La disperazione uccide, non le parole

Luigi PreitiDopo il gesto di Luigi Preiti ci si chiede di abbassare i toni: come se l’omertà avesse salvato i tanti che si sono uccisi o restituito lavoro e dignità.

Colpa del clima di odio; abbassiamo i toni. Mentre un carabiniere rischia di rimanere paralizzato, la politica riesce a dare, come al solito, il peggio di sé. La colpa di quello che è accaduto è sempre di qualcun altro. Ora del clima di odio o di chi, legittimamente in una democrazia, denuncia il saccheggio del denaro pubblico, le consorterie o si permette il lusso del dissenso. Come se, in nome di chissà cosa, tutti dovremmo non vedere, non sentire, non parlare. Ma chi ha armato la mano di Luigi Preiti? Lo sfascio civile e etico della nostra comunità di cittadini, di cui Preiti stesso (ingiustificabile, sia chiaro) è una drammatica espressione o chi l’ha denunciata?

In questi momenti drammatici abbiamo il dovere di dire le cose per come sono: la miseria, lo smarrimento e la disperazione uccidono, non le parole.

Per un Preiti che colpevolmente ha sparato abbiamo assistito, inermi e distratti, a decine e decine di persone che si sono tolte la vita. Imprenditori, disoccupati, licenziati, esodati, donne, giovani. O uomini privati della loro dignità costretti a dormire in macchina, a vagabondare, ad affollare le mense della Caritas e delle altre associazioni di volontariato (quando ci sono) nella speranza estrema di non arrendersi e farla finita. Ditemi, diteci: questa tragica realtà è forse colpa delle parole? Tacendo, abbassando i toni, raccontando di una realtà che non esiste (i ristoranti pieni, per ricordare l’amenità più famosa) abbiamo salvato queste persone dalla morte e dalla disperazione? Quanti licenziati hanno ritrovato un posto di lavoro o quanti giovani hanno un futuro grazie al silenzio?

La verità è che la vicenda di Luigi Preiti e il solito, stucchevole e scontato seguito di dichiarazioni, è il festival dell’ipocrisia. Di chi non vuole vedere, non vuole capire, non vuole cambiare.

Di chi, solo per restare al caso italiano, ha consentito che negli ultimi lustri i ricchi fossero sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri; di chi privatizzerebbe anche l’aria che respiriamo in nome del dio profitto, considera lo stato sociale un residuo del passato e ha trasformato lo Stato in un nemico del suo popolo.

La gente che, senza più punti di riferimento o certezze, si è ammazzata, non ha avuto bisogno di leggere articoli di giornale, le dichiarazioni di Grillo o di chi ha denunciato il malaffare. Si è ammazzata e basta, perché l’unico mezzo di informazione a cui davano retta era il frigorifero vuoto, al pari del portafoglio.

Se voi pensate di fermare i tanti Luigi Preiti che potenzialmente sono in giro, negando il diritto al dissenso e alla denuncia, chiedendo omertà e complicità, allora siete fuori strada. C’è da ricostruire il valore della cittadinanza e della solidarietà (vera) dalle macerie morali del degrado etico e civico in cui si è precipitati.

Diceva Fabrizio De André: anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti. Valeva ieri, vale a maggior ragione oggi: se volete accusare qualcuno, guardatevi allo specchio e farete prima.

Di Gianni Cipriani su Globalist del 28/04/2013

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Una Risposta to “La disperazione uccide, non le parole”

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