La camicia stretta della Nazione

A voler fare una previsione, la giornata odierna sarà in larga parte farcita di roboanti discorsi, articoli e quant’altro, poco fondati su un valido apparato storiografico e, soprattutto, finalizzati al c.d. “uso pubblico della storia”, che poi nel nostro Paese si traduce in una becera retorica nazionalista.

Al fine di contrastare, per quel che è possibile, questo inarrestabile processo, i cui prodromi abbiamo avuto modo di ravvisare nei giorni appena trascorsi, posto di seguito l’interessantissima relazione che Piero Bevilacqua, docente di Storia contemporanea all’università “La Sapienza” di Roma, ha tenuto lo scorso ottobre all’iniziativa organizzata a Teano in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele che segnò il passaggio del Mezzogiorno al Regno d’Italia.

Vorrei svolgere qui una riflessione di lungo periodo. Corro deliberatamente il rischio di una rappresentazione schematica, ma la storia dei popoli non si può comprendere se non dentro un lungo arco storico. E oggi siamo al momento delle riflessioni radicali. D’altra parte, la ragione di questa scelta risponde anche a un duplice scopo: fornire una cornice generale ai colleghi storici che seguiranno con interventi più specifici e raccordare in maniera più ravvicinata la celebrazione del centocinquantenario  con il presente, con i problemi che abbiamo di fronte.

L’Italia è sempre stata segnata da questa singolare contraddizione: essa ha avuto una precocissima identità culturale e territoriale, una identità di Paese e una tardiva identità di Nazione. Quando parlo di Paese mi riferisco – utilizzando soprattutto il testo di Ruggiero Romano, «Paese Italia», pubblicato nel 1993 – alle culture popolari, alle tradizioni, alla religione, alle cucine, alla lingua, al sentire comune, alla letteratura.

Come ha mostrato Romano questa identità è più forte da noi, dove il potere politico è frammentato, che in Paesi come la Francia, l’Inghilterra o la Spagna di antica tradizione politica unitaria. Questa identità del Paese si esprime anch’essa in una forma economica e politica che non ha paragoni in Europa: essa si manifesta attraverso la disseminazione nel territorio delle città, dei centri cittadini. L’Italia è un Paese di città, mentre gli altri Paesi sono prevalentemente campagne con al centro una grande capitale. Cattaneo l’aveva ben compreso quando nel 1858 scrisse La città considerata come principio ideale delle istorie italiane. Ora queste città – che sono il lascito degli antichi municipi romani – sin dal tardo medioevo sono protagoniste di una straordinaria e prolungata supremazia economica nel bacino del Mediterraneo.

E’ noto a tutti il profilo di veri e propri imperi commerciali e finanziari assunti da città come Venezia e come Genova, per un buon numero di secoli. Ma l’intraprendenza economica su scala europea – o, se vogliamo usare una espressione di Braudel, nell’ «economia mondo» di quell’epoca – vede protagoniste, a lungo, una moltitudine di città: dalle repubbliche marinare [Amalfi e Pisa , oltre a Genova e Venezia] a centri più interni come Milano, Firenze, Lucca, Ferrara, Mantova, Bologna, ecc. Naturalmente, anche alcune città del Sud partecipano a questa vicenda, benché in forme commerciali più subalterne, e all’interno delle strutture di un Regno unitario. Penso a Napoli, a Bari, a L’Aquila, Palermo, a Catania, Siracusa, Messina, Trapani, ecc.

Se noi vogliamo comprendere oggi l’origine delle nostre città d’arte, oltre che del nostro straripante patrimonio artistico, la dobbiamo cercare in questa straordinaria fioritura economica delle nostre innumerevoli città, che dura sino all’età moderna. I capitali per finanziare i palazzi signorili, i monumenti, le opere d’arte sono venuti dalle manifatture tessili e dalla mercatura cittadina, oltre che, naturalmente, dalla rendita fondiaria, dallo sfruttamento del contado, del lavoro contadino. Per avere un’idea di questa prevalenza economica dell’Italia sino ai primi del sedicesimo secolo basti ricordare che Marx sosteneva, ai suoi tempi, che il Paese destinato a realizzare per prima la rivoluzione industriale era l’Italia, non la Gran Bretagna, in virtù della sua avanzata produzione manifatturiera e del suo predominio commerciale.

