La paura del maschio

MaschileCome stanno facendo i conti, gli uomini, con il loro essere maschi e con la libertà femminile? Si può pensare che anche gli uomini politicamente corretti continuino a incassare una sorta di “dividendo” dall’azione estrema, violenta, compiuta da coloro che continuano a sottomettere le donne? Che cos’è la “polizia di genere”? In una ridefinizione dei ruoli più paritaria la cavalleria si può tenere o è da buttare?

Intervista a Sandro Bellassai, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Bologna e membro dell’associazione “Maschileplurale

A partire dagli anni Settanta, le donne, ponendo la questione di genere, hanno costretto anche gli uomini a pensarsi in quella chiave, cioè a interrogarsi sul proprio essere maschi.
Gli uomini hanno sempre fatto resistenza a questa rottura. Penso ci siano diversi motivi. Il primo è che perdura, nel senso comune, l’equivalenza “genere uguale donne”, quindi, ogni qualvolta parliamo in chiave di genere, tutti pensano immediatamente che stiamo parlando di qualcosa che riguarda le donne. Ma c’è una ragione più antica e profonda che riguarda la storica identificazione degli uomini con il neutro, cioè con un soggetto che pretende di non avere specificità, di essere, cioè, universale. Che poi è una caratteristica di tutti i soggetti, fra virgolette, dominanti.
Si tratta di una dinamica che ha riguardato lo stesso femminismo statunitense, un femminismo -come hanno fatto notare le donne nere- che era fatto di donne bianche. Di nuovo, la “bianchezza” era scomparsa in quanto attributo del soggetto dominante.
Gli attributi del soggetto dominante si rendono, o tentano di rendersi, invisibili. Si tratta di un privilegio della posizione del potere. Il che spiega, secondo me, anche una certa resistenza maschile a pensare la mascolinità in quanto genere. Non è soltanto questione di dover spiegare all’uomo che i generi sono più di uno. Gli uomini sono affezionati all’impersonalità, alla neutralità, prerogative della posizione di potere.
Quella operata dai movimenti delle donne a partire dagli anni Sessanta -in Italia piuttosto negli anni Settanta- è stata pertanto una rottura radicale, politica, che col tempo ha investito un po’ l’intera società. Oggi non sono solo gli uomini impegnati, militanti, a riconoscere un cambiamento: nel senso comune è ormai sempre più diffusa l’idea che anche gli uomini siano un genere.
Pensiamo solo ai cambiamenti che ci sono stati nei ruoli familiari, parentali; oggi si parla molto dei “nuovi” padri e di un nuovo rapporto con i figli e le figlie, con l’infanzia.
Nelle generazioni cresciute negli anni Cinquanta e Sessanta gli uomini delegavano il lavoro di cura e di educazione alle donne. Oggi gli uomini rivestono nuovi ruoli, e non soltanto perché le donne glielo chiedono, ma anche perché ci tengono, sentono una risonanza, qualcosa di buono, che arricchisce la loro vita. Oggi, fuori dagli asili, dalle scuole si vedono un sacco di uomini, di padri.
In un radio-documentario di radio3 di qualche anno fa, nell’ambito di una trasmissione sulla gravidanza, il parto, la genitorialità, una puntata era stata dedicata specificamente ai padri. Uomini normali che raccontavano, tra l’altro, di come, dopo aver accompagnato i figli e le figlie all’asilo, un paio di volte a settimana se ne andassero al bar con altri padri e si ritrovassero a parlare di pediatri, pannolini, malattie… Uomini che rivendicavano un coinvolgimento emotivo come qualcosa di assolutamente naturale, di cui anzi andare orgogliosi. Riappropriandosi insomma di una sfera emotiva che invece è sempre stata problematica per gli uomini.

