Tra partito e movimento: un dibattito ancora aperto

La presentazione del volume di William Gambetta «Democrazia Proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi» lo scorso 15 febbraio a Roma è stata l’occasione per promuovere una prima discussione su quel particolare tornante storico che è il periodo a cavallo tra la metà degli anni settanta e la fine degli anni ottanta.

Un quindicennio particolare quello in cui si realizza la parabola di Democrazia Proletaria: ad una generazione che vota le sue passioni e le sue spontaneità alla partecipazione, all’impegno e al cambiamento ne succede una che si colloca in una posizione diametralmente opposta. Se si volesse individuare una data periodizzante, ossia una data che pone fine ad un periodo storico e dà inizio al successivo, probabilmente si potrebbe indicare la cosiddetta marcia dei quarantamila quadri della FIAT: Torino, 14 ottobre 1980.

L’epicentro di quest’involuzione fu, come noto, Milano, che da laboratorio delle sinistre del conflitto divenne crogiuolo politico-ideale della sinistra del disimpegno. Demonizzare gli anni ottanta o, peggio, tentare di espellerli dalla storia nobile di questo paese, non aiuta sicuramente a comprendere la misura e le implicazioni del cambiamento innescato in questa fase. La tesi a cui qui si accenna è quella dunque che vuole porre in diretta relazione gli anni ottanta coi due decenni successivi: volgarizzando si potrebbe dire, capire Craxi è capire Berlusconi. La cosiddetta mentalità degli italiani d’oggi, del resto, si costruisce proprio in questo fatidico decennio, in cui edonismo e consumismo assurgono a simboli del benessere. Circostanza singolare quest’ultima proprio in ragione della storia del decennio precedente, gli anni settanta, che avevano visto assottigliarsi la forbice tra le classi sociali e configurarsi la società più equa dell’intera storia di questo paese.

La riduzione degli anni settanta ai cosiddetti anni di piombo è, in questo senso, l’origine della contraddizione di cui sopra; se essi furono, come a torto si sostiene, l’incubatrice di ogni deriva lottarmatista, il decennio successivo è il decennio del sollievo collettivo. Su questa distorsione, cui contribuì la sinistra del disimpegno a cui prima si faceva riferimento, si sono costruite alcune fondamenta dell’attuale società, quella che si vuole unica, indispensabile ed insostituibile.

In questo quadro si inserì l’originale esperienza di Democrazia Proletaria. Un partito che al conflitto capitale-lavoro accompagnò un’attenzione per alcuni nuovi soggetti politici e sociali affermatisi nel cosiddetto «movimento» degli anni precedenti.

Non trattandosi di una recensione bensì di una riflessione scaturita dalla discussione del volume, per il merito di quest’esperienza si rimanda al pregevole testo di Gambetta; qui ci si limiterà a considerare alcuni aspetti di quell’esperienza che possiedono ancora oggi una loro attualità.

Mediazione e sintesi in DP

Tratto distintivo dell’esperienza di Democrazia Proletaria fu la presenza al suo interno, fin dalle sue origini, di sensibilità e culture politiche molto diverse. A dispetto dello scissioni e dei vari sommovimenti interni va riconosciuta a DP la capacità di aggiornare con coerenza la sua piattaforma politica originaria nel corso del quindicennio in questione. Resta tuttavia in sospeso, a mio avviso, l’ipotesi secondo cui si sia formata una cultura politica organicamente demoproletaria. Va registrato in questo senso un dato in una qualche misura significativo: dismessi i panni del cartello elettorale e strutturatosi in organizzazione, in DP, seppur a corrente alterna, continuarono a perpetuarsi e riprodursi quelle linee di divisione proprie delle organizzazioni politiche costituenti. Se in una prima fase quest’aspetto fu sicuramente una forza, nel medio periodo la cristallizzazione di queste dinamiche divenne sicuramente un limite. Si badi: non si sostiene qui che culture e sensibilità diverse vadano azzerate nell’ambito di un percorso politico, si ritiene però dirimente la capacità di saperle coniugare e sintetizzare ad un punto più avanzato nel medio-lungo periodo. L’impressione, forse ancor più valida per la successiva esperienza di Rifondazione Comunista, è che si sia giunti ad una sorta di mediazione, o costante negoziazione, tra culture politiche che faticavano ad evolversi in maniera adeguata. In un certo senso l’esperienza di DP testimonia quindi la possibilità di mettere in una connessione politico-organizzativa soggettività relativamente diverse, ma anche i limiti di prospettiva in assenza di una sintesi politica avanzata.

