti, di due specialisti: Gian Paolo Calchi Novati, docente di Storia moderna e contemporanea dell’Africa all’Università di Pavia, e Angelo Del Boca, tra i principali storici del colonialismo italiano.

In chiusura ho poi inserito i link di due miei articoli di qualche anno fa relativi alla Libia che, credo, possono rappresentare utili contributi per la comprensione dei fenomeni che emergono oggi: il primo è un saggio storico che ripercorre le tappe del colonialismo italiano in Tripolitania e Cirenaica fino all’ascesa di Muhammar Gheddafi; il secondo è, invece, un’intervista del marzo 2006 al Prof. Massimiliano Cricco sulle proteste che si svilupparono in quei giorni in Libia contro il governo italiano dopo la provocazione di Calderoli che, poi, fu costretto a dimettersi da Ministro.

 

Periferia perduta

(Di Gian Paolo Calchi Novati su Il Manifesto del 20/02/2011)

La notizia è che uno dei forzieri con cui in anni di dominio, influenza e sviluppo vigilato l’Occidente ha regolato il rapporto Centro-Periferia sta cedendo a una pressione ormai fuori controllo. L’ampiezza del fenomeno è tale da offuscare i casi singoli. Non ci sono più alcuni «cattivi» spazzati via o sul punto di essere travolti dalla protesta delle rispettive piazze con il loro carico di frustrazioni, disoccupazione e voglia di libertà. Il contagio può aver fatto da detonatore ma all’origine ci sono cause più profonde. È sul punto di crollare un intero sistema di «sicurezza» che andava ben oltre la tutela degli interessi personali, clanici o dinastici di rais, generali, colonnelli e sceicchi. E quando sarà il turno dell’Arabia Saudita?
Finita l’epoca coloniale, il Terzo mondo è stato oggetto di un presidio accurato. Man mano, nel mezzo secolo della guerra fredda è toccato all’America centrale, al Sud-Est asiatico o all’arco della crisi in Africa di occupare il proscenio, ma il Medio Oriente è stato l’epicentro fisso di tutte le strategie di contrasto.
Il primo conflitto dopo il 1989 ha avuto come teatro il Golfo. Si intuì subito che il neo-impero stava traslocando gli apparati militari e para-ideologici da Est a Sud. Dal contenimento dell’Urss e della rivoluzione si passò all’Iraq, all’Iran e finalmente alla «guerra al terrore». Di volta in volta si è trovata la causa per legittimare il «grosso bastone». Si è creduto che gli alti e bassi nel Medio Oriente andassero misurati con parametri di tipo culturale fingendo che le dinamiche sociali e politiche interne, con tutti gli impedimenti che rendono così ardue le transizioni alla modernità di paesi arretrati e soggetti da tempo a forme svariate del potere altrui, non fossero condizionate e manipolate da forze esterne. L’orientalismo come approccio agli affari del mondo arabo-islamico ha dimostrato di auto-riprodursi fino a oggi.
Non per niente Bernard Lewis, il principale bersaglio delle polemiche innescate dal famoso libro di Edward Said, è ricomparso come consulente nelle guerre di Bush che Obama ha dovuto coprire perché nel frattempo si è trovato a farle proprie.
Né i «moderati» alla Ben Ali né i «radicali» alla Gheddafi hanno retto alla prova. Gli oneri sulle spalle dei regimi della Periferia sono esagerati sia in termini economici che in termini morali. Alla lunga diventano insostenibili. Qui si può capire la contestualità delle vampate. Sono stati impiegati metodi autoritari, la distribuzione della rendita è stata iniqua, la crescita dell’economia non ha tenuto il passo della demografia. Mubarak e gli altri non sono stati semplicemente appoggiati da Europa e Stati Uniti: hanno combattuto una guerra, silenziosa o rumorosa a seconda dei momenti, per difendere il petrolio, le grandi linee di comunicazione internazionali, Israele e da ultimo le nostre spiagge dagli sbarchi dei clandestini.
È ingeneroso infierire contro Berlusconi, piccola rotella di un meccanismo tanto più grande di lui. Per colmo d’ironia, a ballare mentre il Titanic va verso l’iceberg del destino non sono i passeggeri ignari ma lo stesso comandante in capo visto che gli Stati Uniti proprio in questi giorni hanno bocciato con il veto l’ennesima, vana risoluzione dell’Onu sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Come sempre, i grandi eventi si accompagnano a piccoli vizi.

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«Gheddafi reggerà, in Cirenaica rivolta endemica»

(Di Tommaso Di Francesco su Il Manifesto del 20/02/2011)

Sulla sanguinosa crisi libica in corso, dagli esiti drammatici e incerti anche per la difficoltà delle fonti, abbiamo rivolto alcune domande ad Angelo Del Boca, esperto di Libia e storico del colonialismo italiano.

