Renzi, la politica postmoderna del turbocapitalismo

Matteo RenziMatteo Renzi, il berluschino fiorentino dall’ “ambizione sfrenata”, trionfa. Come Berlusconi, fa strame di regole e coerenza. Tutto al di fuori del Parlamento. E senza mai entrare nel merito di programmi politici. Forse perché il vero obiettivo è la distruzione di ciò che rimane dello Stato sociale e del “pubblico”.

Abbiamo visto l’eutanasia del PD l’8 dicembre 2013, con la valanga di voti a Matteo Renzi, sindaco di Firenze, e da allora segretario del partito. Abbiamo poi visto la sua arrogante presa di potere, nella prima Direzione del partito, in un tripudio di “io, io, io”…, con la totale emarginazione della minoranza rappresentata dai due contendenti, uno dei quali (Cuperlo) si dimette dalla carica di presidente, che aveva improvvidamente accettato. Ora abbiamo assistito alla terza mossa: scacco matto. Vince Renzi, sbaraglia il campo, diventa padrone incontrastato del Partito. Cuperlo si allinea. Laura Puppato che addirittura in un passato non remoto si candidava alla leadership del PD, su posizioni che si pretendevano autenticamente democratiche, si piega subito, un po’ come tutti. Resistono in dodici. E il loro leaderino CIvati in una battuta, subito ritrattata, allude vagamente a una fuoruscita.

Ma intanto fra i papabili nella nuova squadra addirittura compare il nome di Fabrizio Barca, grande enigmatica speranza di coloro che credevano che “Un altro PD è possibile”: ebbene no. Il PD è perduto a qualsiasi buona causa. Se poi il futuro mi smentirà, sarò felice di prenderne atto.

Un passo indietro. Nel 2000 Walter Veltroni, allora segretario del PDS, antenato prossimo del PS, a un convegno che celebrava i 50 anni della Fondazione Gramsci dichiarò “Gramsci non ci appartiene più. Noi siamo oltre. Non siamo più in mezzo al guado…”. E lo sventurato aggiunse: “Siamo arrivati a Rosselli”: che un qualche dio lo perdoni. In nome di Gramsci e di Rosselli. Ma a parte l’ignoranza di quell’uomo, che diede un robusto contributo al disfacimento dell’eredità del PCI (del resto, stando alle sue dichiarazioni: “non era mai stato comunista”), possiamo dargli ragione: allora il partito era a metà della strada verso l’adesione completa al liberismo sfrenato, alle sue culture, e persino al suo stile; ora con Renzi, possiamo dire che la riva opposta del fiume è raggiunta. La trasformazione è compiuta: irrevocabilmente.

La maggioranza schiacciante con cui i membri della Direzione hanno accettato la mozione del neosegretario va messa accanto a quella maggioranza della Camera che meno di tre anni or sono votò compatta per confermare la tesi che Berlusconi era convinto che la signorina “Ruby” (nome d’arte) non solo fosse maggiorenne, ma soprattutto fosse la sfortunata nipotina del presidente egiziano Mubarak. E quelle due assemblee, che si condannavano all’impotenza mentre manifestavano una miseria morale spaventosa , a chi abbia un po’ di dimestichezza con la storia, richiamano un’altra assemblea: la Camera dei Deputati che, ingiuriata da Benito Mussolini il 16 novembre 1922 (il famigerato “discorso del bivacco”) gli concedeva (con il voto contrario dei soli comunisti e socialisti) i pieni poteri, aprendo, con disinvolta insipienza, la strada alla dittatura.