Già ai tempi dei primi movimenti emancipazionisti, di fronte alla minaccia della femminilizzazione del maschio, della femminilizzazione dell’intera società, c’è stato anche un rilancio del virilismo, che nella storia italiana abbiamo visto culminare durante il fascismo. Ecco, l’impressione è che quel virilismo, pure se scomparso come modello egemonico, sia sopravvissuto in un modo informale, molecolare.
È così. Questa è un’evoluzione che possiamo osservare in molte dinamiche di potere, anche a livello macro.
Pensiamo al colonialismo: se prima c’era un esplicito rapporto di dominio con certi popoli, con certe zone del mondo, per cui il saccheggio, lo sfruttamento, la rapina si fondavano e giustificavano sulla base di una qualche forma di superiorità, in un secondo momento, non è che il saccheggio e la rapina siano terminati, però è come se non si potesse più legittimarli apertamente in modo gerarchico. È come se fosse venuta meno la dicibilità di questa gerarchia, ma non la sua sostanza. È una specie di de-istituzionalizzazione: non è più possibile ergere tutto questo a norma, a regola fondativa dell’ordine sociale, però sotterraneamente, informalmente, l’atteggiamento continua.
Stesso discorso per il virilismo che, seppur in forme diverse, naturalmente, sopravvive. Negli anni Sessanta-Settanta, il virilismo classico, trionfale, di cui il fascismo rappresenta l’acme, probabilmente è morto, nel senso che non è più possibile, da un certo momento in poi, affermare che le donne sono inferiori biologicamente. E tuttavia forse non è stato ancora sepolto (il funerale è il rito che consegna al passato e permette l’elaborazione del lutto).
Il genere maschile non ha ancora elaborato il lutto del potere perduto, di quel potere trionfale, indiscusso. In qualche modo siamo rimasti in mezzo al guado. Dobbiamo fare i conti con un mondo che è cambiato, in cui non puoi più dire “torna a casa a far la calza” (o meglio lo puoi anche dire, ma vieni considerato un retrogrado). Però, nello stesso tempo, non c’è ancora una vera uguaglianza, una vera parità, perché quelle ragioni che spingevano gli uomini a difendere la gerarchia, il dominio, il piedistallo del potere nei confronti delle donne, sono ancora tutte lì. E riguardano la paura maschile delle donne, l’incapacità di pensarsi in un ordine repubblicano e non monarchico.
Tutto ciò ancora non è stato elaborato da parte degli uomini e quindi, ogni tanto, la frustrazione, l’angoscia, la paura maschile, buttata fuori dalla porta, rientra dalla finestra.

Il fenomeno della violenza contro le donne può essere interpretato in quest’ottica?
Esattamente. Quante volte leggiamo sulle cronache: lei lo lascia e lui la ammazza. È come se gli uomini non riuscissero a fare i conti con la libertà femminile.
Stiamo vivendo in una fase storica assolutamente nuova: nella storia dell’umanità non era mai successo che si creasse, almeno in Occidente, uno scenario in cui la libertà delle donne fosse un dato acquisito, in via di principio o di fatto. Ecco, gli uomini come fanno i conti con questa libertà delle donne? Maluccio, secondo me. Alcuni meglio, alcuni peggio, ma insomma, in generale, i discorsi pubblici non sono ancora fondati su questa novità. È come se mischiassero il vecchio e il nuovo, cioè ancora una volta cercano di rispondere a esigenze maschili, sotterranee, magari inespresse, silenziose e forse inconfessabili, di rassicurazione. E pare che l’uomo si senta rassicurato solo se riconosciuto superiore.