Com’ è noto questa supremazia viene perduta quando nascono in Europa i moderni Stati assoluti: quando cioè l’economia mercantile e protocapitalistica conosce una forma più avanzata di organizzazione politica, si dispone su più ampi spazi territoriali e viene sorretta da un potere centralizzato sempre più forte anche sotto il profilo militare. Ora, non è che in quella fase le nostre città e l’Italia con esse, sotto il profilo economico, decadono, come a lungo si è pensato. Semplicemente, come ha ricordato Paolo Malanima, perdono il loro primato. E questo perché, con l’età moderna ,la supremazia economica passa necessariamente attraverso nuove forme di potere statale. Le sfide economiche ora si svolgono su nuovi spazi intercontinentali. Quindi è il potere statale centralizzato altrui che ci mette fuori dal grande gioco internazionale, dapprima nello stesso Mediterraneo – dove eravamo i dominatori – e poi , un secolo dopo la scoperta delle Americhe, nello spazio atlantico, dove non siamo mai entrati.

Ma nel corso del Sedicesimo secolo si verifica un altro processo che oggi è molto ricco di insegnamenti per noi. Con l’ingresso delle navi nord-europee nel Mediterraneo, e il loro crescente predominio, si spezza quello che Maurice Aymard ha definito il «sistema italiano», vale a dire la complementarietà economica tra Nord e Sud del Paese. Per secoli, infatti, le economie agricole meridionali , sia pure con rapporti commerciali subalterni, avevano avuto i loro sbocchi nelle città mercantili del Nord. Il cotone siciliano costituiva la materia prima per tante industrie tessili lombarde o toscane. L’olio d’oliva di Terra di Bari o di Terre d’Otranto, prodotto da vere e proprie foreste di oliveti, veniva smerciato come prodotto industriale da Venezia e Genova nelle varie piazze d’Europa.

Ebbene, l’assenza di uno Stato centrale, favorirà la rottura di questo sistema, che aveva giovato al Sud e soprattutto al Nord. Queste due grandi aree rimarranno di fatto commercialmente separate almeno fino all’Unità. Fino a quando il nuovo Stato unitario e la costruzione delle ferrovie non daranno vita al mercato nazionale interno.

Credo sia importante mostrare questi precedenti. Perché noi non possiamo valutare tutto il valore del conseguimento di un moderno Stato unitario se dimentichiamo la linea lunga della nostra storia. Nel Seicento e nel Settecento, la creatività e la vivacità delle economie locali urbane, non era più in grado di competere con un livello superiore di organizzazione della vita economica raggiunto dai Paesi del Nord Europa. E perciò l’Italia, il Paese Italia, viene messo ai margini , alla periferia dell’economia-mondo di allora. E sarà solo con la realizzazione di uno Stato-nazione che esso ritroverà una parte della antica centralità perduta.

Voglio ricordare qui che la nuova figura dello Stato-Nazione non costituisce soltanto una forma più avanzata di governo dell’economia nell’epoca della nascita della borghesia capitalistica e della diffusione dei modi di produzione capitalistici. Il moderno stato borghese è portatore di processi emancipativi più ampli. Esso si viene formando come eredità della rivoluzione francese, liquida le vecchie bardature della giurisdizione feudale, fonda lo stato di diritto, amplia gli spazi delle libertà individuali e collettive, consente la formazione di un’opinione pubblica nazionale, favorisce – in diversa misura, da paese a paese – la nascita del moderno cittadino. [Naturalmente fonda anche lo sfruttamento coloniale del Sud del mondo, ma questo aspetto, in questa sede, lo dobbiamo, per brevità, espungere dal quadro]

Ovviamente, oggi, nel valutare questa conquista della lunga storia italiana non possiamo non ragionare su come tale unità si è formata, su come vi è entrato il Mezzogiorno, su come il Paese è entrato nella Nazione . Ora, su molti aspetti controversi, di questa rilevante fase di passaggio della storia italiana interverranno altri illustri colleghi. Neppure posso soffermarmi su un altro aspetto: quello dei danni o dei vantaggi che il Sud avrebbe ricevuto entrando nella nuova compagine unitaria. Io credo che oggi bisogna lasciar cadere gli aspetti recriminatori e sterilmente polemici di quella questione. Piuttosto qui occorrerebbe svolgere una considerazione di ordine diverso: quella che riguarda il problema della formazione della ricchezza nazionale.

