Di che cosa ci parla oggi l’esperienza del Pci

Pci 1921A 93 anni dal Congresso di Livorno e dalla nascita del Partito comunista in Italia, che cosa di quella esperienza è ancora fecondo?


A dispetto delle apparenze, e di una situazione che vede nel nostro paese i comunisti e la sinistra a uno dei punti più bassi della loro storia, a mio parere ancora tanto. Se la “via italiana al socialismo”, la strategia del Pci fondata sulla democrazia progressiva e le riforme di struttura, e prima ancora sulla teoria gramsciana dell’egemonia, è stata il cuore dell’esperienza dei comunisti italiani, vale la pena ricordare brevemente quali fossero i suoi cardini.

Al fondo c’è l’idea di Gramsci secondo cui un progetto di transizione al socialismo in un paese avanzato non può non fondarsi su un lungo percorso, un “processo di apprendimento” per dirla con Losurdo nel quale la classe lavoratrice si radica nella società, ne occupa casematte e trincee, “si allena” a essere classe dirigente, per poi compiere il passaggio che riguarda il livello dello Stato, del potere politico. A tal fine occorre mettere al centro il consenso più che la forza e la costruzione degli strumenti organizzativi corrispondenti.
Di qui l’idea del partito, come “intellettuale collettivo” e “moderno Principe”, forza di massa, agente della trasformazione.

Nel secondo dopoguerra il Pci cerca di mettere in atto questa strategia, in gran parte riuscendovi e disegnando un progetto di società socialista che garantisca pluralismo e pluripartitismo, in cui la democrazia e la partecipazione si allarghino costantemente, e con un modello di economia mista in cui al ruolo dello Stato e della proprietà pubblica siano affiancate altre forme di proprietà, privata e cooperativa.
Se oggi guardiamo alle esperienze di trasformazione più vive nel mondo, a partire dall’America latina, ritroviamo molti di questi elementi, e non è dunque per motivi accademici se il pensiero di Gramsci in quei paesi sia conosciuto, studiato, vissuto.

Il nesso democrazia-socialismo (che non esclude, ovviamente, momenti di scontro e di rottura), l’idea di una lunga guerra di posizione che si alterni alle fasi di movimento e non degeneri nell’adattamento, mi pare dunque il lascito più profondo dell’esperienza del Pci.
In un paese in cui le classi dominanti fanno fatica ad accettare la democrazia politica e tentano costantemente di sopprimerla (ieri con lo squadrismo, poi con la strategia della tensione, oggi con le leggi elettorali truffa e i leader-padroni), non è un lascito di poco conto.

Di Alexander Hobel (storico) su Esse del 21/01/2014

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