Il 27 del mese di un’organizzazione politica

Secondo aspetto, anch’esso di stringente attualità, è il rapporto tra proposta politica e «sopravvivenza» organizzativa. In un quadro politico sicuramente molto diverso da quello attuale, legge elettorale e sistema partitico in primis, DP dimostrò che è possibile sopravvivere anche non riuscendo ad eleggere sistematicamente nelle istituzioni, Camere in primis. Non si vuole qui elogiare una qualche forma di infantile estremismo o di extraparlamentarismo. Più semplicemente, oggi più di ieri, all’interno di alcuni partiti della sinistra, sottotraccia, si giustificano le peggiori piroette ed alleanze adducendo anche ragioni di natura economica (leggasi rimborsi elettorali). Risultando in una qualche misura demagogici si potrebbe dire che i partiti «finiscono» in assenza di idee piuttosto che del denaro. In realtà la dipendenza assoluta dal rimborso pubblico, e dagli stipendi versati dagli eletti, è sicuramente un problema ormai strutturale per alcuni partiti di sinistra. In un quadro politico il cui baricentro si sposta costantemente a destra ormai da trent’anni, la sua rincorsa, in ragione della dipendenza, è sicuramente il peggiore dei mali. Indipendenza economica è quindi sinonimo di autonomia politica: conditio sine qua non per operare scelte equilibrate.

Movimento, movimenti

Il dibattito dello scorso 15 febbraio ha evidenziato infine alcuni profili politico-partitici di carattere più generale. Gambetta, nella disamina dei nodi irrisolti dall’esperienza di DP, ha giustamente fatto riferimento a quello relativo ai rapporti del partito col «movimento». La significazione del termine «movimento», piuttosto che la vexata questio del «partito-strumento», richiede un supplemento di riflessione: cosa si intende col termine «movimento»?*

Proprio DP nel corso della sua storia si è confrontata con due dimensioni e significazioni del termine diversissime: la prima che arriva per l’appunto alla marcia dei quarantamila e la seconda che gli succede. La prima, vasta, eterogenea, con una componente di studenti e soprattutto lavoratori considerevole, la seconda frammentata, complessivamente marginale, e imperniata per lo più su single issue, si pensi al nucleare o agli euromissili. Due significazioni del termine molto diverse tra loro, che rimandano a due fenomeni la cui importanza ed incidenza nella società variò moltissimo, in ragione soprattutto dell’assenza, negli anni ottanta, di quel movimento dei lavoratori, «cosciente» e combattivo, vero fulcro del cambiamento generale della società a cui si faceva riferimento prima. La disquisizione sull’organizzazione del partito e sul suo ruolo nella società, di fronte a fenomeni che solo erroneamente possono essere definiti alla stessa maniera, può quindi risultare fuorviante. Chiarito quest’aspetto, si può rilevare, come osservato dallo stesso Gambetta nel corso del dibattito, che a distanza di vent’anni dalla conclusione dell’esperienza di DP il nodo sulla forma partito, e sulle relative relazioni con la società diffusa, continua ad essere irrisolto. Riprova ne è stata, in tempi più recenti, la consapevole confusione tra partito, Rifondazione Comunista e – l’ancor diverso rispetto ai precedenti – «movimento di Seattle», nel primo decennio del ventunesimo secolo. Il cosiddetto «bertinottismo» e le vicende politiche da esso scaturite hanno evidenziato ancora una volta l’attualità e le implicazioni del problema.

 

*Mutatis mutandis si potrebbe discutere, guardando all’attualità del Nord-Africa, sulla significazione del termine «società civile».

Di Polonio210 su Rebus Magazine del 28/02/2011

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