Se l’Italia non sa più cosa sia #LaGrandeBellezza

La Grande BellezzaSorrentino interrompe per un attimo la dipendenza dicendo quello che non si sarebbe mai voluto sentire, raccontando il buio nel quale è caduto questo Paese, il “desiderio di oblio” – per citare “Il Gattopardo” – che si è impossessato della attività onirica dei suoi abitanti.

Di Carmelo Albanese

A sentire il furore di commenti disgustati sul capolavoro di Paolo Sorrentino, dopo che ieri è stato offerto alle plebi da Mediaset, si ha la sensazione di aver capito tutto. Di aver capito perché in questo Paese disgraziato la crisi morde sempre più forte ma non si intravede all’orizzonte niente che lontanamente assomigli a un giusto, sano e sacrosanto fenomeno di conflittualità sociale. Di aver capito la recondita ragione che soggiace alla passione di massa per lo spettacolo calcistico, malgrado questo abbia sempre più perso i connotati caratterizzanti l’attività sportiva e sempre più acquisito quelli del mondo delle borse e della finanza, ovvero di un mondo al quale quella massa non avrà mai accesso. Di aver capito perché si è ceduto senza colpo ferire alla De Filippi la sovranità sull’ethos e sul pathos di un’intera comunità nazionale, e riservato a Vespa quella sul logos.

Tutto sommato, l’astinenza da zapping che il popolo italiano ieri si è dovuto autoimporre per non far cattiva figura con l’intellighenzia d’oltreoceano, è quella che trapela dagli sguardi dispersi degli studenti all’università quando provi a far comprendere loro che noi interroghiamo la storia non per un vezzo intellettualoide o per il gusto di tormentarli, ma per contribuire a leggere il presente, a interpretarlo ed a trasformarlo, quantomeno, in quelle persistenze che producono sofferenza a larga parte della popolazione mondiale che quasi un secolo fa un piccolo grande uomo sardo definì “subalterna”.  Il tentativo è vano, naturalmente, perché non riesce a competere con altri non pronunciati più profondi interrogativi – “Mi avrà chiamato il mio ragazzo?” “Cosa indosserò stasera alla serata universitaria?” “Chissà se riuscirò a strappare il 18..” “Come farò a dire alla mamma che mi ha mandato?”.

L’astinenza da quella pratica, che uno straordinario Renzo Arbore ci aveva spiegato come fosse la reale manifestazione di comando dell’italiano, non è altro che la dipendenza dal futile che ha ormai pervaso come un morbo il costume nazionale.

Vi è stato un tempo in cui la bellezza era patrimonio esclusivo delle classi dominanti, poiché solo loro potevano produrla, individuarla, renderla immagine o semplicemente immaginarla. C’era un che di “naturale” in questa regola non scritta: quale bellezza poteva esser capace di concettualizzare un contadino, la cui vita era scandita dal sorgere e dal calar del sole, che affrontava il suo orizzonte monocromatico munito solo di una zappa? Che posto poteva avere la bellezza nell’esistenza di un operaio della catena di montaggio, quando anche tornato a casa non si annullava il frastuono delle macchine e i polmoni e le  mani portavano i segni indelebili dell’usura da lavoro? Poi però  qualcosa è cambiato. I ceti popolari si sono dotati di organizzazioni proprie, di propri intellettuali e, con e per mezzo di costoro, hanno elaborato un nuovo linguaggio per verbalizzare ciò che per millenni era stato loro proibito. Si è così compreso che la bellezza era un bene comune, e che bastava solo avere l’occasione di incontrarla o di farsela presentare per riconoscerla (si pensi a “Il postino” di M. Radford interpretato da Massimo Troisi).

Rispetto a quella formidabile conquista io credo che ci sia una drammatica involuzione. L’azzeramento dei sensi e la mercificazione del gusto  hanno prevalso in un flusso cognitivo nel quale la propaganda non è più una pausa tra una trasmissione e un’altra ma è diventata Lo spettacolo in sé.

Ecco perché “La Grande Bellezza” urta e sconvolge non l’establishment, ma i livelli bassi e intermedi della società italiana. Sorrentino interrompe per un attimo la dipendenza dicendo quello che non si sarebbe mai voluto sentire, raccontando il buio nel quale è caduto questo Paese, il “desiderio di oblio” – per citare “Il Gattopardo” – che si è impossessato della attività onirica dei suoi abitanti. “Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco“.