Da tempo la Lega va rivendicando l’ autogestione delle ricchezza insediata nei territori dell’Italia settentrionale. Come se si trattasse di considerare i dati del Pil della Lombardia o del Veneto degli ultimi anni. Ma questa è una pretesa che rattrappisce un intero processo storico. Dopo 150 anni di vita nazionale unitaria come si fa a separare quella ricchezza dal contributo che vi ha dato tutto il Paese? Pensiamo al contributo degli emigranti che hanno inondato di moneta pregiata, con le loro rimesse, l’Italia del primo quindicennio del Novecento, che hanno favorito l’arrivo del carbone belga nel secondo dopoguerra, o a quello dei braccianti meridionali che hanno lavorato alla Fiat, al ruolo dei professionisti e dei quadri tecnici formatisi nelle università meridionali e diventati classe dirigente distribuita in tutte le regioni. E anche laddove si denunciano i “ritardi” del Sud occorrerebbe saper vedere anche il loro lato vantaggioso generale. Ci si dovrebbe infatti chiedere: quanto è stato utile un Mezzogiorno, scarsamente industrializzato, che ha costituito per decenni un tranquillo mercato interno per le produzioni industriali del Nord? Ma anche il binomio Nord-Sud è monco. Costituisce una rappresentazione schematica e impoverita del nostro Paese. Non solo perché cancella le differenze interne che segnano ciascuna delle due grandi aree, ma anche perché, di fatto, abolisce una parte rilevante dell’Italia. Come ha ricordato di recente Asor Rosa, esiste un’ «Italia di mezzo» che ha contribuito potentemente alla formazione del Paese e della Nazione, con economie, culture, classi dirigenti, e che non compare nel dualismo retorico delle cronache correnti.

E come accettare, infine, il rozzo economicismo di questa contrapposizione dualistica?Un Paese è fatto solo di fabbriche, e di Pil? E quale ruolo hanno avuto gli scienziati, gli artisti, i poeti, i filosofi nel formare l’identità italiana, la nostra comune lingua, l’orgoglio di una appartenenza a una comune storia, il collante dello stare insieme, il nostro prestigio nel mondo? E come possiamo permettere che si liquidi il ruolo di Roma, vale a dire della capitale dell’Italia contemporanea, del suo Parlamento, dei suoi governi, con una caricatura denigratoria? Su questi temi, comunque, non più di un accenno. Io vorrei soffermarmi invece su un aspetto specifico, perché ho l’ambizione – sia pure in via di ipotesi – di cogliere quello che a me sembra un connotato costante e per così dire fondativo dell’ Italia contemporanea, il filo rosso della sua storia negli ultimi 150 anni.

Fin dal 1860 il problema dell’ Italia è il modo in cui il Paese viene organizzato negli spazi culturali, giuridici e politici di una moderna Nazione. Ora questo, contrariamente a quanto a volte si tende a dimenticare , non è un problema esclusivamente italiano. Riguarda in genere tutti i paesi che si danno una moderna configurazione di Stato-Nazione nel corso dell’Ottocento. Voglio riportare in proposito un esperienza personale. Sul finire degli anni settanta ho letto un libro che mi ha procurato uno shock culturale assai salutare. Il libro era di uno storico americano con un inconfondibile cognome tedesco, Eugen Weber, e il titolo era «Peasants into Frenchmen» [1976], Da contadini a francesi come più tardi venne tradotto dal Mulino. Ebbene questo libro mostrava una Francia che letteralmente sconvolgeva la vulgata di una nazione di antica e uniforme identità culturale. A leggerlo era come se la Grande Rivoluzione dell”89 fosse avvenuta da un’altra parte.

Il Paese Francia, cioè la sua sterminata pancia rurale, appariva come un mosaico multiforme di linguaggi, culture, tradizioni economiche, foggie di vestire e di abitare, pesi e misure, ecc. Perché abbiate un’dea di quello che Weber squaderna in questa sua vasta ricerca rammento che egli intitola il primo capitolo A Country of Savages, un paese di selvaggi. Del resto anche Braudel, ad apertura del primo volume della sua storia della Francia, nel voler cogliere un suo carattere originale, esalta quello che egli chiama «il trionfo conclamato del plurale, dell’eterogeneo, di quel che non è mai completamente simile». Dunque, perfino le classi dirigenti di uno dei più antichi stati unitari del Vecchio Continente, ha dovuto fare i conti con un Paese multiforme ed eterogeneo. Non dubitiamo che analogo compito sia toccato, ai tedeschi, cosi come alle classi dirigenti degli altri Paesi europei. Ebbene, qui cogliamo un elemento comune dell’Italia con gli altri Stati e al tempo stesso la sua drammatica divaricazione. Perché io credo – e qui sta il filo rosso che voglio porre in evidenza – che le nostre classi dirigenti non siano state capaci di far entrare in un progetto egemonico di Nazione moderna la grande massa dei ceti popolari e in genere quello che chiamiamo Paese.

