Ma quale Celestino V!

RatzingerFra poco sarà eletto un nuovo pontefice e uscirà di scena Joseph Ratzinger, primo papa dimissionario dopo sei secoli. Da settimane è in atto una campagna mediatica atta a dipingere Benedetto XVI come totalmente estraneo ed avulso dai maneggi della Curia: l’uomo di Chiesa lontano anni luce agli scandali contrapposto ai cardinali cattivi, mondani e intrallazzoni. La realtà è ben diversa.

Se Giovanni Paolo II, in virtù di un’abile regia orchestrata sin dal giorno del suo funerale, è riuscito a diventare “santo subito”, Ratzinger rischia di diventare addirittura santo-prima-di-subito, grazie ad una campagna mediatica che da mesi – ancor prima cioè delle dimissioni – non fa che dipingerlo come il papa-teologo totalmente estraneo ed avulso dai maneggi della Curia, l’uomo di Chiesa lontano anni luce agli scandali (a partire da quello della pedofilia) che si stanno impietosamente (e ripetutamente) abbattendo sui vertici ecclesiastici, il pastore tutto intento a fare pulizia all’interno di una gerarchia cattolica che si oppone a qualsiasi tentativo di rinnovamento. Lui, cristallina figura di pontefice, totalmente disinteressato agli aspetti temporali e tutto compreso nel suo servizio a Dio ed alla causa dell’evangelizzazione e della lotta alla secolarizzazione ed al laicismo; gli altri, i cardinali cattivi, mondani e intrallazzini, che causano al papa dolore ed amarezza.

Un minimo di analisi critica della realtà mostra invece che le cose stanno in modo totalmente diverso rispetto alla vulgata iniettata in dosi massicce all’opinione pubblica, e solo in parte temperata da alcuni interessanti articoli e dossier sporadicamente comparsi in questi mesi soprattutto su alcuni giornali (il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera in testa). La questione di fondo, che va preventivamente esplicitata, è che la realtà ecclesiastica si presenta oggi nella forma di una struttura complessa e composita, ma soprattutto difficilmente penetrabile. I dati, i riscontri oggettivi di cui è possibile disporre per condurre un’analisi appena sufficiente a dipanare il groviglio di interessi che oggi attraversano la Chiesa, riescono a far emergere solo la punta dell’iceberg, per il resto protetto da un “mare” di interessi economico finanziari, prima ancora che politico-ecclesiastici, che l’opinione pubblica è ancora espropriata della propria capacità di conoscere e penetrare.

In ogni caso, anche con le pur frammentarie informazioni faticosamente accumulate in questi anni si può fare qualcosa di più di una semplice ipotesi. Ed è in ogni caso possibile fare giustizia dell’ideologia, cioè della falsa coscienza, con cui la Chiesa cattolica si autorappresenta. E con cui viene, di conseguenza, spesso rappresentata, anche dagli organi di informazione. In questo senso, anche chi, in modo pure sinceramente critico, mette l’accento sull’enorme quantità di scandali che stanno screditando la Chiesa come la ragione fondamentale della rinuncia papale, rischia paradossalmente di avvalorare proprio quell’immagine di sé che la struttura ecclesiastica intende diffondere, quella cioè di una istituzione permeabile all’orrore per le ingiustizie, il carrierismo, gli affari leciti ed illeciti gli scandali; la conoscenza dei quali sarebbe ancora in grado di metterne in crisi la classe dirigente e la leadership. La Chiesa, in verità, e non da oggi, appare assai più una potenza temporale che spirituale (o spirituale solo in quanto tale aspetto sia utile a legittimare-supportare l’aspetto mondano delle sue attività), un colosso economico e finanziario (un patrimonio immobiliare che supera i 2mila miliardi di euro, un numero di ospedali, università e scuole eguale a quello di un Paese come gli Stati Uniti, oltre 1 milioni e 200mila dipendenti, solo per dare qualche numero) che, al di là delle testimonianze fulgide ed a volte encomiabili di tanti cattolici, laici e consacrati, preti, vescovi o cardinali, si muove nella storia e nell’attualità più come risultato di una contrapposizione di interessi confliggenti che non della lotta tra astratti concetti di “Bene” e il “Male”. Non è infatti un caso che nei giorni scorsi la sala stampa vaticana si sia scagliata violentemente proprio contro quei media che hanno letto in chiave squisitamente “politicista” la crisi vaticana, parlando di dossier, ricatti, scandali e finanza; testate bollate dal portavoce della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi, come megafoni utili solo a «seminare confusione e gettare discredito sulla Chiesa e sul suo governo».

