Oh mamma m’è scappato il pugno chiuso

La rivoluzione non russaQuanto conformismo, e quanto perbenismo. Al giovane collaboratore di Bersani Tommaso Giuntella scappa un pugno chiuso. Qualcuno glielo fa notare e lui grida all’«avete capito male, per carità» e aggiunge di essersi sentito «un po’ abbandonato. E ferito». Lo avevano “velatamente” accusato di essere un comunista. Orrore. Orrore!

 Allora qualche annotazione andrebbe fatta. Che innanzitutto considerare un dirigente del Pd, chiunque esso sia, “comunista”, nel 2012, dopo vent’anni di politiche degli eredi del Pci tutt’altro che comuniste o anche solo vagamente socialdemocratiche solo perché fa un pugno chiuso è assolutamente ridicolo; quindi il malcapitato Giuntella non ha nulla di cui giustificarsi.

Che poi considerare il pugno chiuso un gesto disdicevole è altrettanto ridicolo: anche volendolo per forza accostare a un gesto di lotta, che male c’è? No perché di questo passo va a finire con la solita storiella trita e ritrita degli “opposti estremismi”, mettendo sullo stesso piano un saluto romano con un pugno chiuso. Sul primo c’è da vergognarsi, sul secondo no: sopraffazione e lotta per i diritti non sono esattamente similari.

Terzo: vedere monsignor Rino Fisichella che si lamenta per un pugno chiuso fa venir voglia di camminare per strada, montare sulla metro e infine andare a letto col pugno chiuso. Così, a spregio. Ti dà fastidio? Ecco, e io lo faccio. Fisichella, quello che invitava a contestualizzare le bestemmie di Berlusconi. Contestualizziamo Fisichella allora, e rileghiamo certe affermazioni alla rubrica deliri da sagrestia.

Quarto: Giuntella, per metterci la pezza hai scavato una voragine. «Quando agito il pugno quando la Roma fa gol, o quando faccio gol io nelle partite parrocchiali della domenica sera, quell’esultanza (spero sana e sempre rispettosa dell’avversario) mi fa pensare a Totti, a Zanardi, al limite agli atleti USA Smith e Carlos alle olimpiadi del ‘68». Insomma, con tutto il rispetto per Totti, il gesto del ‘68 “al limite” ha un valore un pochino più profondo che anche un politico del Pd, volendo, può apprezzare.

Quinto, sempre Giuntella: questa frase è il programma perfetto del provincialismo post-comunista di chi, in tutta fretta, ha tentato di rinnegare la storia dei padri: «Avrei anche accettato che mi si fosse contestata l’imprudenza dopo aver verificato la mia buona fede…». “Imprudenza”? “Buona fede”? Per un pugno chiuso? No perché, cari Giuntella del Pd sparsi in tutto il mondo, c’è ancora chi vede in quel gesto qualcosa di forte, serio e a volte intimo. Nulla da esibire. Nulla da rivendicare con furore ideologico. Ma un pezzo di cuore, di identità, un modo di stare al mondo e di ritenersi partigiani di qualcosa, o di qualcuno. Questo sì. Senza vergogna, e con orgoglio. «A pugno chiuso» (cit).

PS. Posto qui un commento di Rosanna Agresta, che ringrazio: «Senza l’emozione delle parole e dei gesti si diventa estranei perfino a sé stessi, incapaci di legarsi a niente. Dobbiamo ricostruire quel sistema di riferimento capace di rifornirci di una nuova identità».

Di Matteo Pucciarelli su MicroMega del 04/12/2012

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