Ora, noi sappiamo quanta controversia storiografica ci sia intorno ai modi in cui è stata realizzata l’unità. Ma su un punto credo che ci sia consenso unanime : le fragili basi di consenso sociale su cui nasce il giovane Stato. Un potere centrale senza dubbio forte, ma dotato di limitata egemonia [nel senso complesso che Gramsci dava a questo termine]. Si può ancora discutere se esistevano le possibilità, nell’Europa di allora, di realizzare una rivoluzione agraria come voleva Gramsci – e poi Sereni – che coinvolgesse i contadini nel processo di formazione dell’Italia. Chabod e poi Romeo lo negavano con analoghe e varie ragioni. Ma nessuno di loro negava la desiderabilità di una partecipazione dei ceti popolari alla vita nazionale.

Ora, tale coinvolgimento fu limitato, come sappiamo. Forse meno limitato di quanto poi si sia creduto. Ma, soprattutto, nei decenni successivi mancò una politica capace di far guadagnare il consenso popolare alle nuove istituzioni nazionali. L’aspra pressione fiscale del nuovo Stato non servì certo ad allargare le basi del suo radicamento. Uno dei momenti che in genere rifondano i rapporti tra le popolazioni e lo Stato, grazie all’emergere della figura del nemico, vale a dire la guerra, non ebbe in Italia questa funzione. Nelle trincee della prima guerra mondiale, i contadini si riscoprirono come eterogenea comunità nazionale, italiani e fratelli parlanti diversi dialetti, ma mandati a morire da uno Stato estraneo e per una guerra che non comprendevano. La guerra, come è noto, ebbe poi anzi la conseguenza di lacerare ulteriormente il Paese e la Nazione.

Debbo qui almeno accennare anche a un’altra ragione che aiuta a capire i limiti egemonici del potere unitario. Essi sono il frutto, oltre che del modo in cui è avvenuta l’unità, del brigantaggio e della sua repressione, delle politiche fiscali, ecc. , di altre componenti. Una di queste è il carattere eterogeneo della borghesia italiana, messo in luce da Alberto Banti nella sua Storia della borghesia italiana in età liberale. Una borghesia diversa per provenienza geografica, formazione economica e sociale, cultura politica. Queste classi dirigenti tra di loro divise hanno indubbiamente accentuato la fragilità del consenso complessivo dello Stato-nazione. Ma quel che qui importa sottolineare sono le conseguenze di questa fragilità originaria e fondativa, per così dire, della nostra compagine unitaria. Perché, è mia profonda convinzione che tale debolezza costitutiva abbia avuto, nel corso di tutta l’età contemporanea, conseguenze decisive nell’indirizzare lo svolgimento della nostra storia.

La debolezza egemonica della borghesia italiana ha a mio avviso accresciuto i suoi timori per la tenuta della compagine unitaria e ha quindi spinto lo Stato ad accentuare il suo centralismo, a mortificare le autonomie locali, a disconoscere le fisionomie e le culture dei territori. La Nazione si è venuta dunque costruendo con i suoi apparati normativi e istituzionali, ma reprimendo la creatività e le diversità storiche e antropologiche del Paese. Naturalmente, non tutto di quelle tradizioni era da salvare. Il cattolicesimo bigotto e retrivo di tanta parte del mondo contadino non era certo più avanzato della modernizzazione autoritaria del nuovo Stato. Ma a me sembra che sia accaduto esattamente questo: l’arcipelago di culture che il Paese Italia esprimeva non ha conosciuto il disciplinamento moderno in grado di trasformarlo in un livello più elevato e originale di civilizzazione dell ‘intera Nazione. La Nazione non si è fatta forte del Paese che aveva in corpo.