Una lunga storia, dunque, di mancanza di dignità, di opportunismo, di viltà della classe politica. In fondo nei commenti alla irresistibile ascesa di Renzi, si è trascurato un dato: la miseria umana. Una larga parte del PD, un anno fa, affossò la candidatura di Romano Prodi alla Presidenza della Repubblica soltanto perché si sapeva che Prodi voleva ritornare alle elezioni immediatamente dopo l’approvazione di una nuova legge elettorale: quella parte era composta soprattutto dai nuovi deputati che grazie alle liste bloccate erano arrivati al Parlamento e che temevano, giustamente, di non essere rieletti, con un meccanismo elettorale meno truffaldino e soprattutto nel quale l’elettorato fosse chiamato a scegliere fra i candidati. Miseria umana: la stessa che ha fatto sì che, un manipolo di deputati e senatori del PDL, quando il loro capo Berlusconi decise di far cadere il governo di Letta, compattamente non esitarono ad uscire dal partito e a fondarne un altro, divenuto poi stampella essenziale del governo. Umana miseria. Cosa non si fa per difendere una poltrona ministeriale o un semplice scranno parlamentare. Potere, denaro, privilegi: la spiegazione dei fatti politici è spesso elementare, e lo dimentichiamo. In fondo ciò accade non perché siamo così stolti da credere alle dichiarazioni grottesche dei professionisti della politica (compresi gli imbonitori della “società civile” che si candidano a salvare il Paese), bensì perché siamo ancora persuasi, sia pur sempre meno, che la politica sia la “nobile arte”, quella consegnataci da una tradizione eccelsa, da Aristotele a Cicerone, da Machiavelli a Montesquieu…, e via seguitando. E, stoltamente, trascuriamo la più elementare delle spiegazioni: la cupidigia di denaro, il desiderio di successo, la brama di potere.

Ed ecco il nuovo eroe del postmoderno nella politica italiana, Renzi, trionfare, e come Berlusconi non cela le proprie ambizioni. Anzi le ostenta e cerca di nobilitarle. Come Berlusconi, fa strame delle regole, e come Berlusconi non si pone neppure il problema della coerenza. Lui è smart, lui è fast, lui è ggggiovane: lo differenzia dal cavaliere l’età, ma non il piglio: alla giovinezza biologica dell’uno corrisponde il giovanilismo dei trucchi e belletti e riporti del secondo. Entrambi si propongono come alternativa alla politica “vecchia” che viene identificata precisamente nel rispetto delle regole. Le quali, detto in breve, per l’uno come per l’altro, sono ostacoli alla velocità: dopo il fast food, ecco, insomma, santificata la fast politics. La velocità, il fare, il cambio di passo, il passaggio a una marcia superiore, l’azione, addirittura la teoria dello choc (vedi le goffe dichiarazioni della segretaria del gruppuscolo dei montiani); e perché no?, magari l’elettrochoc, al corpo malato dell’Italia, che, dunque, dovrebbe guarire, grazie alla cura “energica” che solo un giovane sarebbe in grado di somministrare. E se fosse lo choc fatale?

Matteo Renzi, dunque, il piccolo duce, il berluschino fiorentino, demolition man, il nuovo che avanza (guardando indietro), l’uomo dall’ “ambizione sfrenata”, trionfa. E seppellisce, novello Caino, l’inetto Abele Letta, non riservandogli neppure l’onore delle armi. La lotta interna al Partito si risolve nella solita congiura, non la prima, non l’ultima (chi di congiura ferisce…). Intanto, il capo dello Stato, che ha sulle sue spalle ormai una serie di atti di dubbia costituzionalità, e soprattutto di scelte politiche che si sono rivelate diciamo assai discutibili non solo nelle forme, ma, con buona pace del navigatissimo Napolitano, negli effetti partoriti, con una drammatica esemplificazione di ciò che si chiama eterogenesi dei fini. Il povero Letta, al quale va simpatia umana davanti all’aggressione da parte del rivale, con il sostegno dell’intero partito o quasi, peraltro se l’è cercata, come si dice: anche a lui è capitato di infettarsi del virus del potere. Anche a lui, lo spettro di Andreotti mormorava nelle orecchie: “Cummannari è mugghiu che futtiri”. Avrebbe potuto e dovuto limitarsi a gestire l’ordinaria amministrazione, approvare il patto di stabilità, la legge di bilancio fondamentale, insomma, e realizzare la riforma elettorale, per poi andare al più presto al voto. Invece si è messo in testa di guidare il Paese per l’intera legislatura, con la connivenza del presidente della Repubblica, suo tutore benevolo, il quale, tuttavia, a un certo punto l’ha abbandonato, davanti alla palese inanità di un ottimismo grottesco, specchio rovesciato di quello canagliesco e trucido di Berlusconi che attribuiva la crisi ai giornali nemici; mentre Letta che pure non ha esitato a rilanciare la tesi dei profeti di sventura, palesava i sorrisi un po’ ebeti di chi ogni giorno cercava di convincere se stesso che la fine del tunnel era vicina, che il Paese era stato posto “in sicurezza (?), che la ripresa stava cominciando e via di ciancia in ciancia. L’ambizione lo ha condannato, insomma, abbinata alla sua inettitudine.