Le notizie che arrivano parlano di un paese spaccato in due, anche l’esercito e i «comitati rivoluzionari» sarebbero divisi, la Cirenaica con le città di al Bayda, Bengasi, Tobruk è nelle mani degli insorti. La situazione sembra precipitare e le vittime sono quasi un centinaio…

Sì, precipita. Però, come giustamente dicevi, il paese è spaccato in due. Per la Cirenaica era già possibile prevedere una rivolta. Non è la prima volta, è già accaduto nel 2006 per la provocazione anti-islam del «nostro» ministro Calderoli e c’è da dire che, perlomeno negli ultimi 15 anni siamo alla terza insurrezione. Nel 1996 infatti non abbiamo mai saputo il numero delle vittime, solo gli arrestati furono migliaia, eppure allora intervenne contro quella rivolta islamista l’esercito, l’aviazione e la marina che sparò contro la Montagna verde, l’unica presenza montuosa simbolo dell’eroe Omar al Muhtar. Impossibile sottovalutare ancora l’influenza fortissima in Cirenaica della storica confraternita politico-religiosa della Senoussia.

Quindi secondo te il colonnello Muammar Gheddafi non ha le ore contate…

No, anche perché la stessa famiglia Gheddafi è come spezzata in due. Una divisione che è quasi una risorsa.

C’è la possibilità che questo conflitto apra le porte del potere a Seif al Islam, il figlio di Gheddafi che lavora da tempo ad una riforma della costituzione libica e che ha trattato per la liberazione dalle carceri di centinaia di integralisti?

Su questo ci andrei un po’ con calma. A proposito dei figli, voglio ricordare che da un parte ci sono Khamis che è a capo di questi battaglioni di sicurezza, che poi sarebbero i pretoriani del regime, e Motassem, anche lui coinvolto nell’esercito; entrambi a favore di Gheddafi e adesso suoi strenui difensori, a ogni costo, come si capisce dagli avvenimenti di Bengasi e al Beida, dove era presente proprio Khamis. Dall’altra parte abbiamo Seif al Islam, che in questa situazione non ha fatto particolari dichiarazioni, ma da quanto sappiamo è l’unico che dà informazioni su quello che sta succedendo. E certo è l’unico che ha fatto liberare negli ultimi mesi centinaia di integralisti islamici di Bengasi. Che aveva liberato a condizione che loro, in un certo senso, si pentissero, ammettessero il loro errore e non tornassero più a fare operazioni di carattere violento. Ripeto che in questi ultimi mesi e giorni, è l’unico che dà informazioni su quello che accade.

In questo momento il mondo occidentale, quello che ha interessi strategici fondamentali in Libia, sembra molto preoccupato. Non parliamo solo dell’Italia, con l’Eni e Finmeccanica, ma anche degli Stati uniti…

Sì, gli Stati uniti da quando hanno deciso con Bush nel 2004 che la Libia non è più uno stato canaglia, sono tornati ormai da sette anni con quattro multinazionali petrolifere ad attingere al petrolio di Tripoli. E gli interessi non sono solo per il petrolio perché i francesi hanno attivato contratti per vendere i loro aerei da combattimento, la Gran Bretagna aveva mandato Tony Blair – che con Seif al Islam risolse anche la vicenda drammatica di Lockerbie – come commesso viaggiatore d’affari. Tutti in fila per vendere forniture. Perché in Libia-Piazza Affari c’è da cambiare tutto: ci sono da costruire aeroporti nuovi, la famosa ferrovia, l’autostrada litoranea dovrà costruirla l’Italia. Come da accordo storico con il quale il governo italiano riconosce le infamie italiane colonialiste e fasciste, per avere in cambio il contenimento – vale a dire nuovi campi di concentramento – dell’immigrazione disperata del Maghreb e dell’interno africano.

A proposito d’Italia. Come giudichi le dichiarazioni di Berlusconi di fronte al precipitare della stuazione e alla repressione sanguinosa: «Non ho chiamato Gheddafi perché non lo voglio disturbare»?

È una forma di viltà. Da parte di uno che proclama di essere un personaggio «amico e fraterno», ecc. ecc., e che «ha imparato il bunga-bunga da lui», ecc. ecc. Io non solo gli avrei telefonato, ma intanto gli avrei chiesto com’è la situazione, anche perché dalla sua voce sarebbe una dichiarazione autorevole. E poi gli avrei chiesto di essere clemente e di cercare di non provocare altro sangue. Invece «lui» non lo vuole disturbare. Non lo vuole disturbare perché oltretutto è anche un vigliacco.

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ARTICOLI CORRELATI:

Proteste in Libia contro il governo italiano: le ragioni di un risentimento

(Di Carmelo Albanese su l’Ernesto del 16/04/2006)

Libia e Italia. “Il gesto di Calderoli ha riacceso vecchi rancori”

(Di Carmelo Albanese su l’Ernesto del 06/03/2006)

 

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