Questo spirito di dominio e di superiorità non è più maggioritario, ad esercitarlo sono rimaste delle specie di guardie armate di una rivoluzione virilista che si occupano di fare il lavoro sporco: i maltrattamenti, lo stupro.  Resta il dubbio che quel lavoro sporco venga fatto anche nel nome e a vantaggio di una maggioranza silenziosa di uomini politicamente corretti. Insomma, l’uomo medio, che pure sembra avere formalmente accettato la parità e non si sognerebbe mai di ricorrere ai vecchi argomenti, finisce però per incassare il dividendo dell’azione estrema, violenta, compiuta da coloro che continuano a sottomettere le donne. 
Ogni qualvolta accendiamo la televisione o apriamo una rivista o giriamo in strada in mezzo a questi enormi cartelloni pubblicitari, ci imbattiamo nella rappresentazione, esibizione, esposizione spettacolare del corpo delle donne: il che, tra l’altro, è un fenomeno soprattutto e tipicamente italiano.
Ecco, questo non è altro, probabilmente, che una maniera obliqua e indiretta per ricacciare le donne indietro. Non a caso, il fenomeno ha avuto inizio negli anni Ottanta, cioè al termine di un decennio in cui le donne avevano ottenuto delle conquiste epocali. È come se, non potendo più dire: “Torna a lavare i piatti”, potessi però dire: “il tuo valore come persona coincide soltanto con la desiderabilità del tuo corpo”. E naturalmente, questa desiderabilità chi la stabilisce? Chi è l’arbitro? Lo sguardo maschile! Quindi, ancora una volta, la posizione dominante cacciata dalla porta rientra dalla finestra. Un tale sistema simbolico viene sostenuto non solamente da una piccola minoranza di uomini; rappresenta piuttosto la logica dell’ordine sociale, dell’ordine culturale in cui viviamo. Tra l’altro, in questo fenomeno non c’è solo la riduzione delle donne a oggetto, c’è anche l’altra parte del discorso: e cioè, che effetto ha questo tipo di comunicazione sul desiderio maschile? A me pare che incoraggi una dinamica del desiderio predatoria, di tipo proprietario. Tutto questo, secondo me, ha a che fare con la violenza sulle donne, nel senso che ne prepara il terreno.
In Italia, ogni anno, hanno luogo nove milioni di prestazioni sessuali. Va bene, parliamo sempre di una minoranza della popolazione maschile, ma è una minoranza molto, molto ampia.
Nella testa degli uomini è perfettamente possibile, anzi, è forse la cosa più desiderabile, che tu possa fare sesso con una donna che non vuole fare sesso con te. Questo è un dato comune sia alla violenza sessuale che alla prostituzione. Quale tipo di piacere si prova con una donna che sai benissimo che, in quel momento, non avrebbe nessuna voglia di fare l’amore con te? Tutto si riduce al tuo ombelico. Siamo di fronte a un’autoreferenzialità del desiderio pazzesca. Certo, poi, magari chiedi di recitare, a maggior gloria del maschio, ma la dinamica è quella. Allora, per rispondere alla domanda, anche questo, accanto al fenomeno dell’esposizione mediatica del corpo delle donne, ci dice di una cultura politica complessiva che ancora non ha fatto i conti con uno scenario in cui la libertà e la dignità dei soggetti sia davvero paritaria ed effettivamente conseguita.

Colpisce che l’unico erotismo che non indebolisca il maschio, che non lo femminilizzi, sia quello violento, brutale. Viene da chiedersi: l’attrazione o la necessità della violenza è esclusivo appannaggio del maschio?
In parte sì, secondo me. Se guardiamo alla storia culturale, noteremo che la violenza, nella sessualità, ha avuto anche una funzione, per così dire, “reintegrativa”.
Dobbiamo considerare che il contatto con il corpo della donna, l’intimità con la donna, è sempre stato descritto come un passaggio che indebolisce l’uomo, che lo depriva, lo svuota, lo svirilizza. Allora è come se, aggiungendo un di più di violenza, tu “rivilirizzassi” quello scenario, come se la violenza fosse il tratto tipico maschile, la dimensione naturale della virilità; l’unica emozione che l’uomo virile può permettersi senza sentirsi sminuito è infatti la rabbia.
L’addizione di virilità dovrebbe quindi esorcizzare e reintegrare la perdita subita nel contatto con la donna. Questo riguarda anche le dinamiche profonde del desiderio maschile.
In passato ho condotto una ricerca sulla Legge Merlin. Mi interessava vedere come veniva costruito discorsivamente lo scenario del sesso, della prostituzione, dal punto di vista del desiderio maschile. Ecco, anche nei discorsi tenuti in Parlamento, c’è un fiume di rappresentazioni  che parlano della donna come di una “mantide”, di una “ape regina”. Cioè una donna che attraverso l’atto sessuale si rafforza, cresce, mentre l’uomo si infiacchisce, si intristisce, deperisce…
È curioso come in questo immaginario baleni una straripante potenza femminile e una fondamentale debolezza maschile.