Ma Napolitano non ha voluto prendere atto che la soluzione delle “larghe intese” aveva prodotto risultati pessimi, come, per fare un esempio paradigmatico, la vicenda dell’IMU dimostrava: un ministero “innaturale”, composto dalle forze che fino a un giorno prima erano nemiche (in Italia il concetto di avversario politico non esiste, mancando sempre il reciproco riconoscimento, mancando, in realtà, agli uni e agli altri il senso della comunità nazionale e dello Stato), avrebbe potuto essere realizzato soltanto come governo di emergenza: fare la nuova legge elettorale, e riportare il Paese alle urne. Invece, Napolitano si intestardisce, e addirittura esclude come “una sciocchezza” l’ipotesi del voto anticipato. La storia deciderà se aveva ragione. A me pare che finora tutto dimostri che abbia torto. E a proposito di eterogenesi dei fini, al Presidente della Repubblica è toccato stringere la mano al condannato, defenestrato dal Parlamento, e pluri-inquisito Berlusconi, ricevuto in gran pompa al Quirinale. Un uomo condannato per un crimine contro lo Stato, gravissimo: la frode (non la semplice evasione, ma la frode) fiscale: e questo grazie allo “sdoganamento” dello stesso Berlusconi patrocinato proprio da Renzi, che ne ha favorito il ritorno come protagonista della vita politica nazionale.

Dunque, incurante persino della decenza il bulldozer di Renzi procede, schiacciando tutto ciò che capita sul suo cammino. Al confronto di Letta, certo, il suo contendente vittorioso appare un fulmine di guerra. Non importa quale meta si voglia raggiungere, l’importante è partire a razzo. Cosa che ha fatto, raggiungendo un obiettivo dopo l’altro, travolgendo, affermando, negando quel che aveva affermato poco prima, annunciando, agitandosi molto, senza giacca, senza cravatta, sulla bici, sull’automobilina (i gggiovani fanno così), saltando da Firenze a Roma, da Roma a Firenze, trasformando la Direzione e la sede stessa del suo partito (suo in senso proprietario, ormai) prima in un Consiglio dei ministri alternativo e parallelo, poi antagonista a quello ufficiale guidato dal suo compagno (!?) Letta. E, quando anche Napolitano, dopo la Confindustria, la Chiesa, i sindacati, e qualche centrale finanziaria interna o internazionale, hanno deciso che il Letta nipote non fosse più in grado di reggere la baracca, si è dato il via libera al fratricidio. E fu il nuovo massacro della notte di San Valentino.

Tutto al di fuori del Parlamento. Tutto senza mai entrare nel merito di programmi politici: quale la differenza tra Letta e Renzi? La maggioranza si avvia a rimanere la medesima, il programma verosimilmente anche (peraltro quale sia il programma di Renzi non lo sappiamo): insomma la congiura è stata fatta, solo per una accelerazione dell’azione? Ma verso quale meta, poi? Personalmente un’ipotesi ce l’avrei: verso la distruzione dello Stato sociale, la cancellazione di ciò che rimane “pubblico” (che non vuol dire, naturalmente, “statale”, ma che appartiene alla collettività, patrimonio della cittadinanza, non di gruppi di speculatori): nell’economia, nell’istruzione, nei trasporti, nelle telecomunicazioni, nei beni culturali, nella sanità, e così via.