Carmelo Albanese

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5 Risposte to “Se l’Italia non sa più cosa sia #LaGrandeBellezza”

  1. Francesco di Bartolo Says:

    Ma…, e se le cose fossero più semplici? Se il tema fosse proprio, e banalmente, la grande bellezza? Solo che nessuno sa più a cosa corrisponda, dal momento che non c’è più un orizzonte condiviso di simboli né più un linguaggio comune. E’ il post moderno, è la fine della Storia! Il presente è eterno, ed è quello del capitalismo finanziario: tutto scorre velocemente, nessuna forma può esser più trattenuta: l’unica ‘forma’ permanente è quella del cogito cartesiano: l’unica cosa di cui i personaggi del film, che siamo poi noi del resto, non possono dubitare, è il rumore di fondo incessante del proprio elucubrare… E’ il solipsismo! La nostalgia è un tema secondario, non meno importante certo, ma secondario: è la reazione di chi ha conosciuto un mondo ancora dotato di senso (id est, di Legge, di Padre, di sostanza sociale condivisa), nel quale era ancora possibile condividere il bello, il brutto, il male, il bene, etc. Nemmeno più la ‘sovrabbondanza’ artistica ed estetica di Roma può colmare il buco creato dalla catastrofe esistenziale di Jep e dei suoi compagni di sventura… Essi non hanno più una lingua né per esprimere lo smarrimento e l’orrore, né per esprimere un qualche residuo di stupore di fronte a ciò che ancora potrebbe definirsi univocamente ‘bello’ (in quanto, magari, classico)… Essi sono residui di un mondo trapassato, fantasmi: non possono essere più vivi, non nella forma della adesione completa alle prassi del nuovo mondo dell’economia virtualizzata (che crea denaro dal denaro), possono solo scimmiottare l’esistenza partecipando con distacco ironico ai nuovi riti sociali… L’ironia si offre come strumento indispensabile per contenere la disperazione….. Non abbiamo altro che il linguaggio, certo, ma c’è qualcosa che ad esso sfugge, c’è qualcosa che rimane nel campo dell’indicibile, che non può essere raccontato… La Grande Bellezza, appunto! Non a caso, di fronte ad essa i personaggi tacciono (la scena della migrazione dei fenicotteri, ad esempio, la cui essenza può essere colta soltanto dal senso religioso…?).

    Uno vale uno, ed è uno (monade), mentre prima, l’uno era inconcepibile separato dai molti (famiglia, chiesa, stato, etc.): anzi l’uno esisteva proprio, ed esclusivamente, come risultato della dialettica incessante tra il positivo (IO) e il negativo (non Io), cioè tra l’individuo e tutto ciò che vi si opponeva (padre, famiglia, legge, chiesa, sistema morale, Re, Stato, il prossimo, la Natura, etc.). Ma l’ancient regime’ presupponeva, appunto, gli eterni, cioè quegli enti inamovibili e fuori discussione che il postmoderno ha dissolto… Gambardella è solo, come lo siamo tutti, ma è una solitudine siderale, non solo per via della semplice incomunicabilità con il prossimo (alla quale si può sempre porvi rimedio): è la solitudine dell’uomo ‘senza Dio’, dell’uomo che non può più ‘alienarsi’ i null’altro che se stesso, ricorsivamente, e quindi inutilmente, perchè non vi è più alcuno ‘sfondo’ sul quale, e contro il quale, porre dialetticamente la propria soggettività, perchè si strutturi e diventi, finalente, ‘persona’… Oggi che ci è concesso tutto, e possiamo finalmente e liberamente essere ‘pervertiti’, siamo totalmente ‘fuori asse’, perfettamente smarriti… In questo senso il postmoderno ha abolito la Storia, cioè il tempo lineare, e l’escatologia. Ma lo ha fatto a ragion veduta, perchè ogni altra struttura ‘metafisica’ atemporale (Dio, ad es.) ipoteca in modo irrimediabile il futuro… Mentre l’uomo ha bisogno di futuro, soprattutto di sentirsi padrone del futuro… Ma ‘senza Dio, cioè senza una struttura simbolica in cui dialetticamente alienarsi, paradossalmente il futuro svanisce, e rimane… l’eterna ironia di Gambardella, che non può più nemmeno scrivere…

    La nostalgia cui si accennato c’è ed è la nostalgia dell’oppressione, del limite, della frizione… Come quando il bambino sfida i genitori con capricci selvaggi, proprio per il precipuo scopo di saggiare il limite dei genitori e comprendere cosa è possibile fare e cosa no… Solo che, oggi, i genitori non esistono più, e quindi… Questo è il film, contenutisticamente parlando, in soldoni. La nostalgia e’ un sentimento che nel film non trova posto se non nella vergogna. E’ un film triste, che riflette anche su come hanno ridotto la storia a mera divulgazione dell’essere amanti del capo di partito. E’ il riflesso dei tempi senza Dio e Stato.
    Da questo punto di vista un film etico-religioso che traccia quel limite che l’individuo non vede più’.

    fdb

  2. Carmelo Says:

    La cosa bella è che hai iniziato il commento con la frase “e se le cose fossero più semplici?”…Scherzi a parte, condivido largamente la tua lettura del film Frà, e onestamente non mi pare cozzi col mio articolo, non foss’altro perchè non mi sono proposto di scrivere una recensione ma ho cercato di riflettere sulla -e di spiegarmi la- reazione popolare che ho percepito dopo che La Grande Bellezza è andata in onda sul piccolo schermo.

  3. Francesco di Bartolo Says:

    No, ma infatti, non volevo far cozzare nulla. Per carità, almeno noi restituiamo senso alle discussioni. 🙂

  4. Carmelo Says:

    😉

  5. mypc backup by jdi backup ltd Says:

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