Un gesto disinteressato?

Se si intende cominciare a sfatare qualcuno dei luoghi comuni che perpetuano lo stato di cose presenti, è necessario partire dalla questione delle dimissioni di Benedetto XVI. Che un papa come Ratzinger, che per anni ha cercato di ri-sacralizzare la figura, il ruolo, la persona stessa del pontefice, dopo la stagione del “papa buono”, benevolo e sorridente incarnata da Giovanni XXIII; quella più “dimessa” e pensosa di Paolo VI; quella a tutto uso e consumo delle masse interpretata da Wojtyla, che un papa del genere abbia potuto anche solo considerare l’ipotesi che il capo della Chiesa universale scelto e guidato dallo Spirito Santo, successore di Pietro e vicario di Cristo in terra potesse rassegnare le dimissioni, segnando in maniera irrevocabile la differenza tra l’uomo e la funzione divina che svolge, beh, un’ipotesi del genere non è assolutamente credibile. Tanto meno se il papa di cui si sta parlando è quello stesso che anche simbolicamente, oltre che visivamente, ha riportato in auge una rappresentazione scenografica, regale e solenne del pontefice romano, segnando ancora di più che in passato la distanza siderale che passerebbe tra il clero ed il popolo di Dio, tra il Pastore e le sue pecorelle. Il papa vestito di ermellino che nei gesti e nelle movenze ricorda più il modello ieratico di Pio XII che lo stile, assai più “laico”, dei suoi successori, quello che ha ripristinato non solo la messa in latino, ma la stessa liturgia tridentina; il pontefice che ha continuamente ribadito il primato della tradizione sulla storia; proprio lui avrebbe compiuto volontariamente l’umanissimo gesto di dimettersi? Difficile sostenerlo.

Oggi stampa e televisioni si affannano a ricercare nel passato di questo pontificato indizi, anticipazioni, premonizioni che possano indicare anche solo una lontana intenzione di dimissioni manifestata dal papa in passato. Si ricorda l’episodio di Ratzinger che depone il suo pallio sulla tomba di Celestino V (il papa che fece «il gran rifiuto» nel 1294), nel corso della sua visita a L’Aquila dopo il terremoto, il 28 aprile del 2009; si cita quanto riferito libro intervista scritto nel 2010 con Peter Seewald, Luce del mondo, dove Benedetto XVI aveva sostenuto che le dimissioni di un papa erano un evento possibile; si fa riferimento ai lavori di ristrutturazione dell’ex convento delle suore di clausura dove il papa dimissionario andrà a ritirarsi tra qualche mese, e che sono in corso da tempo nei giardini vaticani; o si sussurra che qualcuno, dentro la Curia vaticana, già sapeva da tempo che Ratzinger era in procinto di lasciare il soglio di Pietro. Per lo meno «i due Georg», cioè il fratello del papa, Georg Ratzinger e il segretario particolare del pontefice, Georg Gänswein,. Eppure, in tempi di Vatileaks e di fuga continua di indiscrezioni, documenti, voci, nomine, conflitti, se il papa avesse veramente confidato a qualcuno la sua intenzione, una Curia sempre più conflittuale e sempre meno governabile avrebbe certamente passato la notizia alla stampa. Quanto meno la voce sarebbe circolata in ambienti più o meno ufficiali. Invece nulla. Segno che il papa, se veramente da tempo meditava il suo gesto, non si fidava pressoché di nessuno. Oppure segno che qualcosa di clamoroso ed inatteso che lo ha improvvisamente indotto a compiere un gesto che non aveva in animo di fare.