Il che chiama in causa anche il rapporto che gli uomini hanno con il proprio corpo…
Negli anni Novanta, nella ex Yugoslavia, abbiamo assistito allo stupro etnico, guidato dall’idea di contaminare le donne del nemico. Di contaminarle con il proprio corpo. Ma allora il corpo maschile è qualcosa di sporco, qualcosa che contamina, che lascia un marchio, un segno di sporcizia, di peccato, di vizio, sul corpo della donna. Cioè il corpo maschile visto come arma, sostanzialmente.
Io credo che crescere considerando il proprio corpo come un’arma impoverisca moltissimo l’esperienza degli uomini.
Il corpo dei maschi poi è anche un corpo silenzioso. Il corpo delle donne parla: con le mestruazioni, senti e ascolti il tuo corpo che si modifica. E poi c’è tutta una cultura che impone alle donne di sorvegliarsi, di essere costantemente attente al pelo, alle unghie, al capello, al neo, al brufolo… Le donne sottopongono il proprio corpo a uno scrutinio incessante. Invece, quello degli uomini è un corpo invisibile, silenzioso, che non parla mai. Noi uomini spesso ci accorgiamo del nostro corpo solo quando stiamo male. Altrimenti io getto la mia identità maschile al di là dell’ostacolo, cioè al di là del corpo.

Il rifiuto di riconoscere la fragilità del proprio corpo mi fa pensare a quanto le immagini maschili normalmente proposte come modello siano irraggiungibili, e dunque ansiogene. Rispetto ai modelli di vero maschio proposti dal virilismo classico, l’uomo comune è sempre impotente, perdente.
Sono assolutamente d’accordo. Questo tipo di approccio al maschile ha aperto riflessioni anche su quest’ambito, cioè su cosa accade tra maschi, su cosa succede nei mondi maschili. Pensiamo, per esempio, all’esercito, allo sport. Anche laddove ci si ritrova esclusivamente tra uomini si costruisce la mascolinità, la virilità, inoltre si parla di donne ed è lì che si creano le norme, si rafforzano e si riproducono. La vulnerabilità di cui parlavi tu è costituzionale dell’essere umano, cioè nessun essere umano è invulnerabile, ma è come se noi uomini fossimo chiamati ad amputare tutta questa parte di umanità e quindi di incertezza, di paura, di debolezza, perché non è conciliabile con la posizione del comando.
Questo è qualcosa che impoverisce moltissimo le vite degli uomini e io credo che il cambiamento di cui parlavamo all’inizio venga anche dal fatto che negli ultimi decenni sempre più uomini hanno iniziato a chiedersi: “Ma chi me lo fa fare?”.