Eppure non si può non riconoscere qualche merito al sindaco-segretario-premier in fieri: 1), ha messo definitivamente in chiaro che la mutazione genetica del suo Partito è compiuta; la nuova classe politica del PD è non solo peggiore di quella da “rottamare”, ma è del tutto estranea allo spirito, alla tradizione, al senso, ai valori della solidarietà con i subalterni (almeno quella!); secondo, ci ha confermato che la post-democrazia è una realtà, nella forma del leaderismo populistico e plebiscitario, incurante delle regole, insofferente delle istituzioni di controllo. Ormai il “potere dell’elettore”, è morto e sepolto. I partiti sono partiti personali (da questo punto di vista Berlusconi ha fatto scuola, e la stessa coppia Grillo/Casaleggio ha appreso la lezione; ma neppure Vendola fa eccezione, a ben vedere, nel suo piccolo, o piccolissimo); la democrazia è vanificata dentro come fuori di essi (e non mi si parli della “grande prova di maturità democratica” delle Primarie, che sono un simulacro grottesco della democrazia).

E, così, di gran carriera, lacerando la Costituzione, e mettendo in mora lo stesso sistema liberaldemocratico, si corre verso il “turbocapitalismo”: autoritario e feroce, rozzo e spietato. Di questo passo, tra poco del Welfare State non rimarrà che il ricordo che noi storici sapremo trasmettere, come di una felice combinazione, o quanto meno di un accettabile compromesso, tra capitalismo e socialismo, raggiunto non per le gentili concessioni dall’alto, ma sulla base della pressione, ossia delle lotte, dal basso.

Come scrive il commentatore che si nasconde sotto lo pseudonimo Lao XI (dalla Cina), che aveva pronosticato la caduta di Letta prima di maggio: «Renzi premier ha oggi sulle spalle aspettative enormi, tanto più grandi in quanto è il secondo “uomo del destino” che dovrebbe salvare l’Italia. Il primo, Mario Monti, arrivato alla presidenza del Consiglio in maniera ancora meno democratica due anni e mezzo fa, fallì». Perché Renzi dovrebbe riuscire?, aggiungiamo. Ma certo, considerato il suo stile e i comportamenti già messi in atto, con la distribuzione di tutte le cariche e gli incarichi ai suoi fedeli e fedelissimi (non mi scandalizza il nome di Baricco alla Cultura: è la traduzione perfetta sul piano culturale della fastpolitics!, anche se come pare egli declinerà l’offerta), appare nella sua spietatezza la logica che sta ispirando le scelte del nuovo leader, la fedeltà al capo. Nihil sub sole novi, insomma. Ancora Lao XI ci ricorda che tra poco devono essere rinnovati i vertici delle grandi aziende di Stato, nomine che spettano al capo del governo; poteva dunque Renzi lasciare la fastidiosa incombenza al rivale? No. Il “fasso tutto mi”, ha deciso di precorrere i tempi dell’attacco finale. E giungere a Palazzo Chigi in tempo per piazzare i suoi uomini (e donne, per carità, attentissimo com’è alla “parità di genere”, divenuto, insieme all’età media dei suoi, un potente veicolo propagandistico) nei punti vitali. Infine, ciliegia sulla torta, a marzo Barack Obama è atteso dal papa a Roma: una «passerella internazionale che Renzi vorrà usare per sé e non certo regalare ad altri».

Davanti a questo triste scenario, nella travolgente avanzata di una nuova destra che si allea alla vecchia, e all’afasia della sinistra (se ancor esiste), tornano sempre più angosciose le domande forse destinate a rimanere senza risposta: E ora? Che cosa ci attende ora? Da dove riprendere il discorso? Da dove ricominciare? Quando le armi della critica sono spuntate, che rimane? Chi saranno i guerrieri che tenteranno di fermare l’avanzata dei nuovi barbari rivestiti di lucente “modernità”?

Di Angelo d’Orsi (storico) su Micromega del 17/02/2014

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