Che cos’è la verità storica. Riflessioni a margine di un convegno


Fasci SicilianiSono di ritorno da un convegno a cui ho partecipato sui Fasci siciliani nel territorio ennese: una iniziativa lodevole per il 120° anniversario, voluta dalle amministrazioni comunali di Assoro, Pietraperzia e Valguarnera; eppure, credo, ampiamente deludente sul piano delle risposte, dei contenuti.

A parte l’intervento del prof. Franco Amata, “storico di professione”, che ha fatto un quadro socio-economico esaustivo dell’ultimo ventennio del XIX secolo, all’interno del quale prendono forma i sommovimenti che poi esploderanno nel fenomeno oggetto del convegno, le altre relazioni sono cadute pienamente, a mio avviso, nei due rischi a cui una siffatta tematica, ampiamente esplorata dalla storiografia – diversamente da ciò che ho sentito stasera -, si presta: quello di effettuare la c.d. “contabilità morale”, cioè dare valore storico a un evento solo per il fatto – certamente cruento e tragico – che vi sono stati dei morti, ovvero quello di attribuire forzatamente a un accadimento e ai suoi protagonisti caratteristiche e ambizioni che, invece, una lettura accurata e ponderata della documentazione d’archivio sostanzialmente smentisce.

Non entro nel merito degli argomenti dei relatori, con i quali mi sarebbe piaciuto interloquire se fosse stato aperto il dibattito; tuttavia, al termine dell’iniziativa mi è sovvenuto un dubbio che mi riguarda, che riguarda tutti quelli che si occupano di storia: chi avrà capito perché, nella tortuosa vicenda siciliana, il movimento dei Fasci è stato importante? E’ questo, secondo me, che preliminarmente il pubblico avrebbe voluto sapere e che, credo, non sia riuscito a comprendere. Se chi fa storia non è capace di rispondere a quesiti del genere, a che – a chi – serve quello che scriviamo? Come si può pensare che semplicemente per il fatto che tu stia leggendo un documento “antico” l’uditore si interessi alla – e addirittura comprenda la – questione oggetto dell’incontro?

I documenti, le stampe, le fonti in generale parlano, certo, ma servono orecchie per sentire ciò che dicono e parole per rivelarne il senso; “abbisognano di infinite mediazioni” – come dice il mio maestro -, ed è proprio questo il mestiere dello storico: ascoltare, osservare, mediare, confrontare e interpretare. Se ciò non viene fatto, potranno organizzarsi anche cento convegni su un argomento, ma i potenziali “ricettori” non se ne faranno nulla di quello che lì hanno sentito, e ciò amplierà – ancor più di quanto non sia già adesso – il solco tra il racconto storico e la vita quotidiana delle persone, che contiueranno a considerare questa disciplina estranea e, soprattutto, incapace di dire/dare qualcosa del/al loro percorso.

Sulla scorta di queste considerazioni, giunto a casa, ho sentito l’esigenza di rileggere le riflessioni di Miguel Gotor sulla “verità storica”; tema arduo, non c’è dubbio, anche se non di rado frequentato nella metodologia storica.

Carmelo Albanese

M. Gotor, Che cos’è la verità storica, «la Repubblica», 05/01/2012

 

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2 Risposte to “Che cos’è la verità storica. Riflessioni a margine di un convegno”

  1. Il mondo parla e io passo Says:

    “(c’è il rischio) di attribuire forzatamente a un accadimento e ai suoi protagonisti caratteristiche e ambizioni che, invece, una lettura accurata e ponderata della documentazione d’archivio sostanzialmente smentisce”.
    Mi torna in mente, a tal proposito, la grigia ed insulsa mediocrità di Adolf Eichmann, restituitaci superbamente dalla Arendt. Cosa dire? Concordo in pieno con le tue riflessioni, intanto che cerco di scacciare dalla mente quell’insistente impressione per cui nulla di quanto accade ed è accaduto abbia davvero un senso. Un motivo decente, dico. Una giustificazione plausibile. Invece dilaga dappertutto la banalità, del male come del bene. Bah…

  2. Carmelo Says:

    Di seguito la risposta al mio post di Enzo Barnabà, ideatore del convegno, pubblicata su valguarmera.com.

    http://valguarneracom.blogspot.it/2014/01/che-cose-la-verita-storica-il-commento.html

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