Ma tale fragilità egemonica originaria è forse alla base di quello che io considero una delle costanti ricorrenti della storia dell’ Italia contemporanea, un suo perverso carattere originale: la tendenza di fasce estese delle classi dirigenti di rompere – soprattutto nei momenti di difficoltà e di crisi – il patto costituivo che tiene insieme la Nazione. Questo è il nodo centrale che lega il Risorgimento, l’unificazione nazionale con i problemi dei giorni nostri. Io credo che una costante, sotterranea vocazione all’eversione abbia sempre animato nuclei cospicui delle nostre classi dirigenti. Una lunga e mai spezzata linea rossa che attraversa e segna tante stagioni della vita nazionale e arriva sino a noi.

Mi limito a fare un sommario elenco di questi nefasti passaggi della nostra storia. Ricordo l’avvento del fascismo, che liquidò lo Stato liberale per controllare le masse popolari entrate sulla scena pubblica dopo la prima guerra mondiale, il separatismo siciliano dopo la seconda, il minacciato colpo di stato del 1964, messo in atto probabilmente contro la Riforma urbanistica di Fiorentino Sullo, il tentativo di colpo di Stato del 1970, le stragi e la strategia della tensione, la formazione della P2. Ma questo perverso carattere originale si manifesta in altro modo. La durata secolare di almeno due forme di criminalità organizzata, la mafia e la camorra, non consentono di valutarle come puri fenomeni delinquenziali. Esse sono fittamente intrecciate con i gruppi dirigenti regionali e poi nazionali. La loro durata storica è incomprensibile senza tener presente le estese ramificazioni di potere che esse sono state in grado di stabilire con il mondo delle imprese, delle professioni, del potere politico. E non a caso il loro insediamento da tempo non è più legato al Sud. Un esempio, tra i tanti, è il versamento clandestino di rifiuti tossici sul territorio meridionale che alcuni industriali del Nord hanno affidato alla camorra per il loro smaltimento.

D’altra parte, al di fuori di questa costante culturale e politica non si comprende il fenomeno che ormai ci distingue sempre più nettamente in Europa: l’abusivismo e il saccheggio del territorio. È degno di nota che l’abusivismo edilizio costituisce una pratica anche dei ceti popolari, oltre che dei grandi gruppi immobiliari. Qui infatti si rivela infatti, ancora una volta, la fragilità egemonica originaria delle nostre classi dirigenti, l’incapacità di ottenere consenso dai ceti popolari sulla base di una proposta avanzata di civiltà e il tentativo di conseguirlo invece in forme collusive, infrangendo le regole comuni, violando l’interesse generale.

E naturalmente oggi abbiamo sotto gli occhi una stagione più che decennale di questa cultura dell’eversione, che si raccoglie intorno alla figura di Berlusconi e che si manifesta anche con i conati secessionistici della Lega. Non ho il tempo per entrare nel merito di questi aspetti, peraltro ampiamente studiati, anche da colleghi storici. Qui vorrei riprendere il filo della mia interpretazione di lungo periodo. Con l’avvento della Repubblica, il varo della Costituzione, la nascita dei partiti di massa, le classi dirigenti italiane approdano a un assetto egemonico più avanzato. Questo è un passaggio rilevante della nostra storia, che vede irrompere le masse popolari dentro lo Stato. Si tratta di una svolta importante, anche se qualcuno ha pianto per la morte della Patria. In Italia viene fondata una nuova, più avanzata egemonia. La Dc raccoglie nel suo seno e in una certa misura controlla l’arcipelago politico del Paese e anche i settori reazionari e tendenzialmente eversivi. Il Pci e il Partito socialista portano dentro lo Stato, per la prima volta nella storia d’Italia, gli interessi e la voce delle masse popolari, degli operai e dei contadini. Si potrebbe dire che, in una grande misura, i Partiti di massa finiscono col surrogare la Nazione. La Dc riesce a raccogliere un consenso vasto ed eterogeneo, che va dai grandi industriali del Nord ai piccoli proprietari terrieri della nostre campagne. Nel Pci si ritrovano, come in una comune patria ideale, l’imprenditore dell’Emilia, gli intellettuali di Roma e Torino, i braccianti calabresi. Si trattava, anche qui, di una straordinaria eterogeneità sociale, ma tenuta insieme da un potente collante ideologico: il progetto di una società più avanzata e più giusta, la spinta emancipativa dei ceti popolari verso un superiore assetto di benessere e di libertà.