In ogni caso, come ha sottolineato su Adista (7/2013) uno storico leader del movimento ecclesiale di base come Marcello Vigli, la scelta del papa appare a ben guardare una scelta “debole”, tutt’altro che coraggiosa. Tanto meno di “rottura”. Anzitutto perché il papa le dimissioni le ha date (e, fatto non secondario, in latino) di fronte al collegio cardinalizio, quasi ad indicare una precisa volontà di gestire la crisi con una modalità tutta interna al sistema. Un altro papa, Giovanni XXIII, in un diverso periodo storico, quando sentì la necessità di rinnovare la Chiesa e le sue strutture indisse un Concilio, aprì il dibattito alla Chiesa universale, non lo tenne chiuso nelle stanze di un Concistoro o di un Conclave. Da papa Benedetto ci si poteva almeno aspettare la convocazione di un Sinodo dei vescovi. O quantomeno che aspettasse un paio di giorni in più per fare il suo annuncio, magari nell’incontro già fissato con il clero romano, di cui egli è pur sempre il vescovo.

Inoltre, la decisione del papa è meno disinteressata e “gratuita” di quanto non possa apparire, se solo si consideri che Ratzinger, per la prima volta nella storia della Chiesa, potrà direttamente o indirettamente orientare l’elezione del proprio successore. La stessa tempistica delle dimissioni sembra suggerirlo, come ha notato, sempre su Adista(8/2013), un autorevole storico della Chiesa come Daniele Menozzi: difficile, secondo Menozzi, che nelle condizioni date, che la Chiesa cattolica arrivi al momento cloudell’anno liturgico, la Pasqua, senza un nuovo pontefice. Nel frattempo, «nonostante le scontate dichiarazioni di non intromissione ed interferenza, che Ratzinger influirà su Conclave: ogni suo atto, ogni sua parola, ogni suo gesto hanno avuto ed avranno un peso». Avrà del resto pure un qualche peso il fatto che Ratzinger, nella forma del Motu Proprio, abbia appena modificato le regole dell’elezione del proprio successore; e che lo abbia fatto dopo aver rassegnato le dimissioni?

Cui non prodest?

Dopo la questione della tempistica e del significato delle dimissioni del papa bisogna porsi la celebre domanda del cui prodest. Stavolta, però, ribaltandola. Ossia: chi sono le prime vittime della decisione del papa? L’establishment della Curia, ovviamente, con il segretario di Stato in testa. Quando un papa muore, o come in questo caso dà le dimissioni, la Curia si presenta tutta dimissionaria. Il nuovo pontefice solitamente la riconferma in carica, per poi provvedere, dove più dove meno rapidamente, ad uno spoil system che sostituisca la vecchia classe dirigente con un nuovo gruppo di ecclesiastici.

L’attuale gerarchia vaticana ha però solidissime radici. E legami importantissimi con i movimenti ecclesiali più ricchi ed influenti, con le banche ed i gruppi finanziari, con la politica. Bertone negli ultimi anni ha avuto un rapporto diretto con l’esecutivo guidato da Berlusconi, ottenendo anche una buona pattuglia di ministri “di area” nell’esecutivo di Monti (v. MicroMega 2/2012), scavalcando il primato dei rapporti con la politica italiana per anni detenuto dalla Cei guidata da Ruini. Inoltre, il Segretario di Stato ha piazzato una serie incredibili di ecclesiastici e laici di sua fiducia, molti confratelli salesiani (l’acronimo Sdb, “Salesiani di don Bosco” in ambienti ecclesiastici viene spesso cambiato in “Siamo di Bertone”), tanti prelati liguri e piemontesi come lui, nei posti chiave del governo vaticano e della Curia.

Cominciamo dal Governatorato della Città del Vaticano e dalla Pontificia Commissione per la Città del Vaticano, cioè dell’organismo che sovrintende al governo dello Stato vaticano e che presiede e coordina tutte le attività economiche, tecniche e di sicurezza, gestendo, tra l’altro, anche gli appalti delle ristrutturazioni edilizie e della manutenzione dei giardini vaticani. Insomma, la “cassaforte” del Vaticano. Entrambi gli organismi sono presieduti da Giuseppe Bertello, canavesano come Bertone ed a lui piuttosto vicino. Suo vice, cioè segretario è mons. Giuseppe Sciacca (canonista come il Segretario di Stato vaticano e da lui consacrato vescovo, nel 2011), subentrato (prima ancora che le sue dimissioni fossero ufficializzate) a mons. Carlo Maria Viganò, destinato alla nunziatura di Washington. Viganò lesse la sua sostituzione come una scelta “politica”, legata al suo impegno per il risanamento delle casse del Governatorato e la trasparenza negli appalti: in una lettera riservata (resa pubblica in esclusiva dalla trasmissione televisiva di Gianluigi Nuzzi “Gli intoccabili”, in onda su La7 il 25 gennaio 2012) fece i nomi di diverse personalità operanti nella Santa Sede, Bertone in testa, che avrebbero macchinato per metterlo in cattiva luce presso il papa. Lettera diede di fatto avvio allo scandalo VatiLeaks.

