Mi scusi Presidente

Giorgio NapolitanoLe saremmo stati più grati se ieri lei avesse cercato le ragioni legittimanti della sua seconda presidenza non nel Palazzo e nella sua aritmetica, ma in un tentativo critico e autocritico di empatia con le persone che in questo Paese abitano.

Caro presidente Napolitano,

personalmente non sono tra quelli che credono a quella che lei chiama «la ridicola storia delle mie pretese di strapotere personale»; di più, sono persuaso che lei sia in onestà intellettuale quando dice di aver accettato il secondo incarico solo perché non si poteva «sottrarre a un’ulteriore assunzione di responsabilità verso la Nazione in un momento di allarmante paralisi istituzionale».

Ma vede, Presidente, il punto non è questo. Il punto cioè non è quello che c’è nella sua coscienza. Anzi, trascende del tutto le sue buone intenzioni. E ha a che fare invece con il senso stesso di questa sua presidenza, con il suo grado di comprensione del reale, quindi con la sua capacità o meno di impattare positivamente sul Paese della cui unità lei è garante e simbolo.

A partire dalla questione fondamentale: che è emersa quando lei il 31 sera ci ha spiegato che «le tendenze distruttive nel confronto politico e nel dibattito pubblico – tendenze all’esasperazione, anche con espressioni violente, di ogni polemica e divergenza, innescano un “tutti contro tutti” che lacera il tessuto istituzionale e la coesione sociale».

Ecco, vede Presidente, così dicendo purtroppo lei ha dimostrato di confondere drammaticamente la causa con l’effetto: non sono le tendenze distruttive a lacerare la coesione sociale, è l’assenza di coesione sociale che ha provocato le tendenze distruttive.

E qui, Presidente, mi scusi ma si gioca tutto. La rabbia diffusa, la catastrofe morale ed economica, la mancanza di speranze, il senso di “no future” che attraversa questo Paese frastagliato e atomizzato sono il centro di tutto.

Può un Presidente della Repubblica non dire una parola sulle politiche che hanno generato questa catastrofe? Può fingere di ignorare da cosa sono state causate queste «tendenze distruttive»? Può non pronunciare nemmeno una parola di critica verso gli establishment dei Palazzi e dell’economia che ci hanno portato fin qui, fino a questa dissoluzione della coesione sociale?

Può, ancora, un Presidente della Repubblica riproporre nel 2014 l’esaltazione retorica dell’Europa senza un briciolo di approfondimento in più su quello che è diventata la Ue con la sua moneta e su quello che invece dovrebbe essere per i suoi cittadini?

Anche qui: perché dovremmo sentirci «affratellati», come dice lei, in un Paese il cui Presidente vede (o dice) così poco sulle dinamiche economiche più impattanti e sulle possibili vie per affrontarle?

Non vede, Presidente, che sempre più italiani si sentono come passeggeri di un aereo che sta precipitando e i cui piloti stanno ridendo mentre si preparano il loro paracadute? E non crede che, fondata o meno che sia questa percezione, di questo terribile sentimento diffuso un Capo dello Stato avrebbe dovuto farsi carico ieri sera, parlando a chi stava dall’altra parte del televisore?

Ecco, Presidente, lei ritiene che la sua permanenza al Quirinale sia necessaria data «l’attuale situazione del paese e delle istituzioni»; e può darsi che sia così, se si guarda l’alchimia delle forze politiche, i gruppi e i gruppetti parlamentari, le segreterie dei partiti.

Ma forse le saremmo stati più grati se ieri lei avesse cercato le ragioni legittimanti della sua seconda presidenza non nel Palazzo e nella sua aritmetica, ma in un tentativo critico e autocritico di empatia con le persone che in questo Paese abitano: sempre più rinchiuse in mille risentimenti e mille paure, ormai schegge nude e vagabonde senza più alcun senso di comunità.

E questo, forse, è un po’ mancato ieri sera.

Buon anno a lei, naturalmente.

Di Alessandro Gilioli sul suo blog l’01/01/2014

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