Francesco Renda: studioso-partecipe della storia siciliana

Francesco RendaSi è spento ieri, all’età di 91 anni, Francesco Renda, indubbiamente uno dei maggiori studiosi della Sicilia moderna e contemporanea.

Per commemorarlo posto di seguito un ricordo di Piero Violante (Università di Palermo) e il video di una sua intervista sulla strage di Portella delle Ginestre di cui il 1 maggio è stato celebrato il 66° anniversario.

In memoria di Francesco Renda

Avanti negli anni, mi accingo a scrivere la mia autobiografia politica”. L’incipit del libro di Renda, Autobiografia politica, (Sellerio, 2007), ha il respiro del classico: in quella frase difatti tutto suona oggettivo. “Avanti negli anni” evita all’autore l’ammicco alla condizione soggettiva della vecchiaia che è un modo per catturare la simpatia e la complicità del lettore. E’ un fatto oggettivo. “Mi accingo a scrivere” indica un altro fatto: l’inizio obiettivo di un’azione che descrive una vita come la somma di azioni compiute. Nel capitolo finale Renda scrive: “Alla fine di queste note”. Un altro fatto, che denomina la fine di un’azione che ha condotto il lettore lungo l’esistenza di un attore della trasformazione di una società, quella siciliana, quella contadina, nella quale Renda ha dispiegato le sue azioni. La data che segna l’inizio della narrazione difatti non è quella della nascita, il ’22, ma quella che segna l’inizio della Bildung politica, il 1942. Il titolo Autobiografia politica non dà scampo, perché fa della politica il campo della biografia, perché dissolve la soggettività dell’esistenza nell’oggettività della politica: dei suoi accadimenti, dei suoi attori, alcuni indicati per nome, ma per lo più anonimi e non conosciuti. Ed è come se Renda, pur parlando di sé, pur analizzando dettagliatamente le sue azioni, ambisse in verità verso l’anonimato degli sconosciuti contadini, zolfatari, operai, che di quelle azioni sono i reali protagonisti e verso i quali Renda non nasconde la sua passione, che è la passione per il riscatto, per il superamento dei bisogni, per la libertà. Sono rimasto ammirato da questa paradossale distanza, di questa insistita azione di superare – “aufheben” è il verbo hegeliano adeguato – però concretamente la propria soggettività esistenziale nell’oggettività del tempo e delle cose, nell’anonimato collettivo. Mi pare questo il nodo teorico della tesi di laurea di Renda, discussa con Fazio Allmayer, laddove si misura con Croce e Marx; così come della sua idea della filosofia della prassi. Il nodo che attorcigliava, sin dagli anni Venti, il dibattito tedesco: penso a Lukács e a Korsch, penso alla successiva lettura di Hyppolite della Fenomenologia dello Spirito di Hegel. Per Renda, per quello che dice la sua tesi, ma soprattutto per quello che dicono le sue azioni politiche, il superamento di sé non è la sua cancellazione in una simbiosi astratta ideologica con un oggettivo spirito di massa, ma è il suo rafforzamento critico dialettico dentro e per la prassi collettiva, per l’azione della massa anonima ma non acefala. In questo senso vanno lette le posizioni critiche di Renda sulle sommosse palermitane e siciliane dopo che la Sicilia nel ’44 venne restituita all’Italia. L’azione di massa, se ben guidata, è la protagonista della trasformazione. E questo ci fa capire quanto Renda sia comunista, un dirigente comunista.