Anche nei luoghi strategici della gestione economica vaticana Bertone ha progressivamente piazzato i suoi: a partire da mons. Alberto Perlasca, responsabile dell’Obolo di san Pietro, la colletta annuale in favore del papa, enorme flusso di denaro che non viene nemmeno rendicontato nel bilancio annuale del Vaticano; poi c’è mons. Domenico Calcagno, presidente dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; mons. Fernando Filoni (allievo di Bertone, con il quale ha fatto la tesi di licenza in Diritto Canonico), che è a capo della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, dicastero che controlla un enorme patrimonio immobiliare, oltre che la nomina dei vescovi in “terra di missione” e tutte le collette a favore delle missioni (altro denaro che non viene rendicontato nei bilanci vaticani).

Anche all’interno del collegio cardinalizio Bertone si è fatto strada: nel Concistoro del febbraio 2012, a ricevere la berretta cardinalizia sono stati ben sette presuli italiani su un totale di 22, con dieci porporati scelti tra i capi-dicastero vaticani. Una presenza enorme di uomini di Curia, tra cui spiccavano diversi ecclesiastici vicini al cardinale Segretario di Stato. Una circostanza che creò tali malumori tra i vertici ecclesiastici da indurre il papa ad una scelta inusuale: convocare un nuovo concistoro in novembre, con l’evidente fine di riequilibrare la situazione.

L’intraprendenza di Bertone è stata in questi anni vissuta con crescente ostilità da parte di diversi settori della Curia. Tra essi, la cosiddetta ala “diplomatica” della Santa Sede, che non perdona al segretario di Stato la gestione accentratrice e clientelare, oltre alle numerosissime gaffes e clamorosi errori che hanno caratterizzato il pontificato ratzingeriano (rapporti con il mondo ebraico, pedofilia, caso Wielgus, revoca della scomunica ai lefebvriani e successivo affaire Williamson, peggioramento dei rapporti con la Cina, difficile situazione dei cristiani in Medio Oriente, ecc.). Durante il pontificato di Wojtyla, infatti, il potere, specie durante la lunga malattia di Giovanni Paolo II, era stato gestito in maniera più “collegiale”, tenendo cioè maggiormente conto delle diverse “anime” ed interessi all’interno della Curia. A dire la loro su nomine ed assetti di potere interni erano in particolare i cardinali Sodano (all’epoca Segretario di Stato), Ruini (allora presidente della Cei, nonché vicario del papa a Roma), Ratzinger (prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede), e in misura minore anche i card. Giovanni Battista Re (che era prefetto della Congregazione per i Vescovi) e Sepe (dal 2001 al 2006 a capo del dicastero per l’Evangelizzazione dei Popoli).

Ora invece a fare e disfare in Vaticano è quasi solo Bertone, il cui potere smette di essere pressoché assoluto solo quando si tratta delle nomine episcopali italiane (brucianti le sconfitte da lui subite a Torino, con la nomina di Nosiglia, e a Milano, con quella di Scola). Ma i risentimenti di una classe dirigente spazzata via dallo spoil system attuato dal tandem Ratzinger-Bertone; la spocchia con cui la vecchia diplomazia vaticana guarda ad un segretario di Stato parvenue, il canonista accusato di essere privo di qualsiasi esperienza diplomatica; il rancore di chi è rimasto fuori dal Palazzo nei confronti di chi dentro il Palazzo (Apostolico) ha guadagnato potere e prestigio; i rancori e le dicerie contro la gestione familistica e clientelare delle nomine; tutto questo può solo in parte spiegare la guerra che sta consumando da mesi i vertici della Chiesa.

