È possibile scrivere la storia dell’Italia delle stragi degli anni Settanta?

Posto di seguito una disincantata, e dunque lucida, considerazione del Prof. David Bidussa che, partendo dalla recente scandalosa sentenza su Piazza Della Loggia, si concentra, secondo me adeguatamente, sui compiti degli storici e sulle loro difficoltà ad indicare percorsi di verità documentale in assenza di uno Stato “collaborativo”.

In seguito alla sentenza che assolve definitivamente i responsabili della strage di Piazza Della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 Il direttore di questo giornale, ha sottolineato come sia ormai da archiviare definitivamente la possibilità che in un’aula di tribunale in Italia si possa giungere a una sentenza che condanni i responsabili delle grandi stragi terroristiche degli anni di piombo, auspicando che sia la ricostruzione storica forse l’unica sede in cui si possa almeno scrivere – e per qualcuno leggere – come le vicende andarono per davvero e soprattutto chi ne fu il responsabile.
Concordo. Ma non sarei così certo che quello che non è stato possibile in un’aula di tribunale sia possibile nella ricostruzione storica. Non è per sfiducia nel mio mestiere che lo penso. Ritengo che sia difficile affrontare e scrivere la storia del terrorismo.  Per vari motivi. Ne elenco alcuni:

(1) Noi siamo ancora immersi dentro a quella storia. Ovvero siamo ancora mentalmente ed emotivamente dentro una vicenda e alle scelte di schieramento e di appartenenza che quella stagione imponeva. Ragion per cui scriverne la storia è ancora percepito e vissuto come un modo di dimostrare la fondatezza delle opinioni e dei sentimenti di allora.

(2) Per scrivere una storia in cui sono implicate, oltre che parti politiche di destra e di sinistra, ma anche coinvolti anche segmenti rilevanti o comunque non secondari degli apparati dello Stato, lo Stato deve appunto dichiarare che rinuncia lui, in prima persona, a scrivere quella storia.
Detto diversamente. Occorre che lo Stato abbandoni la pretesa che sia lo Stato a raccontare lo Stato. So perfettamente che quest’affermazione può apparire una provocazione. Ma lo Stato non è solo una vittima in questa vicenda.
Non intendo dire che lo Stato debba astenersi dal fornire una sua ricostruzione, ma non può pretendere che sia credibile il suo impegno. Perché quell’impegno sia credibile, occorre che siano compiti dei gesti che dimostrino la volontà di voler pervenire a una chiarezza su quei fatti. Per esempio perseguendo una politica della gestione dei documenti, della loro declassificazione, dell’apertura dei dossier che non ha mai coinvolto le pratiche dell’amministrazione pubblica o delle istituzioni nella storia italiana.

(3) Il vero non è deducibile solo dalle carte archivistiche o dagli archivi, ma intorno alle carte d’archivio è possibile definire il “certo”. C’è un rapporto intrinseco tra “archivio” e segreto su cui ci sarebbe da riflettere a lungo.
Nella nostra “età attuale” i limiti degli accessi agli archivi hanno assunto una doppia motivazione: la tutela dei segreti di Stato – i quali, finché esisteranno gli Stati non è pensabile che scompaiano – e il rispetto della privacy dei cittadini. In breve i segreti che proteggono il governante dai cittadini e i segreti che proteggono i cittadini dal governante, nonché dagli altri cittadini.

(4) E’ sempre difficile fare la storia di un Paese quando la vicenda brucia e, soprattutto, quando non è maturato un rapporto “freddo” con il passato. L’Italia attuale non fa eccezione. Scrivo “attuale” e non “contemporanea” perché una cosa sono i fatti concreti non affrontati in pubblico che si collocano in un tempo politico chiuso, altro, invece, sono quegli stessi fatti quando quel tempo politico non è finito, tutti gli attori principali sono ancora sulla scena e l’operazione di rivisitazione obbliga a ripensare a quel tempo che l’attualità di ciascuno di noi qui e ora rende “calda”, magmatica, comunque problematica.
Ma se anche fosse possibile una condizione di indifferenza, di distacco emotivo, non renderebbe credibile una voce che si presentasse serrando le proprie emozioni, affrontando quei punti caldi della storia. Un analista sociale di questo tipo e ancor più uno storico di questo tipo non esiste. Letteralmente. Chi lo afferma semplicemente “fa finta”. Uno storico, quando l’oggetto del suo studio è strettamente legato alla sua vita e ai suoi sentimenti, si giudica non per le sue passioni, ma se è in grado di portare documenti al tavolo del suo lavoro, se ciò che ricostruisce in forma critica e argomentata è suffragato e supportato con prove, se la sua ricostruzione consente di avere una dimensione più problematica, articolata e inquieta del passato o del contesto che si propone di indagare. Infine, se quella ricostruzione non lo assolve.
Perché è necessaria questa osservazione? Perché ci sono argomenti in storia che oggi obbligano a non fare finta e a misurare tutta la capacità dello storico contemporaneo di mettersi in gioco nel momento in cui scrive. Di farlo non in nome di una storia o di un passato da difendere, ma perché quel passato illumina anche un segmento rilevante del proprio mestiere di storico. E del suo esercizio nella sfera pubblica.

Per tutti questi motivi, ma altre questioni si potrebbero individuare, la domanda di storia legata alle questioni legate alla vicenda del terrorismo e della lotta armata è ancora molto lontana dalla nostra quotidianità e, probabilmente, non ha trovato la via, le risorse umane e intellettuali, e la chiarezza culturale per essere finalmente imboccata.
Per questo, per quanto auspicabile , non so se avremo mai una storia del terrorismo né degli attentati in grado di dirci le responsabilità di chi decise, organizzò, realizzò e coprì quegli atti.

Non è solo un problema di documenti, è anche una questione di biografie culturali della storiografia italiana, troppo emotivamente coinvolta in quelle vicende. Anche per questo resto perplesso sulla possibilità, ancora per molti anni, che ci sia uno storico, o un gruppo di storici, in grado di ricostruire con sufficiente articolazione problematica lo scenario dell’Italia delle stragi.

Alla fine è anche un problema di opinione pubblica ovvero di ciò che vogliamo sentirci dire, quanto siano disposti a mettere in discussione quelle che consideriamo delle certezze e ad avere un rapporto laico, consapevole, responsabile con il nostro passato. Ma forse questa è un’altra storia. O meglio: è la storia di sempre, quella con cui non riusciamo a prendere le misure.

Di David Bidussa su Linkiesta del 14/04/2012

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