Renda s’incontra con il comunismo di cui sapeva poco nella prassi. Sono i contadini del suo paese che lo vogliono loro rappresentante sulla base dei bisogni e non sulla base dell’ideologia. Questo approccio ai bisogni rimane la costante del comunismo di Renda, che, nella prassi, anziché sfuggire per la tangente della palingenesi finale, indicava una lotta giorno per giorno, caso per caso. Ma la politica dei bisogni è vista da Renda nel quadro generale della trasformazione dei diritti. Il legame bisogno-diritto è il terreno di una politica riformatrice che, nel contesto contadino, è oggettivamente rivoluzionaria, se porta al crepuscolo degli dei che dominano il latifondo; ma va tecnicamente sostenuta, va governata. Prendiamo l’esempio del fenomeno cooperativo al quale Renda dedica pagine davvero efficaci. Il decreto Gullo prevedeva che i contadini per ottenere le concessioni di terre dovessero riunirsi in cooperativa. Nella Sicilia occidentale non c’era paese che non avesse la sua cooperativa1. Ebbene per rafforzare la pacifica rivoluzione contadina e per dare a quella rivoluzione lo sviluppo creativo di un nuovo sistema occorrevano crediti per centinai di milioni al valore della lira di allora, assistenza tecnica e amministrativa, consistenti investimenti umani e finanziari. Scrive Renda: “La lega avrebbe dovuto funzionare come centro di direzione economica, tecnica e amministrativa ma nessuno pensò a provvedere a tal fine e nessuno rivendicò quel sostegno . […] La pacifica rivoluzione contadina si sarebbe dovuta trasformare in un travolgente movimento riformista. Il riformismo però non era scritto nel programma comunista né in quello socialista né in quello del governo. […] Governo e opposizione diedero vita alla riforma agraria e alla formazione della piccola proprietà contadina considerate non come valore aggiunto alle conquiste realizzate con i decreti Gullo ma come valore sostitutivo e per certi aspetti come antidoto distruttore.”2

Allo sgretolamento dei feudi, che rimane un sostanziale avanzamento dei diritti, corrisponde, per mancanza di una cultura riformista, un parziale se non inefficace soddisfacimento dei bisogni. Insisto sulla giuridificazione dei bisogni, che è la stella polare del riformismo, come la linea guida della prassi politica di Renda in tutte le funzioni che via via ha ricoperto. Ne è riprova la sua critica penetrante all’assenza di cultura amministrativa della sinistra. In vari luoghi, Renda, oltre al deprimente capitolo sulle Frattocchie, dove ricorda che non ci fossero lezioni sulla questione meridionale o sull’applicazione dei decreti Gullo,3 sottolinea il fatto che nonostante mezza Sicilia fosse governata dalla Sinistra, la Sinistra non fosse attrezzata dal punto di vista tecnico divenendo, da un lato, subalterna alla burocrazia del luogo e conformandosi, dall’altro, ai comportamenti dei democristiani.

Ho parlato del superamento di sé come rafforzamento all’interno della prassi di massa e di giuridificazione dei bisogni come linea della politica riformista di Renda. Leggendo il libro che, a differenza di tanti libri autobiografici di comunisti, parla della durezza, dell’asprezza dei comportamenti dei suoi dirigenti, ci si rende conto di un altro paradosso. Renda, che per trentanni ha esercitato funzione di dirigente del movimento popolare tra la seconda fascia e la terza della gerarchia, ha un rapporto difficile con l’organizzazione-partito. Dal primo brusco impatto nella federazione, appena sbarcato a Palermo; ai suoi rapporti davvero complessi con Li Causi e altri dirigenti del partito, non ultimo Macaluso, per il dissenso che Renda argomenta contro l’operazione Milazzo. Ma è sorprendente come Renda, roccioso di carattere, rimanga fermo e continui il suo lavoro. Se il milazzismo costituisce il primo vero grande dissenso, quello definitivo si consuma sull’invasione di Praga. Il giudizio di Renda è tranciante e si legge a pagina 501: “resto fermo nel giudizio che, per non avere difeso la primavera di Praga, il Pci fu partecipe, insieme a tante altre cause, della fine non solo del socialismo del volto umano ma anche del socialismo reale”. Rimase inevasa la sua richiesta di rompere con Mosca. Non vollero rompere né Longo né Bufalini né Berlinguer per evitare – come già Togliatti nel ’56 – la frattura nel Pci. Queste due non risposte – per salvaguardare l’organizzazione e il rapporto con l’Urss – hanno segnato la storia della sinistra e la sua sconfitta se non la sua scomparsa, nonostante varie etichette che, per satira credo, rivendicano ancora la falce e il martello.

Ebbene nel ’68, nonostante il dissenso, Renda si può legittimamente definire un rivoluzionario di professione. Scrive: ”La mia professione rivoluzionaria era sempre stata la millenaristica attesa del socialismo, del socialismo che si concorreva a realizzare giorno per giorno. Utopia senza dubbio la mia, ma senza utopia non si fa mai storia”.