Troppi “movimenti” dentro la Chiesa

Al fondo di tutto, infatti, c’è un gigantesco conflitto di ordine finanziario. E se nel passato la gestione degli interessi di parte cercava di accontentare le esigenze di tutti, oggi questo non sarebbe più possibile. Movimenti ecclesiali con solidissimi interessi economici e finanziari, come Opus Dei, Legionari di Cristo, Comunione e Liberazione, movimenti carismatici, neocatecumenali, sono stati in passato fortemente sostenuti da Giovanni Paolo II, ricevendone in cambio copiose e continue offerte (di cui hanno beneficiato dicasteri di Curia ed ecclesiastici), una obbedienza assoluta al papa, una lotta intransigente e senza quartiere contro tutto ciò che aveva anche il vago sentore di modernismo o progressismo, l’opposizione radicale (specie in Centro amerca ed in America Latina) contro il comunismo, la Teologia della Liberazione, la Iglesia popular. L’idea di Ratzinger era forse quella di ricondurre all’ordine lefebvriani, legionari, neocatecumenali, ciellini, opusdeisti. Ma queste realtà ecclesiali sono oggi troppo potenti per non entrare in conflitto tra di loro per ottenere l’egemonia, lottando su piani molto complessi e differenti, da quello delle alleanze politiche a quello dei rapporti con i banchieri ed il mondo industriale; dalla speculazione finanziaria alla presenza nel campo dell’assistenza, dell’editoria, della cultura, dell’istruzione; fino all’occupazione dei posti chiave nell’organigramma vaticano alle nomine episcopali.

Così Ratzinger, che avrebbe preferito mediare tra i diversi interessi in campo si è probabilmente trovato, anche per il livello della posta in gioco e degli attori in campo, a non poter più gestire la situazione. Ed a non poter fronteggiare i fenomeni di disgregazione interna, come il caso Vatileaks ha dimostrato.

Un parte significativa di questa lotta di potere ruota tutto intorno allo Ior. Non pare infatti secondario che in queste ultime settimane ci siano stati avvicendamenti che ruotano attorno all’Istituto delle Opere di Religione. Anzitutto il posto di presidente, vacante da 9 mesi, da quando cioè Ettore Gotti Tedeschi venne improvvisamente silurato, nel maggio 2012, che è andato ad un importante esponente dei Cavaliere di Malta (potente lobby finanziaria radicata in 120 paesi, che gestisce ospedali con migliaia di dipendenti e gode di una una propria sovranità territoriale: non sarà un caso che una delle ultime udienze del Papa prima dell’annuncio delle dimissioni è stata quella all’attuale capo supremo, l’inglese frà Matthew Festing) in Germania, l’avvocato Ernst von Freyberg, presidente della Voss Schiffswerft und Maschinenfabrik una società di Amburgo attiva nella cantieristica navale civile e militare”. Poi il trasferimento di un uomo assai vicino a Bertone, mons. Ettore Ballestrero, sottosegretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana, che è stato nominato nunzio in Colombia. Ballestrero è legato allo Ior perché è stato il capodelegazione della Santa Sede alla plenaria di Moneyval, la Commissione di esperti sulla valutazione delle misure di anticiriciclaggio monetario e di terrorismo finanziario del Consiglio d’Europa che nel luglio del 2012 ha espresso una valutazione sulla trasparenza finanziaria del Vaticano. All’epoca, delle 16 raccomandazioni ritenute “centrali”, ed elaborate dal Gafi, il Gruppo d’Azione Finanziaria contro il Riciclaggio, il Vaticano ha ottenuto un voto positivo (“largamente conforme” o “conforme”) su 9, appena un punto in più della maggioranza. Risultato finale: il Vaticano è stato “rimandato” ad una successiva valutazione, che avverrà nel 2013 e nella quale verranno esaminati i punti sui quali la commissione ha espresso i giudizi di “non conformità” o di “parziale conformità”: essi riguardano in particolare la customer due diligence, la segnalazione delle operazioni sospette, la regolazione, supervisione e monitoraggio, le altre forme di cooperazione, l’implementazione degli strumenti Onu, il congelamento e la confisca degli asset terroristici.

