“The end” or “…continue”?

Nessuno, ad oggi, è in grado si stabilire quali sviluppi avrà il  movimento che per una settimana ha letteralmente bloccato la Sicilia. La protesta di massa sembra rientrata, almeno fino al 26 gennaio, al netto di sparuti nuclei di resistenti che, a macchia di leopardo, provano a rinforzare esili trincee e a lanciare strali contro l’autonominatosi capo della rivolta (Mariano Ferro ndr). Sul tappeto, però, oltre agli inevitabili contraccolpi, quantificati in 500 miliardi di euro, resta intatta la sofferenza sociale e, con essa, il desiderio di riscatto di centinaia di agricoltori, pescatori, braccianti e, con essi, di studenti, commercianti, impiegati, precari; in poche parole il popolo, vittima predestinata del massacro sociale operato da Monti, veicolato da Lombardo, gestito dalle centrali sparse di potere clientelare e mafioso. Il tramonto, tuttavia, per essere tale, necessita dell’alba. Per questa ragione non possiamo farci trovare impreparati; per questa ragione non possiamo smettere di ragionare, di analizzare, di individuare snodi, punti di svolta e, soprattutto, proposte, soluzioni adeguate alla fase nel tempo della crisi.

L’articolo che posto di seguito rappresenta indubbiamente un contributo all’altezza di questo compito.

Il posto dei forconi

Pescatori ed agricoltori, disoccupati ed autotrasportatori, commercianti ed artigiani: in Sicilia è esplosa la protesta. Erano anni che la si auspicava e subito echeggiano i sospetti di torbidi criminali e di una jacquerieche si nutre di demagogia e populismo. Che ad accusare i manifestanti di contiguità con la mafia ci si metta pure Confindustria regionale suona quasi paradossale. Ma non era l’organizzazione degli imprenditori a esprimere gli interessi della borghesia mafiosa?

La crisi non risparmia nessuno, lo sappiamo, e gli effetti devastanti della globalizzazione travolgono inevitabilmente anche la nostra isola. Non ci sono più spazi di mediazione ad ammortizzare il peso che si abbatte sui più esposti alla devastazione del capitalismo e, del resto, le risorse per foraggiare la gestione clientelare cominciano a scarseggiare. Sarebbe un errore, però, pensare che questa crisi sia dovuta ad un’assenza di modernità, propria della presunta condizione periferica dell’isola. Al contrario la Sicilia è al centro di un terremoto sistemico che travolge l’area del Mediterraneo e che ci costringe a guardare contemporaneamente da un lato alle rivolte e alle guerre civili dei paesi della sponda Sud e dall’altro alla stangata dell’asse franco-tedesco per rendere definitivamente subalterne, sul terreno economico e sociale, le regioni meridionali dell’Unione europea. La Sicilia è, insieme alla Grecia, a tutta l’Italia meridionale e ai paesi della penisola iberica, destinata a diventare parte del nuovo Mezzogiorno d’Europa. Essa ha già cominciato a pagare con inutili sacrifici e con controproducenti manovre all’insegna dell’austerity, l’assurda logica della costruzione di un’Europa che sottomette i suoi fondamentali macroeconomici ai cinici parametri del trattato di Maastricht.

L’economia siciliana, agricoltura e pesca in primis, esce strangolata dalla competizione sui mercati globali. I piccoli produttori sono stabilmente costretti a vendere sotto costo i propri prodotti ai cartelli della grande distribuzione. Ed è bene ricordare che l’anello finale di questa catena di sfruttamento globale è rappresentato da quei lavoratori, migranti o siciliani, che operano permanentemente in condizioni di semi schiavitù.

Queste premesse minime sono la cornice necessaria per provare ad inquadrare in modo complesso il disagio ed il malcontento esplosi in questi giorni in tutta la Sicilia. Intorno a questa protesta si è, giustamente, scritto abbondantemente. Tuttavia, ci sembra che le analisi abbiano più che altro provato a semplificare o a ridurre a categorie preconfezionate quanto sta succedendo, parlando di volta in volta di protesta popolare o di rivolta dei padroncini, di indignazione spontanea o di strumentalizzazioni occulte, a seconda che si faccia il tifo pro o contro i forconi.

Se le rivendicazioni espresse hanno vagamente agitato la richiesta di  sgravi fiscali, l’abbassamento delle accise sul carburante ed un trattamento più equo da parte della Serit (l’Equitalia di Sicilia) e degli istituti bancari, da più parti sono state decretate precise condanne rispetto al ruolo avuto dalla criminalità organizzata o dalle formazioni di estrema destra. C’è anche chi riconosce tra i manifestanti esponenti del sottobosco politico vicini al PDL, al MPA o a improvvisate sigle di ispirazione finto autonomista, e chi sottolinea la presenza di uomini di sottogoverno vicini a Palazzo dei Normanni. Per non parlare del ruolo che si è ritagliato Maurizio Zamparini, presidente del Palermo Calcio, principe della grande distribuzione e dei mega centri commerciali, reinventatosi all’improvviso capo popolo e forconaio. Del resto, sembra piuttosto curioso che la protesta scoppi proprio in un momento in cui Monti è succeduto a Berlusconi. Certo, non si tratta dello sciopero dei camionisti contro Allende, che aprì la strada alla dittatura di Pinochet nel Cile dei primi anni ’70, ma risulta inquietante osservare come la protesta abbia rivolto critiche e strali a tutti tranne che alla classe dirigente siciliana, che in questi due decenni ha spadroneggiato e furoreggiato quasi ininterrottamente. I leader della protesta hanno qualcosa da rimproverare ai Lombardo e ai Cammarata, agli Schifani e ai Cracolici?

