#labugiarda, il nuovo romanzo di @Melissappi. “Ha tradito le aspettative, e questo conferma le doti dell’autrice”

La bugiardaMelissa Panarello ha disatteso le aspettative perché è stata in grado con questo romanzo di smarcarsi dai cliché che una cultura ipocrita e bigotta le aveva sapientemente cucito addosso; e ci è riuscita, con la capacità di scandagliare e destrutturare persistenze, senza cedere nulla della sua grazia.

Di Carmelo Albanese

Saranno certamente rimasti delusi in tanti dal nuovo libro di Melissa Panarello (Melissa P., La bugiarda, Fandango, Roma 2013, pp. 224, 15 euro). Chi, tratto in inganno dal titolo o prigioniero delle proprie inconfutabili certezze, immaginava di trovarvi le confessioni agostiniane di una adolescente seduttrice pentita e, al contrario, è incappato nell’ineffabile parsimonia dello scavo nel personale vissuto. Chi si aspettava – desiderava – un romanzo affollato da uomini, una sorta di riediting del libro che l’ha resa famosa (Melissa P., 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, Fazi, Roma 2003) o una versione nostrana e aggiornata delle Memorie di una beatnik (cfr. Diane di Prima, Memorie di una beatnik, Guanda, Parma 1994, trad. italiana di Ilide Carmignani. 1a ed. originale 1969), così da sublimare l’italica passione di scrutare dal buco della serratura le vite degli altri, e si è ritrovato in un deserto di corpi, dove contano solo le sensazioni e non gli strumenti che si utilizzano per individuarle, assumerle, nutrirsene. Chi, infine, malgrado avesse intuito che l’esuberanza giovanile non costituiva forse la chiave di lettura più idonea per interpretare quello scandalo letterario di dieci anni fa, pure aveva intenzionalmente ignorato le domande che poneva, non sospettando tuttavia che quella stessa penna avrebbe potuto un giorno disegnare uno specchio davanti al quale si sarebbe passati e, a quel punto, sarebbe stato inevitabile riconoscersi.

Sì, perché «La bugiarda» è innanzitutto una biografia versatile nella quale l’autrice scopre l’espediente per invalidare l’eterna menzogna con la quale siamo stati allattati, ovverosia rivelandola, incastrandola tra le pagine di un libro, di modo che la sagacia umana non possa più dissimularla. Il suo è un idilliaco ipotetico J’Accuse che sembra ripetersi ogni qualvolta si giunga a un tornante scabroso e inconfessabile, echeggiando con cadenza ripetuta la domanda retorica “quanti di voi possono dire di non essercisi mai trovati? Quanti di non averlo mai pensato, voluto?”. È in quell’istante, in quel faccia a faccia che la sua manifesta verità diventa anche tua, che senti il bisogno di appropriartene. Ti avevano istruito sul fatto che la tua famiglia era identica a quella che vedevi nella pubblicità della Mulino Bianco, ma avevano dimenticato di precisare che il più delle volte sembra la cassa acustica di una band hard rock, che raccoglie i suoni distorti e assordanti dei singoli strumenti e li rigetta assemblati sul pubblico uditore; ti avevano spiegato che i genitori se la battevano con Gesù per forza e per amore, non avvertendoti che a volte capita di provare più pena per loro che per il tuo compagno di classe vittima della spavalderia dei coetanei e che può anche succedere, nel funambolesco tentativo di esorcizzare frustrazioni e fallimenti, che la cenere di una sigaretta non rappresenti la fine di una combustione ma la premessa di un incendio che divampa e di cui tu puoi persino essere accusato di averlo aizzato; avevi capito che i fantasmi non esistevano, che vivevano solo nelle fantasie dei bambini, ma poi hai scoperto che i mostri generati dagli adulti erano di gran lunga maggiori e più temibili.