L’opaca lotta per la trasparenza

Il Vaticano al giudizio di Meneyval ci teneva e ci tiene molto. Strano a tutta prima, perché sono decenni che lo Ior agisce nella più totale mancanza di controllo, facendosi scudo della extraterritorialità del Vaticano rispetto all’Italia; delle garanzie offerte del Concordato (che vieta qualsiasi perquisizione della sede dello Ior, intercettazione o interrogatorio dei suoi dipendenti); di un bilancio noto esclusivamente al Papa, al collegio dei cardinali che lo gestiscono, al Prelato dell’istituto, al Consiglio di sovrintendenza, alla Direzione generale ed ai revisori dei conti; di una possibilità per i clienti di aprire conti identificati solo attraverso un numero codificato, di fare sui loro conti operazioni che non necessitano di ricevute.

È quindi del tutto evidente che il “sistema Ior”, così come è stato finora, ha fatto comodo a tanti. Al Vaticano certamente, che non ha dovuto subire alcun controllo o ingerenza sulle proprie operazioni finanziarie. Ma anche a tanti Paesi, banchieri e faccendieri in giro per il modo, che hanno utilizzato lo Ior come canale di transito per capitali con destinazioni che dovevano restare segrete, o per operazioni illecite di ripulitura e riciclaggio. Per la “banca” vaticana, sono transitati capitali di provenienza non sempre chiara. Come i fondi destinati a sostenere la guerriglia controrivoluzionaria in America Latina o i regimi dittatoriali in Centro e Sud America; o i soldi destinati a finanziare Solidarność ed altri movimenti di opposizione al socialismo reale nell’Est Europa; o quelli (lo racconta con dovizia di documenti il libro di Gianluigi Nuzzi Vaticano spa) serviti a pagare la maxitangente Enimont; o il denaro che Cosa Nostra utilizzava per massicce operazioni di riciclaggio con il tramite del Banco Ambrosiano di Calvi e, appunto, dello Ior.

Oggi però molti in Vaticano vorrebbero cambiare questo sistema. E non certo per ragioni “etiche”. Entrare nella “white list” dei Paesi virtuosi dal punto di vista della trasparenza finanziaria consentirebbe infatti allo Ior una maggiore facilità nei rapporti finanziari con gli altri Paesi, Italia in testa. E un giudizio positivo di Moneyval è il lasciapassare per raggiungere questo obiettivo. Indispensabile per un istituto i cui titolari di depositi, circa 33milia, in gran parte europei, sono per due terzi provenienti dall’Italia. Nelle attuali condizioni operare con le banche comunitarie è per il Vaticano sempre più difficile. Basta ad esempio considerare il clamoroso sequestro di 23 milioni di euro depositati su un conto in un filiale del Credito Artigiano, fatto dalla Procura di Roma nel 2010 con l’ipotesi di violazione della normativa anti-riciclaggio; oppure l’ancora più clamoroso stop imposto dalla Banca d’Italia, ad inizio 2013, ai pagamenti tramite bancomat e carte di credito all’interno delle mura vaticane. Deutsche Bank Italia, che aveva la gestione dei terminali Pos (Point of Sales, cioè le macchinette dove “strisciare” le carte), ha dovuto interrompere il servizio perché priva dell’autorizzazione necessaria per operare in Stati che operano fuori dalle normative dell’Unione Europea, come è appunto ancora considerato il Vaticano.

Sul crinale della “trasparenza finanziaria” si gioca quindi oggi un passaggio cruciale della lotta tra le diverse fazioni all’interno della Curia Vaticana. Da una parte ecclesiastici come i cardinali Attilio Nicora, Angelo Sodano, Giovanni Battista Re, Agostino Cacciavillan, Jean-Louis Tauran, insistono per una riforma dello Ior. Altri, e fanno capo alla Segreteria di Stato Vaticana, si mostrano invece particolarmente spaventati da questa prospettiva, per i nuovi vincoli e garanzie cui lo Ior dovrebbe sottostare e per la prospettiva di una loro possibile retroattività.

