La paziente passione di uno storico di parte

Franco Della Peruta, scomparso il 13 gennaio scorso, è stato protagonista di una stagione di particolare rilevanza nella cultura italiana della storia, una lunga stagione fortemente innovativa ed insieme solidamente ancorata alla tradizione dei grandi maestri.

Riflessioni approfondite sull’opera di questo studioso hanno bisogno, ovviamente, di tempi più lunghi di quelli segnati ancora dall’onda emotiva di un lutto recente. Tuttavia proprio dalla pubblicistica commemorativa di questi giorni (Franco Della Peruta non amava per niente le «commemorazioni») possiamo cogliere alcuni lineamenti in grado di orientarci nelle riflessioni più approfondite che ci attendono.
Nelle note apparse sui giornali e su siti web più o meno specializzati, sono state, giustamente, sottolineate anche le qualità umane dello studioso: il suo understatment, la sua ironia, l’autoironia, la generosa disponibilità nei confronti di studenti e di tutti coloro, ed erano davvero molti, che si rivolgevano a lui per aiuto ed indirizzo negli studi. Per quanto riguarda il mestiere di storico, invece, si è insistito soprattutto sull’acribia filologica come dato costitutivo del suo lavoro, e sul fatto che, pur essendo comunista e marxista, non potesse essere confuso con storici militanti e/o di partito.

Una vocazione filologica
In verità anche chi scrive questa nota si è soffermato sulle caratteristiche dell’aspetto filologico come parte essenziale della dimensione metodologica di Della Peruta. Lo ha fatto citando un’osservazione del 1991 di Luciano Cafagna a proposto dell’esperienza di un gruppo di giovani studiosi nella fondazione e nel consolidamento della Biblioteca Feltrinelli negli anni Cinquanta. Franco Della Peruta, ricorda Cafagna, «era già uno storico di solida formazione e vocazione filologica, di quelli che ti insegnano come fare le note, o le schede, e dove si trova quello che cerchi: aveva evidentemente in testa alcuni grandi problemi, però aveva questa straordinaria passione per la ricerca minuta, per l’accertamento fattuale delle cose e da lui in fondo ho imparato che cosa è la storia degli storici».
Cafagna, sempre nello stessa rievocazione memorialistica, indica anche un’altra dimensione, essenziale per comprendere lo spirito del tempo e le logiche nell’ambito delle quali la filologia si connetteva ai «grandi problemi» che erano nella «testa» di tutta quella generazione di studiosi. Una generazione appunto, Della Peruta a Milano, a Roma un gruppo «infaticabilmente organizzato da Caracciolo», e poi Villani, Villari, Zangheri, Ragionieri, «c’era una estesissima area di studiosi… Ci fu in quegli anni che andavano dal ’50 al ’56, una progressiva nazionalizzazione, diciamo così, di questo gruppo di persone che venivano da luoghi diversi, da scuole diverse e il cui canale di incontro era stato il Partito comunista. Ci si leggeva, ci si seguiva, ci si confrontava, si tenevano comuni punti di riferimento che potevano servire a convertire i discorsi dell’uno e quelli dell’altro».
Un «apprendistato» che si svolge secondo linee ben definite ed in maniera relativamente omogenea. È interiorizzato anche da chi, nella prima metà degli anni Cinquanta, non si confronta direttamente con una storia a fondamento economico, ma si pone nell’orizzonte della storia «integrale» e «strutturale» a partire dalla storia dei movimenti sociali. Lo si può cogliere assai agevolmente nelle storie del movimento contadino di Alberto Caracciolo e Franco Della Peruta, assai attenti alla coniugazione tra movimento e modi della penetrazione del capitalismo nelle campagne. «È storia di strutture», ha affermato recentemente Pierluigi Ciocca, un economista che ritiene necessario porre anche domande storiche alla sua disciplina.