Le considerazioni finali del libro si aprono con uno spaccato della struttura del Pci divisa in quattro livelli: nazionale, regionale, provinciale, locale. E sulla mobilità tra primo e secondo, con particolare attenzione alla mobilità tra secondo e terzo livello. Renda descrive un quadro in continuo movimento dal forte radicamento territoriale: trecentomila dirigenti nel territorio. Tutto questo è scomparso, come è scomparsa una intelligenza collettiva che consentiva di monitorare i problemi e i bisogni.

La collocazione di Renda è stata sempre tra secondo e terzo livello. Non ha mai avuto uno sbocco partitico nazionale, il che è veramente curioso. Il lettore propende a pensare che la non assunzione di responsabilità nazionale sia nata da una certa diffidenza dei quadri nazionali per via di quell’idea non ideologica del comunismo dei bisogni; per il suo forte legame con il mondo contadino che appare al centro sconfitto: le lucciole non ci sono più dirà Pasolini; per un’ambiguità teorica che lo colloca tra Croce e Marx, con una sfumatura più marcatamente idealista, laddove afferma che la realtà per essere cambiata richiede che prima cambi l’ideologia: ossia la struttura cambia se prima cambia la sovrastruttura. Ma non mi pare questa un’ argomentazione. Il marxismo italiano è stato più vicino a Croce di quanto non si pensi. Probabilmente è solo una questione interna di leadership, ma anche di una certa estraneità di Renda con Palermo, con la città e i suoi salotti. Ed è significativo e interessante il fatto che Renda non abbia mai avuto un peso politico a Palermo. Un peso culturale certo grazie ad alcune sue importanti iniziative e al suo ruolo di professore universitario e di presidente del Gramsci. E il fatto che il quotidiano “la Repubblica” abbia voluto festeggiare i suoi dieci anni palermitani con la pubblicazione della sua “Storia della Sicilia” e dia ampia spazio alle sue posizioni critiche nei confronti dell’autonomia e del sicilianismo, è la dimostrazione del ruolo importante che quest’uomo roccioso nonostante i malanni dell’età sa esercitare.

Le ultime pagine sono una difesa del proprio passato di comunista. Renda non è più comunista perché il comunismo non c’è più. Ma il fatto che non ci sia più il comunismo non significa che Renda debba abiurare il suo passato di comunista, soprattutto se il suo passato è stato una partecipazione collettiva all’impegno di trasformare i bisogni delle classi lavoratrici in diritti. Basta leggere pagina 557. Non fu un illusione essere comunisti e non fu un tragico errore. Il partito comunista, concordo con Renda, è stato un fattore della stabilità costituzionale di questo paese.

E’ mia ferma convinzione che il passato comunista è il nostro passato che va ripensato senza nostalgie e rimpianti ma anche senza silenzi e atteggiamenti remissivi.”

Avanti negli anni Renda chiude le sue note invitandoci ad essere utopisti: perché senza utopia, senza progetti-speranze di cose grandi da fare in un futuro prossimo venturo, nella storia del genere umano non si è mai fatto nulla di nuovo. E il tempo che viviamo non è la fine della storia.

Ieri 12 maggio, all’età di 91 anni la sua storia è finita.

E allora voglio ricordare l’ultima intervista che mi concesse per la ricorrenza del 150° dell’Unità d’Italia il 17 marzo 2011.