Proprio dopo l’avvio delle prime grane giudiziarie, nel 2010, per far fronte ad una situazione che a livello internazionale destava sempre maggiore preoccupazione, il Vaticano decise di adottare un legge per la trasparenza finanziaria, promulgata dal papa sotto forma di Motu Proprio a dicembre di quell’anno. La legge fu poi emendata da un decreto del 25 aprile 2011. La ragione della riscrittura è l’esigenza della burocrazia vaticana di salvaguardare, ancora una volta, la propria sovranità finanziaria. Evitando di dare troppo peso alla neonata Aif (l’autorità di informazione finanziaria vaticana, creata sulla falsa riga dell’Unità di Informazione Finanziaria – Uif – della Banca d’Italia ed affidata al card. Nicora proprio col compito di vigilare sull’operato dello Ior) e cancellando la norma sulla retroattività del dispositivo che avrebbe permesso ai funzionari europei di indagare su conti correnti e movimenti finanziari dello Ior precedenti il 2010.

Ma se alcuni settori dell’establishment vaticano hanno ostacolato l’operazione trasparenza, altri continuano a sostenerla con forza. Dallo scontro, assai aspro, tra queste correnti, ha fatto le spese Ettore Gotti Tedeschi, che si era molto esposto (attirandosi le ire del segretario di Stato Tarcisio Bertone) affinché il Vaticano si adeguasse il prima possibile agli standard internazionali e che è stato sfiduciato a maggio 2012 dal board (cioè il Consiglio di Sovrintendenza) che controlla lo Ior, di cui fanno parte banchieri come Carl Anderson (capo dei Cavalieri di Colombo, ricchissima lobby cattolica statunitense vicina ai Repubblicani e con massicci interessi nel campo sanitario ed assicurativo,: è stato lui ad attaccare più pesantemente Gotti, anche dal punto di vista personale), Manuel Soto Serrano (che viene dal Banco di Santander, il cui capo esecutivo, Emilio Botin, è tradizionalmente vicino all’Opus Dei), Ronaldo Hermann Schmitz (ex manager della Deutsche Bank), Antonio Maria Marrocco, (ex Unicredit). Il fatto poi che il successore di Gotti Tedeschi sia un tedesco non pare casuale: la Conferenza episcopale tedesca (assieme alla Chiesa Usa) è infatti la principale benefattrice dei bilanci vaticani, ed è logico pensare che chi paga di più voglia contare di più nelle decisioni finanziarie.

Segretario di Stato… d’assedio

Nella lotta in atto ai vertici del vaticano ci sono poi anche delle ragioni più “personali”, che si inseriscono dentro il quadro generale appena definito. Da quando è stato nominato nel 2006, il card. Bertone ha intrapreso uno spoil system senza precedenti in Vaticano, inserendo i suoi uomini in tutti i posti chiave della Curia, del governo vaticano e degli organismi di controllo della Santa Sede, estromettendo o relegando in ruoli del tutto marginali i cardinali (con pochissime eccezioni) che avevano co-gestito il potere con Wojtyla, specie negli anni della sua malattia. Bertone è inoltre accusato di non aver avuto riguardo per le prerogative, i privilegi, le regole non scritte ma sempre rispettate, le consuetudini che da tempo reggono gli assetti di potere dentro la Chiesa; ha creato una rete di alleanze politiche, economiche e finanziarie che avrebbe gestito in prima persona con estrema spregiudicatezza, compiendo – anche in virtù dell’alleanza con l’Opus Dei – operazioni giudicate rischiose (da alcuni “spericolate”), come la lotta per sottrarre l’egemonia dell’Università Cattolica (che controlla una rete di nove strutture sanitarie, in particolare ospedali, centri di ricerca e case di cura, tra cui il Policlinico Agostino Gemelli) al monopolio della cordata formata da Ruini, Comunione e Liberazione e presidenza della Cei; o la tentata (e fallita) scalata al San Raffaele di Milano. In funzione anti-Bertone la vecchia classe dirigente dell’era wojtyliana sta oggi tentando di rinsaldare l’alleanza con la presidenza della Cei (da tempo ostile allo strapotere del Segretario di Stato ed alla sua ingerenza nella politica italiana) e con Cl, che – specie dopo l’affare del San Raffaele – percepisce i propri interessi minacciati dalla presenza sempre più pervasiva in campo economico di Bertone, sinora sostenuta e finanziata dall’Opus Dei.