Interdipendenze di sistema
Impostazioni di metodo che si ritroveranno, immediatamente agli inizi della seconda metà degli anni Cinquanta, in molti lavori storici, scientificamente seri, dalla tematica complessa, dall’orizzonte ampio (storia della cultura e storia economica); questioni politiche e strutture giuridico-amministrative, ecc. Il cui modello, particolarmente congeniale a Della Peruta, era rappresentato da La società veneta alla fine del ‘700 di Marino Berengo.
Un’impostazione, comune a tutta quella generazione, della ricerca a tutto campo e con diverse tensioni analitiche, sempre rigorosamente riportate ad un confronto con le fonti archivistiche. Orizzonte ampio, ricerca a tutto campo, diverse tensioni analitiche, storia della cultura, storia economica…questioni politiche e strutture giuridico-amministrative, momenti di giudizio che presi nel loro insieme significano che ci troviamo di fronte all’avvenuta maturazione della riflessione storico-metodologica condotta durante l’«apprendistato».
Storia «strutturale» è oggi espressione particolarmente sospetta, sospetta di tendenze «omnicomprensive», di «riduzionismo economico», di naturale soggezione ad un «imperativo di rilevanza», di astratte teorizzazioni, in particolare a causa della lunga e assai pervasiva stagione dello «strutturalismo». A parte il fatto che senza un sistema di «rilevanze», magari non «imperativo», non si vede bene quale «rilevanza» possano avere le domande che poniamo alla storia, gli storici degli anni Cinquanta che usavano l’espressione «storia strutturale» lo facevano nella piena consapevolezza del suo carattere innovativo per la storiografia italiana.
Ed in tale ottica si poneva l’accento sui sistemi di interdipendenze e sulla loro «intelaiatura» economica.
La «riflessione sugli strumenti» ebbe una forte accelerazione così come i lavori che ne derivarono. Naturalmente ciò era di per sé contraddittorio con qualsiasi metodologia sistematica, marxista o meno. La rilettura delle fonti tramite una nuova coscienza teorica per evitare i pericoli della superficialità o dello schematismo ideologico doveva realizzarsi ad un livello scientifico più alto possibile. Sul difficile equilibrio tra scholarship e commitment, si sarebbe misurata immediatamente la generazione del dopoguerra degli storici marxisti.
Una generazione che avrebbe considerato artificiosa quella contrapposizione. Occorreva agire da scienziato indipendente rispettando le regole dell’eccellenza (scholarship) per riuscire a produrre un sapere impegnato, e coniugare scholarship con commitment. In assoluto uno scienziato legittimamente impegnato, doveva necessariamente attingere a tutto il proprio sapere. E questo sapere lo si poteva acquisire solo grazie ad un lavoro soggetto alle regole della comunità scientifica.

Nel comune sentiere
Nel 1956, ad una riunione della Commissione culturale del Partito comunista, i giovani studiosi potevano affermare che «un’opera scientifica è un’opera scientifica, (…) un’attività di ricerca è un’attività disinteressata». Quella generazione non l’avrebbe più messo in discussione. Appiattire, con tutte le buone intenzioni naturalmente, l’imponente ed assai articolato lavoro di Franco Della Peruta, sul filologismo. Distinguerlo dalla temperie degli altri considerati «storici di partito». Attribuirgli un sostanziale disinteresse nei confronti delle grandi discussioni sul rinnovamento tanto epistemologico che metodologico del sapere storico. Porlo ai margini, collocarlo cioè solo sul versante della scholarship al di fuori di un commitment che invece è stato sempre profondamente sentito e praticato, significa dare figurazione ad una sorta di storico dimezzato. E Franco Della Peruta invece è stato storico nella pienezza del termine. All’interno di fisionomie «inconfondibili», di una rete comune d’ispirazione teorico-metodologica che spingeva ad aperture e sperimentazioni che mantenevano intatte le loro specificità e le diverse personalità che le incarnavano.

Di Paolo Favilli su Il Manifesto del 26/01/2012

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