Tu vai anche nelle scuole a parlare di questi temi. Che riscontri hai con i ragazzi?
Nelle scuole in genere parliamo della violenza maschile partendo dagli stereotipi, dai ruoli.
Non si tratta di proporre un modello buono contro un modello cattivo, tantomeno di fare un discorso moralistico, e cioè: le donne si devono rispettare, devi essere gentile, devi, devi… Tutti questi discorsi non avrebbero nessunissima efficacia, dal punto di vista pedagogico, nella relazione formativa.
È molto più interessante guardare questi ragazzi negli occhi e provocarli proprio sulla questione dei modelli: “Ma tu, che pensi di essere libero, che la tua identità sia il frutto delle tue scelte, dei tuoi bisogni, sei proprio sicuro che sia così?”. “Non è che c’è un conformismo dell’essere maschi a cui tu, senza neanche renderti conto, stai aderendo giorno dopo giorno?”.
Un conformismo difficile da incrinare perché continuamente rinforzato nel gruppo dei maschi, che, soprattutto a quell’età, è importantissimo.
Il sociologo statunitense Michael Kimmel dice che il gruppo maschile funziona come una “polizia di genere”, nel senso che gli uomini si sorvegliano gli uni con gli altri per vedere se accavalli la gamba, per controllare il tono della voce, la postura. Insomma, è come se ci fosse una specie di “buon costume” della virilità.
Tutto questo riduce lo spettro delle esperienze possibili degli uomini, delle soddisfazioni possibili e, forse, anche della felicità possibile.
È come se la parte umana, fragile, a volte spaventata, dovessi tenerla dentro di te, come un segreto. A me spesso viene in mente il tallone di Achille. È come se noi uomini, come genere, vivessimo esattamente in quella situazione: nessuno deve scoprire il segreto che noi siamo esseri umani come tutti gli altri.
Tornando ai ragazzi devo dire che, rispetto a quando ho cominciato, registro delle reazioni sorprendentemente positive. Intanto è come se loro, su alcune cose, sapessero già di cosa stiamo parlando. La consapevolezza di sé in quanto genere, da parte degli uomini e da parte dei ragazzi, è cresciuta, è più diffusa. I ragazzi che spiegano di avere un rapporto diverso con la loro fidanzata non è che sono marginali, sono anche dei leader, all’interno del gruppo, quindi sono uomini che potrebbero tranquillamente ricavare dei vantaggi dall’abbracciare il comportamento opposto.
A Reggio Emilia è in corso un progetto di lungo periodo su queste tematiche e alcune amiche mi segnalavano come nelle famiglie ad esempio di migranti, dove magari il padre non c’è, perché lavora altrove, o perché c’è stata una separazione; ecco, mi dicevano che in qualche modo te ne accorgi, nel senso che questi ragazzini sono più ricettivi a un discorso meno ortodosso, più eretico, che prova a decostruire un certo maschile autoritario e pomposo. A parte questo, io comunque sono ottimista.

Venuti meno i modelli tradizionali -anche per le donne- la costruzione dell’identità di genere è diventata una sorta di bricolage molto individuale. In questa revisione del maschile, non c’è il rischio di buttar via anche cose buone? 
È una questione che non bisogna sottovalutare. Qualcosa di buono nel modello tradizionale c’era. Quello che è meno buono, dal nostro punto di vista, è il sentirsi bene soltanto nella posizione del dominio, della purezza, della invulnerabilità, eccetera.
Nella mia esperienza posso dire che, nel momento in cui fai questo salto, è come se non tornassi più indietro. È un po’ come la favola del re nudo: a un certo punto il bambino dice: “Il re è nudo” e da lì in poi nessuno può più far finta di niente.
Intendiamoci, io non sono fanatico di un politicamente corretto a tutti i costi, sempre e ovunque. Nella mia vita personale posso anche essere disposto a impersonare alcuni ruoli, in determinate situazioni; la cosa importante è prenderla come un gioco, nel senso di poter entrare e uscire a piacimento nei ruoli e quindi sconsacrarli.