Come giunge a scrivere un romanzo che viene venduto in oltre due milioni di copie una ragazzina di diciassette anni? Cercando la strada da sé, “partendo da sé”, come recita, del resto, il precetto femminista. Non fa nulla di diverso da ciò che il mondo circostante le aveva prescritto: cerca l’amore Melissa, quello che doveva appartenere ai genitori e che non è stato, quello di cui sono intrise larga parte delle rappresentazioni estetiche e letterarie che inevitabilmente la investono. Ma come si fa a trovare l’amore? Questo nessuno glielo aveva mai spiegato, né reso percettibile, d’altro canto. Nel prontuario sociale c’era solo scritto che era in qualche modo legato al sesso, ma in un rigido rapporto sequenziale: prima l’uno poi l’altro. “E perché?” sembra chiedersi Melissa; in fondo anche a scuola ha appreso che “cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia”, quindi? Il sesso può divenire una strada da percorrere, una ricerca da condurre, e questo sarà. La scoperta del proprio corpo, le relazioni inedite che quel mezzo è in grado di attivare, camminano di pari passo con la conoscenza di un luogo interiore e altro fino ad allora sconosciuto, prima rifugio ma, successivamente, spazio di riflessione ed elaborazione, là dove viene alla luce Melissa P., «[…] una parte di me, una porzione che gli altri assaggiavano pensando si trattasse del pasto completo. Non era una maschera. Era una parte del tutto. Un tutto che ero sempre stata abile a nascondere perché la superficie era ricoperta di ferite aperte che non potevo, non dovevo, rendere visibili. Il successo, perciò, era affare di Mellissa P. Io ero una ragazzina con i brufoli e facevo sogni magnifici» (p. 180).

L’ambito spaziale attraversa per intero il romanzo, e nei suoi frequenti passaggi è difficile che la protagonista non incontri la madre o la sua significazione: la costante ricerca di nuove abitazioni convoglia l’effimero desiderio non troppo celato di un’intera famiglia di rigenerarsi, di ri-dotarsi di una nuova identità, come se collocarsi in punti diversi delle pendici dell’Etna possa consentire di cogliere la carica palingenetica del vulcano e di scansare quella distruttiva; nel garage ci si masturba parlando al telefono col ragazzo che si era certi essere il primo amore e si iniziano a mettere in fila parole per tentare di descriverlo; nella casa dell’editore si festeggia il compleanno che avrebbe dato avvio a una carriera florida e vincente, scoprendo solo dopo che la vita sarebbe stata più complessa ma riconoscendo che lì, o da quelle parti, ci si era imbattuti finalmente in quel tanto agognato sentimento; nelle stanze d’albergo o in macchina si consumano rapporti o si sperimentano scambi, privi di ambizione o, all’opposto, grondanti di passione; gli studi televisivi che, mentre celebrano il successo editoriale, vengono trasformati ad arte in aule di tribunale dove la giuria popolare non si fa remore a vomitarle addosso tutto il suo disgusto prima di pronunciare la sentenza di condanna, e dove il conduttore – ovvero quello che l’ha invitata – indossa inaspettatamente i panni del milite della “buon costume”, del custode della moralità di Stato e, con fare sacerdotale, lancia il suo monito davanti alle telecamere: «Le bambine non fanno queste cose. Capito bambine?» (p. 194).

Il perimetro murario Melissa ha imparato a conoscerlo quindi. Una casa può essere tante cose: un recipiente ricolmo di speranze, un punto da cui ripartire, un fortino assediato entro cui rinchiudersi, una tomba in cui rimanere seppelliti per sempre. Il trasferimento nella capitale, il distacco definitivo dalla Sicilia e da ciò che è rimasto di quella costruzione ideale che chiamiamo famiglia, l’acquisto di una casa contengono da sé tutte queste possibilità e, probabilmente, alcune prendono effettivamente corpo. Ma quando si trova costretta a dover abbandonare quella confortevole zattera, Melissa non ha dubbi su cosa fare. Ha già compreso che la vita non è un flusso costante con qualche ciottolo disseminato qua e là; sa bene, adesso, che cadere e sbucciarsi le ginocchia, venire sopraffatti dagli eventi, morire e rinascere scandiscono il percorso, non altro. Le cesure, gli strappi, gli arretramenti e i balzi in avanti costituiscono i perni attorno a cui si annoda il reticolo dell’esistenza, e lei è già morta, a diciassette anni; quella casa aveva rappresentato un approdo, s’era trasformata in un monumento a una parte di sé, raccogliendo alla fine le spoglie di ciò che era stato e che, in quella forma, non era più.

Melissa Panarello ha disatteso le aspettative perché è stata in grado con questo romanzo di smarcarsi dai cliché che una cultura ipocrita e bigotta le aveva sapientemente cucito addosso; e ci è riuscita, con la capacità di scandagliare e destrutturare persistenze, senza cedere nulla della sua grazia: «Mi siedo sul divanetto di velluto rosso, accavallo le gambe e tiro giù l’orlo della gonna per nascondere le ginocchia» (p. 47).

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