Il “caso Boffo”, nel 2009, fu la prima eclatante manifestazione pubblica di questa lotta interna alla Chiesa. Lo scandalo “Vatileaks” ha mostrato l’intenzione di portare lo scontro presso l’opinione pubblica, attraverso clamorose rivelazioni di lettere e documenti riservati, passati alla stampa nel tentativo di gettare discredito su uno o sull’altro degli attori coinvolti nella vicenda. Anche il trasferimento di Ballestrero sarebbe in qualche modo collegato anche al caso Vatileaks. Il suo nome sembra compaia infatti all’interno dell’ormai celebre dossier preparato per il papa nei mesi scorsi da una commissione di tre cardinali (Julián Herranz, Josef Tomko e Salvatore De Giorgi) in merito a Vatileaks ed alle ragioni (ed alle persone) che ne sarebbero state all’origine. Di sicuro il nome di Balestrero lo ha fatto esplicitamente – assieme a quello di Marco Simeon, opusdeista vicinissimo a Bertone, già direttore delle relazioni istituzionali e internazionali della Rai ed a quello di René Bruelhart, direttore dell’Autorità di informazione finanziaria della Santa Sede, con tanto di didascalia fotografica – l’inchiesta condotta su Repubblica da Concita de Gregorio sui retroscena che avrebbero indotto il papa alle dimissioni (e che è stata forse la vera causa scatenante dell’inusitato attacco ai media sferrato nei giorni scorsi dalla Segreteria di Stato vaticana e dal direttore della Sala Stampa nei confronti dei media). Ennesimo allievo della scuola del cardinale ultra conservatore Giuseppe Siri ad aver fatto una fulminea carriera sotto il pontificato di Benedetto XVI, Ballestrero ha goduto in questi anni (fatto non secondario) dell’ampia fiducia di Bertone. Il suo trasferimento, in una sede peraltro prestigiosa, lo ha allontanato, a soli 5 giorni dalla fine del pontificato di Benedetto XVI, dalle vicende interne vaticane in un momento cruciale.

Per redigere il loro dossier, i cardinali Tomko, Herranz e De Giorgi hanno interrogato sotto giuramento (come in confessione) una cinquantina tra officiali, vescovi, religiosi e cardinali. Alla fine hanno redatto una relazione «sub secreto», finita direttamente nella mani del Papa, a dicembre 2012. I suoi contenuti secondo alcuni avrebbero talmente colpito il pontefice, per la quantità di informazioni, nomi e circostanze ivi contenute, da indurlo ad abbandonare, forse nel timore di venire coinvolto nella guerra di rivelazioni, dossier, fughe di notizie che sta mettendo a soqquadro la Chiesa. Il dossier (si parla di simonia, corruzione, abuso in atti d’ufficio, relazioni omosessuali) passerà ora al successore di Benedetto XVI anche se c’è chi non esclude che il pontefice voglia togliere il segreto e affidare il testo alle congregazioni generali, prima del Conclave. Chissà. Se così fosse il Conclave ne sarebbe fortemente condizionato. Il dossier diventa quindi un’arma in più nelle mani del papa per condizionare la sua successione. Prima invece era solo un’altra, ennesima pietra di inciampo nel governo del pontefice. Che ha abilmente ribaltato la situazione.

Ci sono inoltre le rivelazioni fatte da Panorama (6/3/2013) di una massiccia e capillare opera di intercettazione messa in atto dalla Segreteria di Stato nei mesi scorsi per individuare i mandanti della fuga di documenti e notizie che ha originato il caso Vatileaks. Tramite queste indagini sarebbe stata realizzata una colossale schedatura di abitudini, amicizie e frequentazioni di ecclesiastici e uomini di Curia, che rischia di pesare sul Conclave. E che forse ha pesato anche sulla decisione presa da Benedetto XVI. Il nuovo pontificato non segnerà quindi la fine della crisi, e nemmeno quella delle lotte intestine alla Chiesa. Semmai una tappa nel tentativo di ricomposizione dei conflitti interni. O l’avvio di un redde rationem nella corsa ad una difficile egemonia.

Di Valerio Gigante su Micromega del 12/03/2013

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Una Risposta to “Ma quale Celestino V!”

  1. francesco sanfilippo Says:

    ottimp lavoro

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