La cavalleria, ad esempio, si salva o è irrimediabilmente legata a un’idea della donna come soggetto debole, da difendere?
Anche qui, secondo me, dipende; se il gesto cavalleresco viene compiuto a partire da una decostruzione, allora è un gioco dai ruoli intercambiabili, che oggi faccio io, ma domani puoi fare tu. Qui entra in campo anche l’eterna questione della differenza tra l’atteggiamento pubblico e quello privato, cioè di come poi effettivamente ci si comporta nel privato.
Ho tante amiche femministe, anche del femminismo degli anni Settanta, le quali, ormai, si sono rassegnate; hanno dei mariti, dei compagni che, sì, qualcosina hanno fatto, ma ormai hanno sessanta, settant’anni, e non li smuovi, per cui, alla fine, restano le donne a fare tutto, la spesa, cucinare, stirare… Il maschio, al limite, si offre di “aiutare”: anche questo è sintomatico, cioè, quello è il tuo ruolo in quanto donna, dopodiché io “ti aiuto”.
A un certo punto, devi fare una scelta. Per me la relazione ha anche un ambito politico, ma non per questo deve essere trasformata in una specie di laboratorio bolscevico in cui si mette sotto il microscopio ogni minuto della tua esistenza, per carità!
Dopodiché, nella tua relazione d’amore, ma anche negli spazi amicali, nella società in generale, accorgersi di certe dinamiche e sottoporle ad analisi critica, magari con un pizzico di ironia, che non guasta mai, secondo me, è già un lavoro politico…
Tornando alla domanda, in effetti mi rimproverano spesso di parlare solo male della storia del maschile, come se fosse stato tutto un disastro. C’è da dire che nelle mie ricerche mi sono concentrato sulla parte peggiore del maschile, che però è stata anche quella più influente, quella che, alla fine, ha condizionato, formato, modellato le mentalità, i valori, le regole, gli spazi possibili di libertà.
Mi hai fatto venire in mente un episodio. Durante il servizio militare, ho avuto la fortuna di incontrare, fin dal primo giorno, un mio conterraneo. Ne è nata un’amicizia bellissima. Negli anni ci incontravamo quando tornavo in Sicilia e una volta, prima di ripartire alla fine delle vacanze, mi invitò a casa sua: doveva travasare del vino, che andava però ancora lasciato riposare in botte. Per farla breve mi disse: “Poi ti do una bottiglia, così te la porti”. Invece, non mi ricordo cosa successe, probabilmente anticipai la partenza, insomma, ci salutammo per telefono e niente.
L’anno dopo, al ritorno, quando l’ho rivisto, aveva la bottiglia in mano. Dopo un anno, si era ricordato. Ecco, queste sono cose del maschile che mi piacciono: certe dinamiche dell’amicizia, questo affetto che si esprime magari un po’ più ruvidamente, però con una grande generosità, anche con una grande passionalità.
Per il resto, faccio fatica a rispondere alla domanda, perché secondo me non esiste niente di tipicamente maschile, e nemmeno di tipicamente femminile, se non la capacità di procreare. Per il resto, è tutto inventato. Alla fine, cosa vuol dire maschio? A parte il fatto di avere dei genitali di un certo tipo? E come la mettiamo con l’essere omosessuale, eterosessuale, polisessuale? I bambini nascono e crescono con un’esperienza del piacere che è panica, cioè totale, non indirizzata. Dopo, impariamo che esiste l’azzurro e il rosa, anzi lo impariamo molto presto, e incaselliamo tutto. Noi parliamo la lingua che abbiamo trovato, e la parliamo anche nei desideri. Io so però che è una finzione, una rappresentazione, cioè che è tutto un teatro, non è proprio così in natura, però è così nella società, nel mondo in cui vivo.

C’è un ipervirilismo che non si manifesta come soggiogamento del femminile, come dominio, ma come totale rifiuto del femminile, come pura comunità omo-sociale, omo-erotica. 
Io vedo anche queste dinamiche legate a un’angoscia maschile, cioè a un atteggiamento reattivo. Non a caso l’esclusione delle donne è un fenomeno che si rafforza proprio a fine Ottocento, quando comincia la grande paura dell’emancipazione femminile, della libertà delle donne. Ci sono studi, per esempio, sulla moltiplicazione delle confraternite negli Stati Uniti e non solo. Lo storico Michael Grossberg ha spiegato come i riti iniziatici di questi gruppi mettano in scena un nuovo venire al mondo dei maschi in cui finalmente le donne non abbiano alcun ruolo. Una specie di espropriazione, nei confronti delle donne, del loro grande potere, che è quello di generare.
Tu capisci che c’è un grande orientamento misogino dietro tutto questo; c’è un nemico da cui difendersi; non a caso le donne venivano viste, in qualche modo, come le amazzoni che stanno invadendo lo spazio pubblico.
Prima della Legge Merlin, i bordelli erano considerati, paradossalmente (essendo ovviamente pieni di donne!) le ultime cittadelle maschili.
In fondo le prostitute non erano esattamente donne o comunque non contavano, diciamo così; come modello di donna erano talmente eccentriche e talmente fuori dai confini civili che non rappresentavano una minaccia per la virilità, anzi la rafforzavano.
Per questo, nel 1958, l’approvazione di questa legge, da tantissime logge maschili angosciate, venne presentata come l’assalto a una delle ultime cittadelle maschili. La cosa si ripeté nel ’63, quando la magistratura aprì alle donne.
È come se di fronte alla modernizzazione, all’apertura alla libertà femminile, regolarmente avanzasse un bisogno maschile di mettere dei paletti, degli ostacoli, per mantenere delle riserve esclusivamente maschili.

