Caso Impastato, scoperto un altro depistaggio: trent’anni dopo ritrovata la testimone del delitto

I carabinieri avevano detto che la casellante del passaggio a livello era emigrata negli Stati Uniti e irrintracciabile, invece non si era mai allontanata dalla sua casa di Cinisi. L’ha scoperto la Dia dopo la riapertura dell’inchiesta da parte della Procura di Palermo. La donna è stata interrogata questa mattina. I pm indagano sui depistaggi attorno all’omicidio del militante antimafia ucciso nel 1978.

Prima, scrissero che era emigrata negli Stati Uniti. Poi, che era irrintracciabile. Trent’anni fa, i carabinieri della stazione di Cinisi assicurarono alla magistratura che la testimone chiave del delitto di Peppino Impastato era “irreperibile”. E da allora non si è saputo più nulla di lei: Provvidenza Vitale, la casellante del passaggio al livello di Cinisi, sembrava davvero scomparsa nel nulla. E invece non si era mai allontanata da casa sua: l’incredibile scoperta è stata fatta dagli investigatori della Dia di Palermo, coordinati dal colonnello Giuseppe D’Agata, dopo la riapertura del caso Impastato disposta dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Francesco Del Bene.

Ironia della sorte, Provvidenza Vitale non abita neanche tanto distante da quel tratto di ferrovia dove Peppino Impastato fu fatto saltare in aria, la sera del 9 maggio 1978, da un gruppo di sicari di Cosa nostra rimasti senza nome.

Questa mattina, la donna, che ha 85 anni, è stata interrogata a casa sua dal pm Francesco Del Bene. Sembra che non abbia detto molto: “Ho ricordi vaghi di quella sera”, ha fatto mettere a verbale. Ma il suo caso è ancora tutto da decifrare: in questi trent’anni non si è certo nascosta, ha avuto sei figli, e uno dei generi fa il carabiniere. Negli Stati Uniti, Provvidenza Vitale è stata due volte, negli anni Novanta, in visita ad alcuni parenti.

Il depistaggio
Ma perché i carabinieri della stazione di Cinisi nascosero alla magistratura quello che poteva essere un testimone chiave? Da oggi questa domanda va ad aggiungersi all’elenco degli interrogativi che i familiari di Peppino e i compagni del Centro Impastato non hanno mai smesso di porre: “Chi depistò e perché le indagini? E’ giunto il momento che le istituzioni facciano chiarezza al proprio interno”, è l’appello ribadito di recente da Giovanni Impastato, il fratello di Peppino.

La sera stessa dell’omicidio, accaddero cose inquietanti. Un gruppo di carabinieri perquisì la casa di Impastato e portò via l’archivio del giovane militante antimafia, ma non fu stilato alcun verbale. Anni fa, il sostituto procuratore Franca Imbergamo era riuscita a farsi consegnare dall’Arma una copia del materiale sequestrato, ma è solo una minima parte. Su un foglio senza intestazione era stato scritto, nel 1978: “Elenco del materiale sequestrato informalmente a casa di Impastato Giuseppe”. Ma il sequestro informale è una formula che ha poco di diritto, quei documenti sono insomma detenuti illegalmente nell’archivio dell’Arma dei carabinieri.

Nei giorni scorsi, il pm Del Bene ha interrogato su quel “sequestro informale” un ex maggiore dei carabinieri, Enrico Frasca, che nel 1978 comandava il nucleo informativo del Gruppo carabinieri Palermo.

Le nuove indagini
La scomparsa dell’archivio è solo uno dei capitoli del depistaggio istituzionale attorno al caso Impastato. In questi trent’anni sono scomparse molto altre prove. E così, solo nel 2002 è arrivata la condanna per il boss Gaetano Badalamenti, ritenuto il mandante del delitto.

Ma perché tante reticenze e omissioni? Forse, il caso Impastato ha segnato l’inizio della trattativa fra mafia e Stato, questa è l’ipotesi che adesso seguono i magistrati di Palermo. Perché già nel 1978 Gaetano Badalamenti era un confidente dell’arma dei carabinieri, l’ha ammesso lui stesso in carcere, a metà degli anni Novanta. E l’uomo che per tanti anni ha raccolto le confidenze del capomafia, il maresciallo Antonino Lombardo, si è sparato un colpo di pistola in testa, il 4 marzo 1995: anche quella sera entrò in azione una squadra di carabinieri, perquisirono in tutta fretta l’abitazione del sottufficiale e portarono via alcuni documenti. Da allora, gli appunti del maresciallo Lombardo sono scomparsi, come ha denunciato più volte suo figlio Fabio. Forse, fra quelle carte c’é la prova che un pezzo dello Stato ha continuato a trattare con un pezzo della mafia, per tentare di arginare gli omicidi e le stragi. Forse, Peppino Impastato l’aveva già scoperto nel 1978: ecco, perché non si doveva scoprire la verità sulla sua morte.

Di Salvo Palazzolo su Repubblica (ed. Palermo) del 20/12/2011

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