Sappiamo bene che questa surrogazione della Nazione da parte dei partiti è poi degenerata. La Dc è diventato un partito-Stato. Si è sostituito non solo alla nazione, ma perfino allo Stato. Dunque, l’assetto egemonico fondato nel dopoguerra è entrato in crisi. Non sono così velleitario da affrontare in questa sede, le varie file che si dipanano da quel passaggio strategico. Vorrei solo svolgere un racconto storico essenziale, ma privilegiando preliminarmente il quadro internazionale. La svolta si concentra negli anni ottanta. In quegli anni assistiamo alla crisi fiscale dello Stato sociale, alla crescita dell’inflazione, all’emergere di elementi di blocco e di parassitismo del Welfare. Nel frattempo l’Urss, l’alternativa storica realizzata al capitalismo, si rivela sempre più apertamente come una società soffocata da un pesante apparato burocratico e autoritario. Il Paese che aveva indicato la via della possibile emancipazione proletaria certifica, a tutti coloro che sanno esaminare la realtà, l’attestato di un fallimento.

In quegli anni, dunque, tutto cospira a rendere irresistibile la sfida che il capitalismo e ampi settori delle classi dirigenti lanciano nel Regno Unito, con l’amministrazione Thatcher e negli Stati uniti con l’amministrazione Reagan. Una sfida che ha il suo nucleo teorico e ideale nel neoliberismo e che conquista abbastanza rapidamente lo spazio pubblico mondiale. Anche i vecchi partiti popolari della sinistra vengono investiti e fagocitati in tutta Europa. Com’è ormai noto, tanto i governi di centro -sinistra in Italia che quelli socialisti in Francia, a partire dagli anni novanta sono fra i più solerti propugnatori di riforme neoliberiste, di liberalizzazione e di privatizzazione di imprese e settori, di riforma del mercato del lavoro. Non mi soffermo su questo e rinvio alle ricostruzioni ricche e circostanziate di Serge Halimi e David Harvey.

Da queste riflessioni generali voglio trarre alcune considerazioni che ci riportano dentro i confini della storia nazionale. Una delle conseguenze facilmente prevedibili della trasformazione dei partiti di massa sotto l’urto della modernizzazione neoliberista è stata l’accettazione inconsapevole che questi stessi partiti hanno sottoscritto della propria sopraggiunta irrilevanza storica. Se è il mercato il più efficiente strumento di allocazione delle risorse – e, con una consequenzialità non logicamente necessaria, ma verificatesi nei fatti – è sempre il mercato il migliore regolatore delle relazioni sociali, se lo Stato sociale va ridimensionato per liberare risorse a favore dei ceti imprenditoriali, appare evidente che il ruolo dei partiti appare sempre più irrilevante, la loro presenza sempre meno necessaria. A che servono i partiti se il mercato fa tutto da sé? Non a caso anche i partiti di massa si sono trasformati, hanno cambiato natura, sono diventati nel frattempo segmenti del mercato, agenzie di marketing elettorale. Hanno liquidato i loro apparati, disperso le figure dei militanti, messo al comando un leader dotato di capacità comunicative, in grado di vendere efficacemente messaggi nella società dello spettacolo.

Ma tra i tanti effetti che questa trasformazione ha prodotto negli ultimi decenni ce ne uno, in particolare, che ci porta diritti al cuore dei nostri problemi attuali. La scomparsa in Italia di un grande partito popolare di massa, ha significato, tra tante altre cose, la perdita irrimediabile che operai e ceti popolari hanno subito della loro tradizionale rappresentanza politica: lo smarrimento di un punto di riferimento ideale e culturale di rilevante portata. Pur non volendo mitizzare il ruolo del PCI, ricordo che la sua stessa presenza, le sue sezioni e circoli e cellule insediati nei territori e nei luoghi di lavoro significava, per milioni di lavoratori, che la durezza della loro fatica , i conflitti di fabbrica, le rinunce quotidiane si inscrivevano tuttavia dentro un percorso di emancipazione collettiva, proiettato nel futuro, che dava significato anche alla più opaca ed emarginata delle vite.