E’ paradossale come la femminilizzazione della società sia interpretabile sia come misura di civilizzazione, sia come prova del suo degrado. Un ristoratore romano, il giorno in cui si insediarono in Parlamento i primi leghisti, all’inizio degli anni Novanta, commentava così: “Quando voi ancora stavate nelle caverne, noi già eravamo froci!”. Volendo dire, progrediti, raffinati… Sembra la parabola di ogni civiltà.
E’ una battuta classica. In effetti, da un certo punto di vista, è vero che quando la società si raffina è perché normalmente l’elemento femminile, uscito dall’ambiente domestico, comincia a influenzare prepotentemente anche l’immaginario maschile.

Esiste anche tutto un filone impegnato a recuperare il cosiddetto “maschio selvatico”…
Sono i neomaschilisti, che danno molto spazio alla sfera emotiva. Però a sentirli parlare alla fin fine il loro modello sembra l’uomo nuovo fascista, siamo più o meno lì.
Claudio Risè, ad esempio, parla molto del padre, del ritorno del padre, ma per padre lui intende il padre politico, il padre con la P maiuscola. In passato lanciò anche una campagna perché gli uomini avessero l’ultima parola sull’aborto. Ci sono altre associazioni, per esempio Uomini Tremila, che hanno un loro sito. E poi c’è il movimento dei Men’s Rights, nato negli Stati Uniti. Questi uomini dicono: “Basta! Voi femministe, ormai, vi siete prese tutto. Pari diritti vuol dire che noi dobbiamo riguadagnare terreno”. Sono associazioni ben organizzate che, tra l’altro, ce l’hanno a morte con noi di Maschile Plurale.
Hanno addirittura clonato il nostro sito, sfottendoci. Anche nei libri che scrivono ci attaccano pesantemente, ci accusano di essere i tappetini delle femministe, dei “maschi pentiti”, eccetera, eccetera. Il che ci conferma il fatto che andiamo a toccare dei nervi scoperti.

Hai accennato all’inizio ai “nuovi” padri. Oggi si parla molto dell’assenza della figura paterna.
Discorsi del genere mi inquietano sempre un po’, perché bisogna vedere che padre andiamo a cercare. Il padre del passato, come la metti la metti, era un padre autoritario. Per carità, c’è autorità o autorevolezza, bisogna sempre vedere che cosa si intende, e come si collegano i concetti astratti agli scenari concreti. Perché è lì che poi si gioca la partita.
È chiaro che nei confronti dei figli non vi può essere un’uguaglianza, non è che puoi fare della famiglia un collettivo. Però, anche questa idea che i bambini e le bambine, per una crescita sana, abbiano bisogno di un adulto autorevole, cioè di un riferimento che li rassicuri, che li salvi dal caos… Non so: intanto, che questo adulto debba essere un maschio non sta scritto da nessuna parte, e poi che impersoni l’autorità, cioè che sia, come dire, la voce che chiude il discorso, e che quindi scavalchi l’autorità materna… Ecco, il lamento per la mancanza di un maschile che parli in nome della legge mi sembra una nostalgia verso l’autorità perduta: e per questo mi insospettisce molto.

Intervista realizzata da Edoardo Albinati e Barbara Bertoncin per «Una Città», n. 209, gennaio 2014

 
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