La verità è che in un momento di riconfigurazione del quadro politico nazionale si rimescolano le carte anche in sede regionale e locale: la borghesia mafiosa cerca di usare strumentalmente l’agitazione delle piazze per ridefinire i propri spazi di iniziativa e ricollocare i propri terminali politici dentro uno spazio di contrattazione con il governo nazionale. In primavera la Sicilia sarà teatro delle elezioni degli enti locali, più di un centinaio di comuni piccoli e grandi andranno al voto e le amministrative di Palermo si candidano ad assumere la valenza di un test nazionale ad un anno  delle elezioni politiche. È difficile pensare che la protesta degli ultimi giorni non abbia nulla a che fare con queste grandi manovre.

Eppure, tutte queste annotazioni, se pur vere, non forniscono un quadro completo ed esaustivo. Sarebbe sbagliato snobbare il disagio e liquidare sbrigativamente questa sollevazione che, invece, ci dice molto sulle trasformazioni che la nostra regione ha subito negli ultimi tempi. Essa ci parla di agricoltori schiacciati dall’aumento del costo di sementi e fertilizzanti, di un ceto medio che nel giro di pochi anni ha visto crollare la proprie sicurezze, di piccole e medie imprese stritolate dalle dinamiche della concorrenza selvaggia internazionale. Ci mostra il precipizio che separa un’economia legata al territorio da un’economia fatta di flussi, l’acuirsi drammatico delle distanze tra il mondo della produzione e il mondo della circolazione dei grandi capitali e dei grandi marchi. Ma ci mostra, al tempo stesso, tutta la fragilità di questa economia dei flussi, capace di traballare nel giro di pochissimi giorni. Scaffali dei supermercati semivuoti, strade sgombre all’ora di punta, file chilometriche in attesa della possibile riapertura dei distributori di benzina. Fa impressione guardare  come il blocco del settore della logistica riesca, in men che non si dica, a far precipitare nella paralisi un’isola come la Sicilia.

La storia della Sicilia è la storia del movimento antimafia, che in forme più o meno carsiche ha combattuto i crimini del potere politico-mafioso lungo tutto il secolo scorso; ma è anche la storia  delle grandi rivolte capeggiate da leader populisti che, demagogicamente, cavalcano la protesta e strumentalizzano il legittimo rifiuto per le vessazioni e i privilegi di quelle caste che lucrano parassitariamente sui bisogni dei più deboli. È qui, su questo crinale, che, a nostro avviso, si gioca la partita, una partita difficile e tuttavia per nulla scontata. Non c’è uno spazio al di fuori della crisi e affinché la nostra azione abbia una qualche efficacia è necessario situarsi dentro le sue stesse contraddizioni. Perché questa è anche la nostra crisi, delle nostre città, dei nostri territori, e dentro la generalità di queste contraddizioni siamo tutti inseriti. E se vogliamo sfuggire alle retoriche populiste e localiste dobbiamo provare a riconfigurare uno spazio di conflittualità che con queste contraddizioni dovrà pur avere a che fare.

Di fronte alla crisi della politica, è naturale che il ricorso all’antipolitica diventi lo strumento più semplice per governare la crisi. Per le classi dirigenti politico mafiose diventa un gioco da bambini prospettare un’uscita a destra dalla crisi. Anche se, quando saltano tutti gli equilibri, probabilmente, saltano anche quelli su cui si basava la creazione del consenso attraverso una gestione privatistica e clientelare dei fondi pubblici. Se questo è vero, questa crisi della rappresentanza di interessi costituiti e di rendite consolidate delinea anche un’occasione per ricostruire una cultura politica in grado di funzionare, di fronte alle pulsioni distruttive del capitale, come spazio di regolazione e di mediazione dell’economico.

Alla strategia che si nutre di pulsioni egoistiche e di semplici opposizioni difensive e rivendicazioni corporative, si può rispondere soltanto caricando di un senso differente e trasformatore la protesta. Si risponde, cioè, lavorando alla ricostruzione di uno spazio che possa permettere l’elaborazione di una coerente critica nei confronti delle contraddizioni laceranti della contemporaneità. La carica trasformatrice di un movimento si misura dalla sua capacità di imporre nuove priorità e nuovi ordini del discorso. A partire dal rifiuto delle strategie di austerità e disciplina sul piano del cosiddetto risanamento economico, per imporre un’agenda politica fondata innanzitutto sulla partecipazione, la gestione e il controllo democratico delle risorse economiche, sulla salvaguardia dei beni comuni, e che tuteli l’occupazione, le pensioni, la sanità e la scuola pubblica.

Questo movimento dei forconi ci insegna, allora, che la crisi è un campo minato. Non risparmia nessuno e al tempo stesso produce delle risposte imprevedibili. Ci stiamo abituando ad avere a che fare sempre più spesso con la non linearità delle insorgenze. Accanto alla ribellione contro gli effetti della crisi sorgono di continuo anche rivendicazioni microcomunitarie, l’invenzione di nuove istanze identitarie, nuove retoriche di chiusura che cercano la disperata possibilità di sopravvivere alla spietata legge della giungla. E’ importante, allora, più che semplificare e riportare tutto al già conosciuto, provare a fare emergere tutto il portato contraddittorio di queste proteste, capire quale posto occupano le contraddizioni locali all’interno delle dinamiche globali. Proprio perché sono le contraddizioni, forse ancor più delle proteste, a rendere chiare quali siano le poste in gioco nei perversi gangli della crisi.

Di Salvatore Cavaleri e Giovanni Di Benedetto su Kom-pa.net del 22/01/2012

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