Da più di un anno in Sicilia si sparava contro il Risorgimento e contro Garibaldi, contro l’inganno di una Unità imposta militarmente. Francesco Renda in varie occasioni intervenne, per chiarire, puntualizzare, bacchettare tiratori scelti come Raffaele Lombardo, allora Presidente della Regione, e Gianfranco Miccichè, sottosegretario, fondatore di una costola sicilianista del Pdl; per ribaltare luoghi comuni, per rivendicare alla Sicilia un ruolo nazionale di primaria importanza, per ricordare il senso democratico, di popolo, dell’asserzione di Mazzini: “Se si muove la Sicilia, si fa l’Italia”. Così, giunti divisi alla vigilia della data fatidica, il 17 marzo andai a trovarlo. Renda aveva da poco compiuto 89 anni ed era più attivo che mai, nonostante tutto. “Ho fatto un patto mi disse – fino a quando continuerò a scrivere, mi lasciano stare.” Ha una gamba ingessata per via di una caduta. Ma minimizza. Mi vuole parlare della sua ultima iniziativa: la pubblicazione, curata dall’Istituto Gramsci Siciliano, della “Relazione presentata dal Consiglio straordinario di Stato, convocato in Sicilia con decreto dittatoriale del 19 ottobre 1860” a firma del prodittatore Mordini. La” Relazione” è un documento noto ma poco diffuso, così come poco nota è la figura di Mordini. Renda, con la chiarezza che lo distingueva, va subito al cuore del problema e mi sottolinea l’importanza di un documento che si caratterizza per “una severa posizione critica nei confronti dello Stato accentratore. Insomma, noi conosciamo Cattaneo e va bene, – mi disse – ma una richiesta ufficiale fatta allo Stato italiano di una modifica costituzionale, come quella che è stata fatta dalla Sicilia, non è stata mai fatta da nessuno. Naturalmente non se ne fece nulla. Come si sa, Garibaldi viene fermato dal re Vittorio Emanuele, che lo destituisce da ogni potere. E quindi invece della rivoluzione popolare, della rivoluzione democratica, avviene la così detta occupazione piemontese. La Sicilia partecipa all’unità italiana con un intendimento federalista perché fu federalista nel ‘48. Nel Sessanta non si può essere federalisti, in quanto lo Stato è unico. E quindi invece della federazione degli stati si chiede la federazione delle autonomie. Di solito si è considerato tutto questo come se fosse stata una richiesta siciliana. In realtà era una richiesta nazionale. La divisione di tutto il territorio nazionale in grandi divisioni territoriali dotati di parlamento, di governo e di potere autonomi, tra cui c’è la Sicilia e anche la Sardegna. Invece le cose avvengono in un modo che pone termine alla rivoluzione democratica. Garibaldi finisce a Caprera, Cattaneo se ne va all’estero, Mazzini praticamente rimane clandestino. Crispi rischia di essere arrestato, per fortuna lo liberano i poliziotti e va via.”

Renda ci ricordò che il regionalismo è una bandiera democratica e che la sua sconfitta non è solo una sconfitta siciliana ma la sconfitta nazionale di un diverso modo d’intendere l’Unità. La “Relazione” d’altronde si proponeva di “avvisare su’ modi come conciliare l’Unità italiana co’ bisogni della Sicilia”. Dopo il ‘62 in Sicilia il dibattito autonomista s’inabissa per ritornare, dopo l’emersione con il Memorandum socialista della fine Ottocento, nel secondo dopoguerra. “Da quella Relazione, da quella cosa argomentò Renda nasce cosa. Perché nella storia, non c’è mai nulla che viene dimenticato o che viene, come dire, tralasciato via, per cui nel 1945, quando poi si fa lo statuto dell’autonomia siciliana, si ha presente questo precedente, con la differenza però che nel 1860 si chiedeva la riforma generale, nel 1945 solo l’autonomia regionale…Il documento contienetutta una serie di indicazioni che ne fanno uno statuto completo e in cui è persino previsto l’articolo 38, non come forma di articolo 38, ma come intervento sui lavori pubblici, la scuola, la giustizia, la religione, ecc ecc. E’ un documento attualissimo. Soprattutto oggi in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia e in pieno dibattito federalista.”

Renda mi rilasciò l’intervista che registrammo in video e che trasmettemmo durante l’unica manifestazione pubblica a Palermo che l’Istituto Gramsci insieme alla Facoltà di Scienze politiche organizzò per la ricorrenza dell’Unità, dopo che una caduta gli aveva provocato una frattura alla gamba dolorosissima. Ma roccioso com’era, ripeto, minimizzò il dolore. La sua gamba ingessata distesa sulla poltroncina per un attimo mi fece pensare, mentre lo intervistavo, a Garibaldi ad Aspromonte.

1 F.Renda, Autobiografia politica, Sellerio,Palermo 2007, p.425

2 Ivi, pp.425-427

3 Ivi, p.279

Di Piero Violante sul sito dell’Istituto Gramsci Siciliano del 13/05/2013

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