Ma la presenza del sindacato e del partito nel territorio, dava senso alla vita e alla lotta quotidiana anche per un’altra ragione: perché essi indicavano le cause economiche, politiche e di potere che si frapponevano a una migliore condizione di vita, alla emancipazione dei lavoratori. C’erano scelte padronali, politiche governative, insomma avversari visibili all’origine dei loro bassi salari, dei ritmi di sfruttamento sul lavoro, della mancanza di case e di scuole. Ebbene, negli ultimi decenni, questo orizzonte sindacale e politico che orientava il comportamento e la vita stessa di milioni di lavoratori è quasi scomparso. Si è smarrito il fine, il significato politico generale del conflitto. E si è verificato quel fenomeno che io chiamo l’occultamento del nemico interno. E’ scomparsa una controparte ravvicinata e visibile contro cui lottare e al suo posto è stato insediato un nemico sfuggente e imprendibile: la globalizzazione. A un certo punto, di fronte alla perdita del lavoro, al dilagare degli impieghi precari, all’intensificazione dei ritmi di fatica, si è incominciato a dire: «è la globalizzazione», come un tempo si diceva «è la vita».

Questa perdita di una controparte da affrontare con la razionalità della lotta sindacale e politica ha avuto un esito gravemente sottovalutato dai vecchi partiti della sinistra. Essa ha consentito che il disagio popolare si trasformasse in risentimento. E il risentimento – come ha osservato Richard Sennett – «è un forte sentimento sociale che tende a staccarsi dalle sue origini economiche e a trasformarsi in altre dimensioni». E da noi, soprattutto nelle regioni del Nord si è ampiamente trasformato. Grazie all’iniziativa di un gruppo politico, la Lega – che ovviamente è sorta sulla base di squilibri reali, come mostrò a suo tempo Ilvo Diamanti – il risentimento ha trovato dei capri espiatori, che sono stati, di volta in volta, dei nemici esterni alla comunità: «Roma ladrona», il «Sud parassitario», e ora i gli extracomunitari, i clandestini, i disperati che il capitalismo senza freni getta quotidianamente sul mercato mondiale del lavoro.

Esiste dunque, un rapporto diretto, tra la trasformazione dei partiti e le divisioni interne, lo scollamento della nazione. Esso dipende direttamente dall’eclisse di un progetto di società che teneva insieme, pur nel conflitto e grazie ad esso, le diverse classi sociali, indirizzandole a traguardi di interesse comune. Scomparso l’interesse generale, affidato all’automatica ricomposizione della mano invisibile del mercato, il risentimento popolare viene facilmente veicolato contro il capro espiatorio del nemico esterno, del clandestino, dei rom, degli zingari, dei meridionali.

Si tratta, del resto, di un fenomeno non solo italiano, ma riguarda in diversa misura un pò tutti i Paesi dell’Europa. Donatella della Porta ha parlato, in proposito di «partiti etno-regionalisti». Definizione che non si applica alla Lega, la quale non ha nulla di etnico, se non le fandonie mitologiche di una razza celtica assolutamente introvabile. Come sanno gli storici – da ultimo Girolamo Arnaldi – non c’è Paese, in Europa, che abbia subito tante invasioni e rimescolamento di razze e culture come il nostro.

Ma questi fenomeni – quest’uso strumentale delle psicologie collettive a fine di parte – non si neutralizzano soltanto con l’impegno culturale, con la solidarietà agli emarginati, con la contrapposizione ideale al razzismo che ormai ha infettato molti angoli d’Europa. Trovo incredibilmente ingenue le proposte di nuove configurazioni istituzional-territoriali, che dovrebbero ridare un nuovo equilibrio unitario alla Nazione, scongiurare la cosiddetta secessione. Non sta qui il nodo. Inflilarsi in questa strettoia è un gesto di subalternità culturale incomprensibile. L’Italia ha da tempo le strutture decentrate con cui i territori possono esprimere le proprie esigenze particolari, le proprie culture e autonomie. Un assetto che si può migliorare, anche dal punto di vista di una più stringente responsabilità fiscale delle classi dirigenti locali. Ma ricordando che già esistono regioni, provincie, comuni, un’articolazione più che sufficiente delle autonomie. Il federalismo sbandierato dalla Lega, è lo slogan di successo di un ceto politico, di una agenzia di marketing elettorale, che vi ha lucrato il suo spropositato potere, ma costituisce una pretesa erronea e storicamente infondata.

Il federalismo, come termine, fa un un grande effetto propagandistico, nulla di paragonabile al grigio lemma regionalismo, che sarebbe più appropriato, ma allude a qualcosa che esiste già e non raccoglie, poi, così tanto consenso. Ma la radice latina del termine, foedus, cioé alleanza, tradisce e denuncia la menzogna concettuale che è alla base della proposta leghista.Il federalismo dovrebbe unire, in un certo modo, ciò che è diviso: esso era proponibile al momento dell’unificazione nazionale, non oggi che la Nazione è unita e per giunta articolata in regioni. In realtà si trasferiscono a livello di territorio alcuni grandi problemi del nostro tempo ormai ben visibili. La Lega ha potuto rinfocolare e rappresentare l’egoismo dei territori anche grazie al disancoramento dei partiti storici della sinistra dalla loro base sociale e di classe. Il venir meno della loro forza rappresentativa ha contribuito a occultare le ben più gravi disuguaglianze verticali che attraversano e lacerano il corpo della società italiana. «Nel 2008 – ha ricordato uno studio della Banca d’Italia – la metà più povera delle famiglie italiane deteneva il 10 per cento della ricchezza totale, mentre il 10 per cento più ricco deteneva il 44 per cento della ricchezza complessiva». Disuguaglianze che passano tra il Nord e il Sud, ma anche tra imprenditori e operai. Ricordo che all’interno dei 30 Paesi paesi dell’ Ocse i salari degli operai italiani figurano al ventitreesimo posto per livello di retribuzione. E noi siamo una delle grandi potenze economiche del mondo. Esiste dunque una divaricante asimmetria di classe, che si stenta a vedere e che talora, anche in buona fede, si stempera nelle grandi metafore territoriali. Si parla di Nord, ma il Nord è fatto solo di piccoli imprenditori? Si parla di Sud, ma il Sud è fatto solo di imprese criminali? O soltanto di poveri? Spesso usiamo i termini Nord e Sud come i lemmi di una antica retorica che sopravvive a se stessa. Parliamo ancora di Sud come ne parlava Salvemini, ai primi del Novecento. Ma il Sud è una società stratificata, divisa in classi, ci sono i poveri, ma anche i ricchi e i ricchissimi, come in tutte le società avanzate del nostro tempo.

L’altro problema nascosto dall’egoismo dei territori è un mutamento storico che fa epoca: il declino dello Stato-nazione. L’unificazione mondiale dei mercati, il sovramondo delle transazioni finanziarie, l’emergere di quelle nuove Compagnie delle Indie che sono le multinazionali, la formazione dell’Europa, hanno ridotto e ridurranno sempre di più l’autonomia dello Stato-nazione. E’ questa la grande sfida cosmopolita che si para davanti a noi. Ad essa, tuttavia, né l’Europa degli ultimi anni, nè il ceto politico dei singoli Stati mostra di sapere rispondere. E l’assenza di un orizzonte più avanzato di raccordo tra le genti e le culture che si muovono nella scena mondiale crea spaesamento, induce a rifugiarsi negli spazi stretti delle identità locali. Non nego che i territori costituiscono dei presidi importanti di resistenza contro l’omologazione culturale trionfante. Sono effettivamente un grande punto di forza, soprattutto in Italia. Ma essi devono accrescere i legami orizzontali, non rinchiuderli. Nello spazio dell’economia mondiale servono nuove configurazioni sopranazionali, non il ritorno alla frammentazione preunitaria. E noi italiani dovremmo essere i più pronti a comprendere quale grande passo indietro sarebbe, innanzi tutto per la società del Nord e poi per l’Italia intera, una secessione. In un ‘epoca in cui le economie vivono nel grande mare globale, l’idea di una autosufficienza mercantile di un pezzo, sia pur prospero, di territorio è una pericolosa illusione.

La crisi che ha sconvolto il capitalismo mondiale in questi ultimi tre anni ha mostrato, con dati ampi e inoppugnabili, che senza la concertazione di tutti gli Stati-nazione l’economia internazionale si sarebbe dissolta nel caos. Nessun mercato può fare a meno di un governo politico dei fenomeni economici. Quello italiano meno che mai, e gli ultimi vent’anni di storia nazionale lo provano ampiamente. Mai nell’ultimo mezzo secolo l’Italia era apparsa così lacerata e disorientata, priva di slancio e di progetti. Ciò mostra quanto sia urgente oggi riconciliare il Paese con la Nazione, ridare allo Stato il suo ruolo di garante della solidarietà sociale e di equo redistributore della ricchezza. È una condizione decisiva perché l’Italia pervenga non certo all’unità, ma per lo meno a quella cooperazione interna che sola le può consentire di dialogare con i grandi attori della scena mondiale, portare il contributo originale delle sue culture.

Di Piero Bevilacqua (docente di Storia contemporanea all’università “La Sapienza” di Roma) su Carta del 17/03/2011

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